Un sogno chiamato The Elements Tour

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All’abbassarsi delle luci, in sala scende un silenzio di vibrante attesa.
Quasi qualcuno abbia spento un interruttore, le duemilacinquecento anime che gremiscono la Royal Concert Hall di Notthingham si zittiscono, trattenendo il respiro, mentre nell’aria cominciano a snodarsi le prime note del medley di apertura di Elements, il concerto che prende il nome dall’ultimo album del maestro Ludovico Einaudi.

È un attacco senza preamboli, il suo, che fa capire lì e subito a cosa ci sottoporrà nel corso della serata: a un turbine di suoni, melodie, versi ed emozioni che ci catapulteranno nel mistico mondo degli elementi: terra, acqua, fuoco e aria.

È stata un’emozione indescrivibile a parole. Sono passati due giorni, e al ripensarci nello stomaco sento ancora quella mescolanza di ammirazione, nostalgia e melanconia provata mentre ascoltavo il concerto di persona, assorbendo ogni singola nota con avidità, impacchettando le mie emozioni con un nodo stretto stretto e infilandole in un cassetto speciale della mia memoria.

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Assistere ad un concerto di Einaudi era nella mia lista di cose da fare almeno una volta nella vita.
Quando, a gennaio, avevo cominciato a guardare in quale angolo del globo andare per poter realizzare questo sogno, tutto mi sarei aspettata tranne che di poterlo fare in Inghilterra, a due ore di macchina da casa. Va da sé che le due esibizioni alla Bridgewater Hall di Manchester erano fully booked praticamente sin dal giorno in cui erano stati messi in vendita i biglietti, ma alla fine la sortita a Nottingham è stata un bel diversivo, che mi ha permesso di rivedere alcuni degli scorci più grigi e interessanti del nordest – con Sheffield in pole.

Nella Royal Concert Hall sabato sera c’erano persone di tutte le età . Duemilacinquecento anime unite da una passione comune per i capolavori di un uomo capace di sfiorare le corde dell’animo con tocchi sui tasti, sottili come carezze, capaci di rievocare in ciascuno di noi sentimenti diversi, di portarci sulla scia della musica in posti in cui non pensavamo di poter tornare o di poter andare. Ognuno è stato trasportato in un’altra dimensione a modo suo. Io non ho mosso un muscolo per tutta la durata del concerto. La signora seduta dietro la mia amica non ha smesso di trangugiare Haribo per tutta la durata del primo atto, creando un interessante sottofondo di plastica stropicciata e masticazione che, a momenti, si mesciava perfettamente coi suoni tribali in arrivo dal palco. Il signore seduto dietro di me non ha potuto esimersi dal battere il piedino e la brochure a tempo – tra un sorso di Pepsi e l’altro.
Assistere a concerti o spettacoli teatrali in Inghilterra resta sempre un’esperienza interessante.

Alla fine della prima parte ci sono stati regalati venti minuti di assolo al piano, un medley partito con un inedito, proseguito con una reprisa di Elements e seguito dalle note del pezzo Nuvole Bianche. La mia riserva di compostezza si è esaurita tutta d’un colpo. Avevo sperato di ascoltare dal vivo quella melodia sin dal giorno in cui avevo comprato il biglietto, anche se è vecchiotta, anche se il concerto era incentrato sull’ultimo album, eppure di colpo eccola che arriva, proprio lei tra tutte. All’accendersi delle luci, non ero l’unica a cercare il fazzoletto in borsa. È stato un momento stupendo.

L’esecuzione di Nuvole Bianche è stata solo l’ultima delle coincidenze incredibili a me capitate con questo concerto.
I biglietti li avevamo trovati grazie a una cancellazione improvvisa fatta giusto pochi minuti prima di metterci al computer per cercarli, tre mesi fa. Due posti, solo due, gli unici disponibili in un mare di tutto esaurito, con una visuale e un’acustica ottime.
Le coincidenze non esistono.

 

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La seconda parte del concerto ha davvero fatto sembrare la prima una mera introduzione, un assaggio di quello che avremmo visto e ascoltato nell’ora successiva.
La prima mezz’ora del secondo atto l’abbiamo passata a lume di candela, in onore dell’Earth Day.

