La traccia di chi non c’è più

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La traccia di chi non c’è più è una tazza che se ne sta sullo scaffale, lasciata indietro da qualcuno partito su un volo di sola andata per un altro Paese, diretto verso un’altra vita, verso altre esperienze.
Reca i segni delle troppe girate del cucchiaino con cui era stato aggiunto lo zucchero, il bordo scurito da tanti caffè. Il rollio di colori e di fiori sulla ceramica stanca si staglia contro il vuoto dei buchi lasciati dalle altre tazze prese da altri, ma quella lì no, quella nessuno l’ha toccata.

Non ancora, non per ora.

E per qualche tempo ancora le mani continueranno a girarci intorno, a prendere altre tazze da quel ripiano, inconsciamente o intenzionalmente, consapevoli che non appartiene a loro, nonostante la sola persona autorizzata a usarla varcherà la porta di un altro ufficio in un altro Paese, ma non di quello.

La traccia di chi non c’è più sono delle bustine di vaniglia scritte in tedesco che cadono dallo sportello in cucina e ti ricordano che sì, è vero, sono passati mesi da quando ti sono state date e tu ancora devi provare a farla, quella torta che ti aveva fatto assaggiare la collega. Hai perso la ricetta, ma puoi sempre chiederla a lei, perché chi parte non se ne va mai davvero, non oggi che siamo a portata di clic.

La traccia di chi non c’è più sono due iniziali e un memo lasciato in un vecchio ordine, due singole lettere che risvegliano nel cuore ricordi rimossi, sensazioni dimenticate, reazioni sopite.

Quante persone ho conosciuto, nell’ultima manciata di anni. Quante se ne sono andate. Troppe.

C’è sempre un motivo per cui ci incontriamo e ogni incontro ha uno scopo, fosse anche soltanto il permettere a ambo le parti di mettere su una collezione di ricordi da custodire una vita intera.

L’amarezza della separazione, però, neppure un sorriso nostalgico la potrà mai alleviare.

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L’amore in un gettone telefonico

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Era bello telefonarsi da 10, 20 o 600 chilometri di distanza, una volta.
Quando il telefono era il solo mezzo che avevamo per comunicare gli uni con gli altri, quando sentire una voce ci dava emozioni che le parole scritte non riusciranno mai a trasmettere. Perchè non si può mentire a un orecchio che ascolta. Bisognava essere bravi per camuffare una bugia, col telefono. E se l’orecchio che ascoltava era un orecchio innamorato, sentire quella voce anche solo per pochi minuti era un piacere che neppure una lettera scritta a mano poteva dare.

Quando Whatsapp o Facebook o le email ancora non esistevano, o queste ultime si stavano appena diffondendo, le relazioni erano piu’ spontanee e dirette. Gli amori nascevano e si spegnevano sulle note dei juke-box, dopo essere fioriti e cresciuti per la lunghezza dei cavi della Sip. E il cuore batteva a ritmo del tono di attesa nella cornetta. Inserivamo il gettone o la scheda telefonica nella fessura e aspettavamo che, dall’altra parte, la persona rispondesse. Aleggiavano sentimenti, si creavano legami, nascevano amori sul rumore del tono di attesa nella cornetta.
Si scrivevano lettere d’amore con le dita che esitavano, consce del fatto che una singola titubanza, un singolo errore o uno sbafo sarebbero stati la condanna dell’intero foglio.

Con i mezzi di comunicazione moderni si è persa l’intimità di una chiacchierata a due. Si è persa la magia del far sgorgare i propri sentimenti su un foglio, aiutati da una penna. L’ebbrezza ubriaca del ricevere una busta col proprio nome da quel mittente. Dell’aprire la lettera, del contarne le pagine. Del leggerne e rileggerne il contenuto col cuore che faceva piroette, dallo sterno alla gola e ritorno.

La forza delle parole, un tempo marcata dalla pressione della penna sulla carta, si è trasformata oggi in una serie di emoticon che fanno tutto il lavoro per noi. Il touchscreen è il nostro foglio, la tastiera del computer il nostro inchiostro. E nella comodità dell’impiegare dieci minuti a scrivere quello che prima richiedeva un’ora, abbiamo anche dimenticato come dire ti amo.
Perchè la poesia di un ti amo sussurrato in una cornetta a seicento chilometri di distanza nessuno smiley in una chat la potrà mai eguagliare.

I sentimenti non sarebbero stati gli stessi, se il gettone della cabina telefonica fosse stato un touchscreen foderato di emoticon.