Livello di rancore: Lily Allen

Stamattina hanno dato in radio un pezzo che resta un must dei miei anni universitari: Bed of Roses di Bon Jovi.

Leggenda (nota: ho detto leggenda!) narra che Giovanni Bongiovanni avesse tradito di nuovo la sua dolce metà e che questa, stufa, lo avesse mollato. Per riconquistarla, lui le dedicò l’album Keep the Faith. E lei tornò.
“I’ve got nothing to prove for it’s you that I’d die to defend”: chi non si tirerebbe giù le sottane, davanti a una strofa del genere?

Un sacco di donne, se hai messo loro le corna una volta di troppo.

Ognuno è fatto a modo suo e ha il sacrosanto diritto di ripigliarsi in casa chi si pare. Anche perché non è che la Hurley si sia ripresa un Igor di Frankenstein Junior. Si è ripresa Jon Bon Jovi che, specie agli albori, era un gran bel pezzo di figliolo.

Pezzo di figo o meno, però, e sempre senza giudicare la scelta di Mrs Bon Jovi perché ognuno con la propria vita sentimentale fa quel che cavolo si pare, se a me fai crescere in testa un palco di cervo e poi torni con l’equivalente odierno di “Sogno di una notte di mezza estate”, tu rimani comunque sullo zerbino di casa.

Non è soltanto la fiducia ad essere tradita, in quei casi: c’è stata anche una mancanza di rispetto.

Ogni persona, però, ha un vissuto a sé stante e prende determinate decisioni sulla base di quel vissuto. Non condona il gesto finale, ma aiuta per lo meno a capirlo, questo l’ho imparato di recente.

A distanza di quasi una decade una mia conoscenza persevera nel fracassare gli attributi di chiunque gli capiti a tiro (anche chi la storia, ormai, la conosce a memoria) parlando costantemente delle corna a lui messe dalla sua ex moglie. All’inizio anch’io l’ho condannata. Poi ho cominciato a scoprire fatti tragici a lei successi, esperienze che abbattono l’anima ma di fronte a cui lui, all’epoca suo marito, non ha mostrato né provato alcuna empatia.

A parole tutti possiamo essere degli empatici convincenti, basta avere un’ottima dialettica; i fatti, però, raccontano una storia diversa e nel suo caso tutto sembra essere stato circoscritto al suo dolore. Aveva la priorità, il resto diventava nulla, inclusa lei.

Neppure per un momento ha voluto provare a mettersi nei panni dell’altra, che di quelle legnate si è presa i colpi più forti. E lì ho cominciato a capire perché se ne è andata nella maniera in cui se ne è andata e ho pensato che, nonostante i miei valori, se avessi vissuto anch’io quello che ha vissuto lei, probabilmente mi sarei comportata nello stesso, identico modo, valori o no.

Comprensibile o meno, però, non bisogna dimenticare che in un tradimento c’è anche l’altra persona, che è stata ferita e umiliata, e che si trova a raccogliere a capo chino i cocci delle sue certezze.

Cocci che vanno comunque raccolti e accolti con amore. Augurare all’altro di finire sotto un tir con rimorchio è ormai roba antica: che la sua nuova fiamma lo faccia essere un Bambi in erba, ma con promesse di sviluppo di un palco meraviglioso, questo sì che è un augurio fatto col cuore.

Le chat non mentono, perché le parole si perdono, mentre i messaggi restano. O le ricevute, come quelle dei regali del marito alle amanti ritrovate dalla cantante inglese Lily Allen, da lei stampate su un vestito sfoggiato all’apertura del suo tour a marzo di quest’anno.

Livello di rancore: tre metri sopra il perdono.

Note nella notte

windscreen-rain

Un CD suona “Siamo i Watussi”.
Aggrappato al volante mentre cerca di dominare l’acquaplaning che sta spostando la sua 107, ride. Non riesce a smettere. La macchina è lanciata a 90 all’ora su un tappeto di idrogeno e ossigeno (H2O, H2O, continua a ripetersi) alle tre del mattino sulle strade di questa terra straniera e la sua radio suona “Siamo i Watussi”. Ridicolo, no?

La compilation si chiama ” I migliori successi italiani di sempre”. Lo sono? Forse sì. Sono canzoni mediocri che il passare del tempo ha reso successi perché più delle altre riescono a richiamare alla mente un passato di cui tutti hanno nostalgia. E la sua auto è diventata una capsula del tempo, uno scrigno fatto di ricordi e musica in cui l’oggi si fonde con ieri in un misto di affetto, senso di perdita e tristezza che si fondono e scivolano addosso lisci come l’acqua che si sta snodando sul parabrezza.
A-abbronzatissima, sotto i raggi del sole, come è bello sognare, abbracciato con te!
Non ricorda più il colore della sua pelle abbronzata. Nell’isola in cui vive e in cui il sole, quello vero, batte raramente, tutto si raffredda. Anche i sentimenti.
Sulle labbra tua dolcissime, col profumo di salsedine…
Che sapore ha un bacio ricoperto di sale?
Non se lo ricorda. È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui ha visto il mare in estate.
È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui ha baciato qualcuno. Forse, non c’è mai stato un bacio al profumo di salsedine, nella sua vita. Non ancora.

Dalle casse inizia a diffondersi la voce di Giuni Russo. Le canzoni italiane più belle di sempre sembrano ridursi a una sequenza di melodie che inneggiano all’estate. È la colonna sonora della sua infanzia, della giovinezza dei suoi genitori, dei suoi amici. È un disco di tutti. E sotto la pioggia battente, nel buio di quella notte nordeuropea, finalmente li ritrova.
Il sapore del sale sulle labbra.
Il calore del sole di agosto sul viso.
Il rumore delle onde e gli schiamazzi dei bambini sul bagnasciuga e gli altoparlanti in spiaggia che eruttano le ultime hit parade e le famiglie che si chiamano e i ragazzini che giocano a pallone su un campo disegnato a colpi di tallone.
Si rivede sul sedile posteriore della Fiesta di suo padre, coi finestrini abbassati, l’aria bollente che entra a fiotti mentre avanzano sul lungomare in cerca di un parcheggio, con la voglia di affondare i piedi sulla sabbia rende tutti un po’ impazienti. E alla radio c’è Giuni Russo che canta Un’estate al mare.
Ma la pace e il caldo e il profumo del mare vengono cancellati dal martellare della pioggia sul tetto della 107, il bollore dell’afa sostituito dal calore del motore eiettato in un flusso costante dalle ventole sul cruscotto. Sembra esserci sempre pioggia, in questa terra lontana e avulsa dai suoi ricordi. Anche se, in fondo, non è proprio così e lo sa. Ma stasera, sotto quel diluvio, preferisce pensare che sia sempre così, che non brilli mai il sole, lì.
E casa sua non è mai sembrata così lontana.

Chissà dov’era casa mia
e quel bambino che
giocava in un cortile
Io, vagabondo che son io
Vagabondo che non sono altro…

Note nella notte (C) 2014 Juana Romandini