Il film Don’t look up di Adam McKay ha reso famosa una frase all’apparenza banale: avevamo già tutto e non lo sapevamo.
Mi fece riflettere molto, quando la sentii per la prima volta.
Spesso, infatti, abbiamo più del necessario, ma ci sentiamo come se ci mancasse qualcosa, quasi fossimo alla costante ricerca di un significato aggiunto o di un’esperienza in grado di dare una scossa alla monotonia della nostra quotidianità… almeno fino a quando, com’è successo sei anni fa con la pandemia, qualcosa non ci costringe a fermarci e fare il punto della situazione.
A fare un bilancio della nostra vita fino a quel momento.
L’ultima volta in cui mi è stata citata la frase di Don’t look up è successo in concomitanza con una ricorrenza per me dolce-amara: l’anniversario del mio saluto a Manchester.
Ascoltandola e ripensando agli addii di quei giorni, alcuni molto difficili, mi sono detta: eravamo già felici… e lo sapevamo.
Qualche anno prima avevo lasciato l’appartamento in cui avevo vissuto per sette anni. Avevo venduto la macchina, i mobili e il superfluo, e chiuso il resto della mia roba in scatoloni portati via dalla compagnia di traslochi. Avevo poi salutato quella che nei tredici anni precedenti era stata la mia prima casa, l’Inghilterra.
Chi prova emozioni forti sa quanto possa incidere nel profondo separarsi da luoghi e persone cari, anche quando avviene in vista di un cambiamento positivo.
Le immagini prendono ad affollare la memoria. Si sente l’eco di una risata, si percepisce il calore di una cena in compagnia che non ci sarà più. Si ricordano le misure di un tavolo a cui non ci si siederà un’altra volta, o il punto esatto in cui si inceppava la maniglia della finestra, o l’odore che faceva la moquette dopo che la casa era rimasta chiusa per una settimana.
Nel momento in cui uscii dal mio appartamento, pronta a riconsegnarne le chiavi, capii, senza averlo realizzato quando ci vivevo, che in quegli spazi ero stata soprattutto felice.
Nonostante tutto, nonostante gli anni horribiles.
Più che le lacrime, mi resi conto di ricordare le risate.
Aggirandomi per le stanze vuote e provando una pugnalata al cuore alla vista di ogni angolo spoglio di presenze e oggetti a me cari, volli prendermi un minuto per ringraziarle per tutti i momenti felici degli ultimi anni da loro conservati.
Nel ricordare assaporai le immagini che mi avrebbero aiutata ad affrontare un futuro bello, ma incerto, in un paese a cui, in teoria, appartenevo e che al tempo stesso mi era ormai estraneo: l’Italia.
Le settimane infinite di pioggia e vento gelido in cui passavamo più tempo a spulciare il menù di Netflix che a vedere qualcosa.
I mesi interminabili rimasti chiusi in casa, nel 2020, a lavorare col portatile sul tavolo della cucina, lontani dalle famiglie e senza avere alcuna certezza su se e quando le avremmo riviste.
Gli amici, nostra seconda famiglia, con cui, a distanza di sicurezza, avevamo condiviso le festività grigie e preoccupate di quell’anno.
Nel momento in cui chiusi la porta di casa per l’ultima volta, realizzai che più di tutto tra quelle quattro mura c’era stato amore.




