La traccia di chi non c’è più

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La traccia di chi non c’è più è una tazza che se ne sta sullo scaffale, lasciata indietro da qualcuno partito su un volo di sola andata per un altro Paese, diretto verso un’altra vita, verso altre esperienze.
Reca i segni delle troppe girate del cucchiaino con cui era stato aggiunto lo zucchero, il bordo scurito da tanti caffè. Il rollio di colori e di fiori sulla ceramica stanca si staglia contro il vuoto dei buchi lasciati dalle altre tazze prese da altri, ma quella lì no, quella nessuno l’ha toccata.

Non ancora, non per ora.

E per qualche tempo ancora le mani continueranno a girarci intorno, a prendere altre tazze da quel ripiano, inconsciamente o intenzionalmente, consapevoli che non appartiene a loro, nonostante la sola persona autorizzata a usarla varcherà la porta di un altro ufficio in un altro Paese, ma non di quello.

La traccia di chi non c’è più sono delle bustine di vaniglia scritte in tedesco che cadono dallo sportello in cucina e ti ricordano che sì, è vero, sono passati mesi da quando ti sono state date e tu ancora devi provare a farla, quella torta che ti aveva fatto assaggiare la collega. Hai perso la ricetta, ma puoi sempre chiederla a lei, perché chi parte non se ne va mai davvero, non oggi che siamo a portata di clic.

La traccia di chi non c’è più sono due iniziali e un memo lasciato in un vecchio ordine, due singole lettere che risvegliano nel cuore ricordi rimossi, sensazioni dimenticate, reazioni sopite.

Quante persone ho conosciuto, nell’ultima manciata di anni. Quante se ne sono andate. Troppe.

C’è sempre un motivo per cui ci incontriamo e ogni incontro ha uno scopo, fosse anche soltanto il permettere a ambo le parti di mettere su una collezione di ricordi da custodire una vita intera.

L’amarezza della separazione, però, neppure un sorriso nostalgico la potrà mai alleviare.

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Partire, non fuggire

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I giovani devono andare, partire. Ma per curiosità, non per disperazione” Renzo Piano

Con la storia della mancata affluenza alle urne in occasione del referendum del 17 Aprile, nelle retrovie si è scatenato un rumoroso dibattito, capitanato da italiani coscienziosi che sono andati a votare solo per sentirsi poi dire, a referendum concluso, che non era servito a niente.

E’ stata questa la frase-chiave che ho letto un po’ dappertutto e che mi ha scioccata: non vado perché non serve a niente. In pochi hanno detto “non vado a votare perché il tornaconto di questo referendum non mi è chiaro”. Il che, se vogliamo vederla anche da quel punto di vista, ci sta. Si sono lette notizie talmente contraddittorie, sui canali ufficiali come su quelli ufficiosi, che la gente è arrivata al 17 aprile più confusa di prima: votare sì? Votare no? O astenersi del tutto ed evitare di far cazzate?

E poi, come può essere giusto un referendum al quale il premier stesso ha consigliato di non andare?

La reazione di chi è andato a fare il suo dovere di cittadino è stata violenta. I soliti appellativi – popolo di pecoroni, di ignoranti, di vigliacchi – sono tornati a fiorire, ma prima ancora di quelli, manifestazione di una rabbia impotente da parte di chi sta provando nel bene o nel male a cambiare le cose e non ci sta riuscendo, è arrivata stavolta una spolverata di qualcosa di nuovo e di più preoccupante, qualcosa che prima si annusava poco e restava addosso pure meno: la rassegnazione. Che è peggio. Alla delusione, infatti, c’è rimedio; la delusione, come la rabbia, è ancora un sentimento, implica un qualche coinvolgimento, una voglia di ribellarsi. La rassegnazione no. La rassegnazione è la firma di chi ha gettato la spugna, di chi di provare non ha più voglia. Di chi, schiacciato dall’ennesima sconfitta, si ritira portandosi sulle spalle tutto il peso di una stanchezza direttamente proporzionale alla ferocia con cui si era battuto in principio.

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E questa stanchezza, che lo si accetti o no, si trasforma in voglia di fuggire.