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Poi i suoni, le luci spettacolari, i flash, le immagini sfocate e distorte hanno preso vita sullo sfondo e intorno, un accenno incalzante agli elementi che si scatenavano, con la musica che ti entrava nelle orecchie e ti si spandeva in corpo, correndoti nel sangue, facendoti diventare un tutt’uno con gli altri presenti, la sala, il pianoforte, e facendo materializzare nella tua mente immagini che non venivano da nessuna parte, eppure erano ugualmente vivide davanti agli occhi. Ho visto montagne immense dominare laghi su cui si adagiava la notte, ho sentito la pioggia battere sui prati ghiacciati, ho visto temporali infuriare sopra una natura incontaminata, mondi subacquei venire percossi con gentilezza da vibrazioni che sapevano di antico e di sacro.
Un crescendo di strumenti che in alcuni momenti hanno sovrastato quasi del tutto le note delicate emanate dal pianoforte.

Il Maestro dirige, ma solo con un accenno della mano, rapito come noi da quel mondo etero fatto di musica e bellezza. Non mi ha sorpresa, all’uscita, trovare sulla porta questo cartello:

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Alla fine del concerto il Maestro e gli altri artisti abbandonano il palco, ma le luci restano spente. Nell’aria si espande una carica elettrica, mentre il battito di cinquemila mani si fa cadenzato e insistente. Su nella piccionaia, due voci italiane cercano di farsi strada sopra il caos chiamando spudoratamente Lu-do-vi-co, Lu-do-vi-co, Lu-do-vi-co.
Ed eccoli che riappaiono, il Maestro e il suo team di musicisti, degno di un applauso altrettanto feroce per aver saputo rendere completa l’esibizione, innalzandone il livello, fondendosi alla perfezione con il leading sound dello strumento sovrano.

Il team ci regala un bis di dieci minuti, prima di darci la buonanotte e dichiarare conclusa la serata.

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Cos’e’ che ci piace di Einaudi, al punto da arrivare a registrare il tutto esaurito ovunque decida di esibirsi? Cos’è che lo ha fatto scoprire e piacere a me, più di dieci anni fa? Questo articolo sembra rispondere a tutte e due le domande:

http://www.theguardian.com/music/2016/mar/01/classical-superstar-ludovico-einaudi-im-inspired-by-eminem

Ludovico Einaudi piace perché in ogni sua composizione ci mette un po’ di se stesso, e questa pienezza, o assenza di vuoto che fin troppo spesso si percepisce in musicisti di stampo più commerciale, si avverte.
Personalmente, a me la sua musica piace perché ogni suo album trasmette qualcosa di diverso, e quel qualcosa cambia e muta ogni volta che li riascolto.
Quando non riesco a buttare fuori il turbine di sensazioni che mi ribolle dentro e che pure sento il bisogno di riversare su carta, non ho che da mettere le cuffie e lasciare che siano le sue creazioni a portarmi dove devono, a farmi trovare quella parola, quell’attacco che mi permetterà di cominciare finalmente a scrivere la storia che preme per venire fuori, a farmi capire qual è l’emozione che sto cercando di acchiappare, per studiarla e descriverla così come la sento io.

Assistere di persona all’esecuzione dal vivo di Elements è stata, semplicemente, un’esperienza unica. Einaudi sabato sera non ci ha fatto semplicemente ascoltare la sua musica. Ce l’ha fatta vivere, percepire, sentire.

Einaudi resta un artista di fama internazionale con un’umiltà e un lato umano degni di nota. Al fidanzato di una mia amica, incontrato per caso in un bar in centro a Manchester, ha regalato 4 biglietti per il concerto alla Bridgewater Hall di quella sera. In coda ci aveva aggiunto anche il pass per il backstage. Un piccolo aneddoto che mi sento di scrivere qui per contrastare le dicerie sulla sua presunta superiorità tanto care ai suoi detrattori.

Per quello che può valere, Maestro, con questo articolo io le stringo virtualmente la mano e le dico grazie. Grazie per averci regalato una serata magica, che ricorderò finché vivo, per aver condiviso con noi delle melodie bellissime e toccanti, che ci hanno fatto vibrare le corde dell’anima. Grazie per avermi aiutata, senza saperlo, a scrivere alcuni dei miei pezzi più belli. Un giorno la mano gliela stringerò di persona. In un’altra vita, magari, una mattina in cui in cielo corrono nuvole bianche.

