La violenza invisibile

(Nota: varierò tra femminile e maschile, in questo post, perché il fenomeno riguarda tanto le donne quanto gli uomini, tanto le coppie quanto i rapporti tra familiari).

Manipolazione è una parola di cui sembra si stia abusando, oggi, mentre in realtà stiamo solo cominciando a chiamare le cose con il loro nome.

Quello che prima era la norma, comincia a non esserlo più. Finché non smetteremo di considerare accettabile questo aspetto delle relazioni, però, di qualunque natura esse siano, la strada verso la lotta contro la violenza domestica, la misoginia e la misandria resterà lunga.

Gli effetti di una manipolazione protratta nel tempo possono essere devastanti sulla psiche tanto quanto quelli nel corpo lasciati da un’aggressione fisica. Quelli sulla mente, però, sono invisibili per chi osserva dall’esterno. Diventa pertanto difficile capire il trauma che si nasconde dietro di essi, o il pericolo che rappresentano e che, alla lunga, può spingere una persona verso il punto di non ritorno.

La violenza psicologica può essere dimostrata con l’ausilio di messaggi ed e-mail, quando presenti, ma far capire cosa significhi viverla è, a volte, un’impresa impossibile. Per quanto chi ci sta vicino possa provarci, difficilmente afferrerà fino in fondo cosa voglia dire essere annientati un giorno alla volta… dalle parole.
Soprattutto quando chi manipola appare agli esterni come una persona amabile e disponibile. Dietro la facciata, però, i gesti vengono annullati dalla totale assenza di empatia e dalla continua necessità di rivendicarli, anche alle spalle di chi li ha ricevuti, come se ogni atto di gentilezza desse diritto a pretendere qualcosa in cambio.

La manipolazione continua a produrre i suoi effetti molto tempo dopo la fine della relazione disfunzionale, lasciando dietro di sé un terreno arido fatto di insicurezze e sensi di colpa mai davvero appartenuti a chi l’ha subita. Non si riesce più a ricordare chi si era prima, trovandosi in alcuni casi a soffrire dei sintomi tipici del disturbo post-traumatico da stress.

Si pensa spesso che la vittima ideale di una manipolatrice sia fragile, insicura o priva di autostima: non è così. Molte volte a restare intrappolate in relazioni di questo tipo sono persone indipendenti, colte, risolte, con un lavoro stabile e una vita all’apparenza equilibrata. Il manipolatore è bravo ad individuare le loro vulnerabilità emotive, ad insinuarvisi e far vacillare certezze che prima sembravano solide.

In alcuni casi si diventa manipolatori, sia in maniera consapevole che inconsapevole, in risposta a un vissuto difficile o traumatico; la manipolazione, infatti, può essere la manifestazione di vecchie ferite mai rimarginate.

Comprenderne l’origine, però, non significa giustificarla.

Una relazione manipolatoria di solito comincia con dettagli all’apparenza insignificanti: una battuta umiliante subito liquidata come scherzo, una critica sottile (ma costante), il trasformare una conversazione serena in un litigio di cui, puntualmente, sei tu la responsabile. Vivi nella paura costante dell’arrivo dell’ennesimo diverbio scaturito dal nulla e dovuto al nulla.

Il manipolatore insulta i tuoi hobby, perfino quelli più innocenti, anche quelli che fanno di te… te. Trova (o inventa) difetti fisici di cui prima non eri consapevole, e questi e i tuoi hobby diventano motivo di risata davanti a terzi. Se provi a farlo notare sei pignola, permalosa. Non sai stare allo scherzo.

È uno stillicidio lento, una goccia che, giorno dopo giorno, scava un tunnel dentro la tua essenza, frantumando le tue certezze, la tua sicurezza e, infine, la persona che eri prima di quell’incontro.

E la razionalità, in tutto questo, dov’è?
C’è, e prova a riportarci sul binario giusto, a dirci di doverci allontanare da chi non ci rispetta, ma viene messa a tacere. Le giustificazioni che ci diamo in quei casi sono tante, dal “non l’ha fatto apposta”, al “è solo stanco”, al “sta passando un momento difficile”.

Questo finché arriva il giorno in cui una parola o un gesto lesivo di troppo ci fanno esplodere. Spesso segue una guerra all’ultima parola in cui la manipolatrice cerca in ogni modo di riaffermare la propria ragione (e il tuo torto).
Oppure arriva il ghosting.
Il ghosting è una delle azioni più vigliacche da intraprendere nei confronti del partner. È un modo di dire: tu non esisti.
Un dolore, quello della vittima, che viene sfruttato facendolo diventare una sua colpa, alternandolo con giorni di apparente idillio per riportarla a sé.

Per gli esterni è difficile capire perché qualcuno continui a restare in una relazione tossica del genere.
Una mia amica, una volta, non sapendo più che pesci pigliare, con me, mi fece il famoso esempio della rana nella pentola d’acqua fredda: se l’acqua fosse stata bollente fin dall’inizio, la rana sarebbe saltata fuori. Invece l’acqua si scalda lentamente e la rana non si accorge del pericolo finché non è troppo tardi.

Una relazione manipolatoria funziona allo stesso modo. All’inizio tutto sembra andare bene, poi arrivano le prime crepe, ignorate perché la lucidità è offuscata dall’innamoramento. Nel tentativo di salvare l’altra dal suo dolore si finisce per sacrificare se stessi, mettendo da parte i propri bisogni, la propria identità, trascinandosi in una storia che consuma, fa male e, in ultimo, fa perdere la voglia di vivere.