Fuggire da una realtà in cui le cose restano sempre uguali o vanno sempre peggio, da un Paese stupendo che non si sa prendere cura dei suoi cittadini, sfruttato e disseccato da vertici che ne hanno raschiato il fondo e, in certi casi, lo hanno anche bucato.
Fuggire da una vita che sembra offrire un futuro più cupo dell’incognita che li aspetta oltre i confini nord dello Stivale.

Leggevo ieri questo post, solo uno dei tanti sullo stesso tono in cui mi sono imbattuta negli ultimi due giorni. A colpirmi di più sono stati i commenti: dopo questo ennesimo fallimento indotto di quello che era un loro diritto costituzionale, gli ex-guerrieri italiani si arrendono e cominciano a considerare seriamente di abbandonare le amate sponde in cerca di una vita e un Paese migliori all’estero.
Non sapranno mai se quella di domenica è stata veramente una sconfitta o un bene, e il fatto stesso che non lo sappiano, che ci sia questa incertezza portata da un’informazione lacunosa e contraddittoria, conferma che la sconfitta c’è stata comunque.


La minaccia di partire è un grido d’aiuto lanciato ad orecchie che non stanno a sentire. E’ a loro che dovrebbe prestare attenzione chi può fare qualcosa per il loro Paese, da loro che dovrebbe cominciare a cercare di capire perché gli italiani abbiano questa stanchezza addosso
.

Cosa bisogna fare per sconfiggere una volta per tutte questo mostro che da anni sta consumando da dentro i nostri concittadini, rendendoli tra i più pessimisti e infelici d’Europa?
Non è una scoperta recente, in fondo. Il Corriere della Sera aveva pubblicato un articolo simile già 9 anni fa, in cui si diceva che l’infelicità dei cittadini del Bel Paese deriverebbe dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni, nel sistema sociale e nell’avvenire.”

E forse è così, forse è vero che gli italiani sono disillusi, stanchi, che non hanno più interesse ad informarsi e ad informare. Si trascinano tra i ruderi di quelli che avrebbero potuto essere e che non sono riusciti a diventare – non ancora almeno.

Quanti milioni di euro è costato quel referendum al quale il loro premier ha detto di non partecipare?

Il punto è: c’è sempre tempo per cambiare le cose.
Se 40 milioni di persone trasformassero quel “non vado a votare perché tanto non serve a niente” in “vado a votare anche se (forse) non serve a niente” qualcosa cambierebbe, eccome. Purtroppo, però, pochi se la sentono di fare quel passo da soli. Consci che i grandi cambiamenti partono proprio dall’azione del singolo e sperando che altri singoli si aggreghino, dando via al cambiamento, quei pochi lo fanno lo stesso, ma vengono disillusi dalla conferma di ciò che temevano: gli altri singoli non si sono aggregati, appagati da una sorta di sadica soddisfazione alla scoperta del veder riconfermata la loro idea che tutto sarebbe stato inutile, se si fossero accodati.

E così quei singoli coraggiosi decidono che è ora di andarsene e di raggiungere noi, che avevamo capito anni fa come andarcene si fosse ormai reso necessario e come non saremmo più tornati in maniera permanente, una volta che lo avessimo fatto. E oggi eccoci qui, che osserviamo da lontano quello che succede nel nostro Paese, confusi come tutti, con una coperta di tristezza a soffocarci il cuore e ad aumentare quel fastidioso senso di inevitabilità, quella consapevolezza che non ci sarà mai occasione per un rientro, neppure volendo, e che se e per quando ci sarà noi saremo ormai troppo radicati, troppo estranei a quella realtà nella quale siamo cresciuti, troppo vecchi.

Anche noi, a modo nostro, troppo stanchi.

rita-levi-montalcini-ribellarsi

ADDENDUM POST-PUBBLICAZIONE:

Sto ricevendo feedback interessanti a questo post.
Mi e’ arrivato un terzo punto di vista, da parte di chi a votare non ci e’ andato, e questo punto di vista e’: mi sono astenuto/a perche’ ci e’ stato chiesto di prendere una decisione che riguardava aspetti troppo tecnici della questione, su cui non avevo conoscenze sufficienti e che sarebbe spettata piuttosto a Regioni e Governo.
Mentre mi faccio un altro giro su altri siti cercando di capirne di piu’ anche su questo aspetto, vi chiedo: a quale decisione vi siete attenuti voi e perche’?