La vita è una partenza continua

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La vita è una partenza continua. Anche nella sua quotidianità essa si rivela essere un viaggio senza valigia, né biglietto.
Ogni mattina usciamo di casa, andiamo al lavoro, a fare spesa. Varchiamo la porta e ci buttiamo nel mondo senza sapere cosa ci porterà la giornata che abbiamo davanti. Di frequente essa sarà uguale a tante altre; certe volte lo sarà un po’ meno, altre affatto. Il tema di fondo sarà la sua precarietà, perché un minimo cambiamento significherebbe un’interruzione della routine.

Per chi vive all’estero, questa temporaneità è ancora più sentita. Ma è anche unica, bella, speciale. Perché è la precarietà che ci accelera la vita e tutto ciò che di essa fa parte. Ne accelera il ritmo senza velocizzare il tempo. Le relazioni non escono esenti da questa corsa. Si formano, si solidificano o si spezzano con la stessa rapidità.
E la grandezza del vuoto di chi resta è proporzionale all’intensità del legame che si è dovuto interrompere in seguito alla partenza di chi se ne è andato.

L’amore in un gettone telefonico

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Era bello telefonarsi da 10, 20 o 600 chilometri di distanza, una volta.
Quando il telefono era il solo mezzo che avevamo per comunicare gli uni con gli altri, quando sentire una voce ci dava emozioni che le parole scritte non riusciranno mai a trasmettere. Perchè non si può mentire a un orecchio che ascolta. Bisognava essere bravi per camuffare una bugia, col telefono. E se l’orecchio che ascoltava era un orecchio innamorato, sentire quella voce anche solo per pochi minuti era un piacere che neppure una lettera scritta a mano poteva dare.

Quando Whatsapp o Facebook o le email ancora non esistevano, o queste ultime si stavano appena diffondendo, le relazioni erano piu’ spontanee e dirette. Gli amori nascevano e si spegnevano sulle note dei juke-box, dopo essere fioriti e cresciuti per la lunghezza dei cavi della Sip. E il cuore batteva a ritmo del tono di attesa nella cornetta. Inserivamo il gettone o la scheda telefonica nella fessura e aspettavamo che, dall’altra parte, la persona rispondesse. Aleggiavano sentimenti, si creavano legami, nascevano amori sul rumore del tono di attesa nella cornetta.
Si scrivevano lettere d’amore con le dita che esitavano, consce del fatto che una singola titubanza, un singolo errore o uno sbafo sarebbero stati la condanna dell’intero foglio.

Con i mezzi di comunicazione moderni si è persa l’intimità di una chiacchierata a due. Si è persa la magia del far sgorgare i propri sentimenti su un foglio, aiutati da una penna. L’ebbrezza ubriaca del ricevere una busta col proprio nome da quel mittente. Dell’aprire la lettera, del contarne le pagine. Del leggerne e rileggerne il contenuto col cuore che faceva piroette, dallo sterno alla gola e ritorno.

La forza delle parole, un tempo marcata dalla pressione della penna sulla carta, si è trasformata oggi in una serie di emoticon che fanno tutto il lavoro per noi. Il touchscreen è il nostro foglio, la tastiera del computer il nostro inchiostro. E nella comodità dell’impiegare dieci minuti a scrivere quello che prima richiedeva un’ora, abbiamo anche dimenticato come dire ti amo.
Perchè la poesia di un ti amo sussurrato in una cornetta a seicento chilometri di distanza nessuno smiley in una chat la potrà mai eguagliare.

I sentimenti non sarebbero stati gli stessi, se il gettone della cabina telefonica fosse stato un touchscreen foderato di emoticon.