Eppure mettere la parola fine sembra impossibile. Le ragioni possono essere tante, ma quasi sempre hanno come radice delle ferite antiche che trovano terreno fertile in quelle dell’altro.
La fine della relazione, spesso decretata proprio da chi manipola, genera disperazione e smarrimento ma, col tempo, fa spazio a un ampio senso di respiro, di libertà e al ritorno verso chi eravamo prima che questa cominciasse.

Il supporto di un terapeuta è essenziale per capire di non doversi colpevolizzare: era necessario che ci accadesse per imparare a stabilire i nostri confini e capire di non dover permettere più a nessuno, neppure a noi stessi, di metterci da parte per qualcun altro e accettare di non venire rispettati.


LETTURE CONSIGLIATE:

Donne che amano troppo di Robin Norwood. Un classico sulla dipendenza affettiva, sulla manipolazione… e su come uscirne.

Di troppo amore di Ameya Gabriella Canovi. Studia come l’amore diventi un bisogno, generando pericolose dipendenze affettive e permanenze in relazioni tossiche.

Quando il “narcisista maligno” è reale di Roberta Bruzzone. Un post in cui la dott.ssa Bruzzone studia il malessere generato all’interno della coppia da un vissuto che influenza quello dell’altro e in cui non sempre la manipolazione è voluta.

La Gnocca da Spiaggia

Da qualche settimana, ma soprattutto negli ultimi giorni, siamo sottoposti a una prova di sopravvivenza in cui le temperature degne di Arrakis si sposano con l’umidità buona giusto in una vaporiera.

Il caldo, di quelli che, all’apertura delle finestre, ti stampa in faccia il bacio di Drogon, Viserion e Rhaegal tutti insieme, pare dirti: ricordati che devi morire.

I panni vengono lanciati sui fili da dentro casa, senza nemmeno metterci le mollette, e le mamme, appena arrivate in spiaggia, scaraventano i pargoli al largo, sperando così di ottenere qualche minuto di pace, il tempo che ci vuole alla prole per nuotare verso riva (si spera senza affogare nel mentre).

E intanto che i genitori si prendono un attimo di meritato riposo, dal riparo infuocato dell’ombrellone li osservo e penso che sono degli eroi. Voglio dire, i figli sono ancora vivi e loro ancora incensurati. Con 35 gradi all’ombra.

Riprendo in mano il libro. Le pagine restano incollate tra loro, s’attaccano alle dita. L’asciugamano è diventato una distesa di carboni ardenti (il mito che la microfibra non faccia sudare è, appunto, giusto quello), l’acqua nella bottiglia è ormai buona per cucinarci uno spaghetto al volo, e mentre muoio lentamente mi chiedo perché la stessa sorte non debba toccare alla cassa bluetooth del signore due file più avanti, che da un’ora spara Franco Califano a tutto volume verso una spiaggia in cui la gente vorrebbe solo schiattare in silenzio. O, per lo meno, non accompagnata da Califano.

Mentre mando un ultimo saluto a chi mi vuole bene, col viso che caccia acqua da pori di cui non sospettavo neppure l’esistenza, la vedo.

Lei, la Gnocca da Spiaggia.

Seguita dagli svolazzi del suo abito 100% sintetico che la copre dai polsi alle caviglie, i capelli lunghi avviluppati alle spalle come una coperta confortante, sfila leggiadra sulla passerella, quasi le fiamme sprigionate dalla sabbia, stile Palude del Fuoco, non la riguardassero.

Il viso asciutto, il trucco perfetto, con una svirgolata elegante della mano si scosta una ciocca dal viso, seguita dal tintinnare dei diecimila braccialetti al suo polso. Sorride a Lucifero e ai suoi adepti, e poco prima di sparire dentro lo chalet lancia un casuale: “Si sta proprio bene, oggi, nevvero?”

Né Lucifero, né gli adepti le rispondono.

Nel frattempo io, sul lettino, ho ormai perso la mia forma umana e assunto quella di un Barbapapà, la crema solare uno scudo contro l’evaporazione della profusione di micro sfere d’acqua in eruzione sulla mia epidermide. Sono la mamma della Banda Fratelli reduce da un bagno turco, la toppa di capelli un nido di piccione in cima alla mia testa da cui non estrarrò mai più l’elastico.

Alzo bandiera bianca: me ne torno a casa. Prima, però, devo trovare il modo di scollarmi dal lettino. L’asciugamano-che-non-fa-sudare viene via insieme a me, mi drappeggia alla buona stile costume da Navajo comprato su SHEIN. Cerco di entrare nei pantaloncini e nella maglietta facendo salti acrobatici per farli scorrere, senza sfiorare la sabbia neppure per sbaglio e, soprattutto, senza guadagnarmi la scomunica.

La Gnocca da Spiaggia, intanto, torna. Ancora impeccabile, ancora asciutta. Si ferma a fare due chiacchiere con una signora, sotto il sole, ma la tizia è già morta e il suo annuire è solo un’illusione ottica, un miraggio inferiore. Passa alla signora successiva, non sembra avere fretta di raggiungere l’ombra, la Gnocca. Perché, in fondo, oggi in spiaggia si sta proprio bene… nevvero?

Un giorno, forse, le farò conoscere la mia amica Figa a Prescindere.