 

Piaceri che sanno di antico

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Da qualche tempo in qua ho riscoperto il piacere di ascoltare la radio, quando sono in macchina.
La mia non è proprio una scelta spontanea, visto che la mia macchina, per tenere fede all’acronimo Fix It Again Tony, quando fuori scendiamo sotto i 5 gradi smette di leggere qualunque CD.

Per chi di voi vive o lavora nel North West, tra i canali radio che suggerisco di ascoltare (oltre agli immortali BBC1 e BBC4) ci sono Smooth Radio, Heart e Classic FM. Le prime due sfornano più che altro musica pop, l’ultima – come da nome – solo musica classica, colonne sonore e musical. I DJ di Heart Breakfast sono la miglior medicina che si possa prendere per guarire dallo scazzo pre-ufficio del mattino, specie il lunedì, le selezioni di Classic FM della sera quel tanto che ti serve per disintossicarti della giornata e rallentare i ritmi.

Dell’ascoltare la radio mi piace soprattutto l’imprevedibilità. Non sai mai che canzone stiano per tirare fuori, per capirci. E, se la canzone la conosco, la mente fa voli pindarici che dal presente mi riportano a un’altra vita, in un’altro Paese, a un’altra epoca. Non so se a voi è mai capitato. È come aprire un album di fotografie fatto di musica e parole, come sollevare il coperchio di una scatola del tempo rimasta abbandonata per vent’anni. Mi tornano in mente dettagli, emozioni, sensazioni, sapori, parole che avevo dimenticato, e per i tre minuti della canzone la mia testa è da tutt’altra parte, a rivivere le pennellate sopite di un quadro dipinto tempo fa e da altrettanto rimasto chiuso nei cassetti della memoria. Mi scopro a conoscere testi di canzoni che neppure sapevo di aver memorizzato, e mi rendo conto di capire ora le parole di quelle che, all’epoca in cui Google e Internet erano ancora fantascienza, venivano da me trascritte a mano in un continuo alternarsi di rewind e play, azzeccando cavolo per fischio – tipo il verso “I was shivering inside” in Jealous Guy di John Lennon, da me trascritto con “I was sure of it inside” (potete ridere, sì), perché’ a 17 anni “shivering” era uno di quei termini che, senza Google e con una professoressa che in classe ti faceva fare tutto tranne imparare l’inglese come Dio comanda, era proprio impossibile indovinare, neppure facendo rewind-play un milione di volte.

Noi italiani ci lamentiamo di essere incapaci con l’inglese, per lo meno finché non dobbiamo averci a che fare per forza e lo impariamo, ma 7 anni in mezzo agli Europei mi hanno insegnato che basterebbe avere nelle scuole degli insegnanti più competenti e dei programmi meglio strutturati per eliminare alla radice questa nostra lacuna. Personalmente, sono uscita dal linguistico con un livello eccellente di francese, buono di tedesco e a malapena sufficiente di inglese. Perché? Perché nel primo caso venivo da 8 anni e due insegnanti capaci e appassionate, mentre nel secondo il solo limite al raggiungere lo stesso livello sono stati i 3 anni appena di insegnamento. E nel terzo? Nel terzo il danno è stato fatto dalle due insegnanti da me avute alle medie e alle superiori, la prima una nonnina dolcissima che pronunciava (e chi se le scorda, certe cose?) “happened” cosi’ come si scrive, la seconda, che mi è stata cordialmente sulle scatole per tutti e cinque gli anni di liceo, una tizia troppo impegnata a dar sfoggio delle sue capacità per rendersi conto che la lingua doveva anche trasmettercela. Come ho risolto? Facendo pratica a casa, scrivendo quotidianamente in inglese a dei miei contatti, leggendo le notizie sul portale della BBC e avendo un’emicrania arrivata al venerdì sera. Ma, nonostante tutta la buona volontà, quando oggi rileggo i miei scritti dell’epoca faccio fatica a trattenermi dal ridere come una pazza.

Ho notato che cominciano ad apparire sulle locandine dei cinema italiani i titoli in doppia lingua. È un buon inizio. Visto mai che per il 2050 ci libereremo finalmente dell’etichetta “inglese Dolmio” che ci ritroviamo cucita addosso grazie allo stereotipo commerciale d’Oltremanica. Sarebbe fantastico.