L’ultimo attimo

La stretta alla sua mano si fece strada nella nebbia calma del sonno. Subito tornarono a riecheggiarle nelle orecchie il vociare delle infermiere in corridoio, il bip costante del macchinario dell’endovena, il fruscio delle tende intorno al letto, animate dalla brezza in arrivo dalla finestra aperta.

“Hey.”

Fu quella voce a svegliarla del tutto, a farle voltare la testa verso la persona seduta sulla sedia accanto al letto.
Il viso dell’uomo fu rischiarato da un breve sorriso.

Lo ricambiò. Aveva dimenticato quanto fosse bello il sorriso su quel volto, quanto le fosse mancato.

Troppe cose si dimenticano dopo aver detto addio a una persona.

“Che ci fai qui?” gli chiese, la voce soffice, impastata dal sonno. Un contrasto netto con il rimestare che aveva in petto. Non lo vedeva da sei mesi, dalla sera in cui lui era uscito da casa sua e dalla sua vita, spaventato dalla piega che aveva preso la loro relazione, impreparato ad affrontare con chicchessia le basi di qualcosa di solido.

Se ne era andato regalandole un ultimo “mi dispiace” , lasciandola stordita a fissare la porta chiusa, a chiedersi cosa avesse sbagliato lei, cosa avesse spaventato lui. Coi mesi non era riuscita ad odiarlo. Ne aveva accettato l’immaturità, l’incapacità di rimanere in un rapporto troppo a lungo, come le avevano raccontato i suoi amici, ma aveva continuato a pensare a lui. Irrazionalmente, nonostante tutto.

Eppure lui ora era lì, seduto accanto al suo letto, a tenerle la mano come se quei sei mesi non ci fossero mai stati. Come se quella porta non se la fosse mai chiusa alle spalle.

“Sono venuto a trovare un amico e, passando in corridoio, ti ho vista” le rispose.

“Come stai?” gli chiese lei.

Un altro sorriso.

“Adesso bene” , rispose lui. “Mi dispiace per quello che è successo. Molto” disse, dopo aver fatto una pausa.

Lei avvicinò la mano di lui, ancora stretta alla sua, alle labbra e vi impresse un bacio.

Avrebbe voluto chiedergli un mucchio di cose, dirgliene altrettante, colmare il vuoto di quei mesi con le parole, ma alla fine restò zitta, a guardarlo come se dovesse sparire di nuovo, varcare una porta diversa accompagnato dall’ennesimo “mi dispiace”.

Passarono due minuti, o forse cinque, dieci. Continuarono a guardarsi senza dirsi niente, l’immobilità interrotta solo dall’occasionale carezza al viso o sui capelli da parte dell’uno o dell’altra.

Ora che lo guardava bene pensò che era vero, che sembrava stare meglio. Sembrava più sereno. Non aveva più negli occhi quell’ombra inquieta, il corpo non mandava più quei segnali nervosi di chi è sempre in allerta, di chi vive intrappolato in un mare di pensieri, fino ad affogarvi.

“Stai andando da uno specialista?” gli chiese.

Era uno degli ultimi suggerimenti che gli aveva dato prima che lui uscisse dalla sua vita, quella notte.

“No. Non ne ho più bisogno” le rispose l’uomo.

Le carezzò di nuovo i capelli, con una tenerezza che raramente aveva mostrato mentre erano stati insieme. Era vissuto chiuso dentro la sua scocca protettiva, al di là di un muro, in quei mesi, senza avvicinarsi e senza lasciarla avvicinare.

“Volevo rivederti” disse ancora.

Fu lì, in quel momento, che capì quanto avesse voluto rivederlo anche lei. Quanto le fosse mancato.

“Mi fa piacere che tu lo abbia fatto. Che ti sia fermato” gli rispose.

Tornò il silenzio, pregno di domande inespresse e di risposte impossibili da dare. La persona seduta accanto a lei appariva diversa, serena, ma anche più spenta, la scintilla dietro i suoi occhi, la sua ironia, il suo senso dello humour a volte infantili scomparsi.

“Devo andare” le disse.

“Certo, non voglio trattenerti. Grazie di nuovo della visita” disse lei.

“Di niente.”
Si alzò in piedi. Le diede un bacio sulla testa.

“Fatti sentire” lo invitò, con una punta di speranza nella voce.

“Ci proverò. Ciao.”

Sparì fuori dalla porta con un gesto casuale di saluto.

“Carino, è il tuo fidanzato?” le chiese la signora del letto di fronte.

Le sorrise. “Ex. O forse no, dopo oggi. Non lo so.
Si rimise giù. Il sonno le si avvolse addosso senza preavviso, trascinandola nel nulla.

Quando riaprì gli occhi, a occupare la sedia trovò la sua migliore amica, Katie. Aveva gli occhi rossi.

“Ciao…” sussurrò Katie.

“Che è successo?”
“Ho incontrato il fratello di Caleb, giù in pronto soccorso… Caleb ha avuto un incidente con la macchina, non so come dirtelo… È morto mentre lo portavano qui con l’ambulanza.”

“Quando? Quando è successo?” arrabattò lei.

“Due ore fa, è successo dietro casa sua. Sembra che un furgone sia passato col rosso, investendo lui e mancando di poco una coppia.”

“Due ore fa?”

Alzò gli occhi increduli verso la donna seduta sul letto di fronte a lei e in ascolto. Non si dissero una parola. Si capirono con la sola forza dei loro sguardi.

La traccia di chi non c’è più

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La traccia di chi non c’è più è una tazza che se ne sta sullo scaffale, lasciata indietro da qualcuno partito su un volo di sola andata per un altro Paese, diretto verso un’altra vita, verso altre esperienze.
Reca i segni delle troppe girate del cucchiaino con cui era stato aggiunto lo zucchero, il bordo scurito da tanti caffè. Il rollio di colori e di fiori sulla ceramica stanca si staglia contro il vuoto dei buchi lasciati dalle altre tazze prese da altri, ma quella lì no, quella nessuno l’ha toccata.

Non ancora, non per ora.

E per qualche tempo ancora le mani continueranno a girarci intorno, a prendere altre tazze da quel ripiano, inconsciamente o intenzionalmente, consapevoli che non appartiene a loro, nonostante la sola persona autorizzata a usarla varcherà la porta di un altro ufficio in un altro Paese, ma non di quello.

La traccia di chi non c’è più sono delle bustine di vaniglia scritte in tedesco che cadono dallo sportello in cucina e ti ricordano che sì, è vero, sono passati mesi da quando ti sono state date e tu ancora devi provare a farla, quella torta che ti aveva fatto assaggiare la collega. Hai perso la ricetta, ma puoi sempre chiederla a lei, perché chi parte non se ne va mai davvero, non oggi che siamo a portata di clic.

La traccia di chi non c’è più sono due iniziali e un memo lasciato in un vecchio ordine, due singole lettere che risvegliano nel cuore ricordi rimossi, sensazioni dimenticate, reazioni sopite.

Quante persone ho conosciuto, nell’ultima manciata di anni. Quante se ne sono andate. Troppe.

C’è sempre un motivo per cui ci incontriamo e ogni incontro ha uno scopo, fosse anche soltanto il permettere a ambo le parti di mettere su una collezione di ricordi da custodire una vita intera.

L’amarezza della separazione, però, neppure un sorriso nostalgico la potrà mai alleviare.

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