Piaceri che sanno di antico

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Da qualche tempo in qua ho riscoperto il piacere di ascoltare la radio, quando sono in macchina.
La mia non è proprio una scelta spontanea, visto che la mia macchina, per tenere fede all’acronimo Fix It Again Tony, quando fuori scendiamo sotto i 5 gradi smette di leggere qualunque CD.

Per chi di voi vive o lavora nel North West, tra i canali radio che suggerisco di ascoltare (oltre agli immortali BBC1 e BBC4) ci sono Smooth Radio, Heart e Classic FM. Le prime due sfornano più che altro musica pop, l’ultima – come da nome – solo musica classica, colonne sonore e musical. I DJ di Heart Breakfast sono la miglior medicina che si possa prendere per guarire dallo scazzo pre-ufficio del mattino, specie il lunedì, le selezioni di Classic FM della sera quel tanto che ti serve per disintossicarti della giornata e rallentare i ritmi.

Dell’ascoltare la radio mi piace soprattutto l’imprevedibilità. Non sai mai che canzone stiano per tirare fuori, per capirci. E, se la canzone la conosco, la mente fa voli pindarici che dal presente mi riportano a un’altra vita, in un’altro Paese, a un’altra epoca. Non so se a voi è mai capitato. È come aprire un album di fotografie fatto di musica e parole, come sollevare il coperchio di una scatola del tempo rimasta abbandonata per vent’anni. Mi tornano in mente dettagli, emozioni, sensazioni, sapori, parole che avevo dimenticato, e per i tre minuti della canzone la mia testa è da tutt’altra parte, a rivivere le pennellate sopite di un quadro dipinto tempo fa e da altrettanto rimasto chiuso nei cassetti della memoria. Mi scopro a conoscere testi di canzoni che neppure sapevo di aver memorizzato, e mi rendo conto di capire ora le parole di quelle che, all’epoca in cui Google e Internet erano ancora fantascienza, venivano da me trascritte a mano in un continuo alternarsi di rewind e play, azzeccando cavolo per fischio – tipo il verso “I was shivering inside” in Jealous Guy di John Lennon, da me trascritto con “I was sure of it inside” (potete ridere, sì), perché’ a 17 anni “shivering” era uno di quei termini che, senza Google e con una professoressa che in classe ti faceva fare tutto tranne imparare l’inglese come Dio comanda, era proprio impossibile indovinare, neppure facendo rewind-play un milione di volte.

Noi italiani ci lamentiamo di essere incapaci con l’inglese, per lo meno finché non dobbiamo averci a che fare per forza e lo impariamo, ma 7 anni in mezzo agli Europei mi hanno insegnato che basterebbe avere nelle scuole degli insegnanti più competenti e dei programmi meglio strutturati per eliminare alla radice questa nostra lacuna. Personalmente, sono uscita dal linguistico con un livello eccellente di francese, buono di tedesco e a malapena sufficiente di inglese. Perché? Perché nel primo caso venivo da 8 anni e due insegnanti capaci e appassionate, mentre nel secondo il solo limite al raggiungere lo stesso livello sono stati i 3 anni appena di insegnamento. E nel terzo? Nel terzo il danno è stato fatto dalle due insegnanti da me avute alle medie e alle superiori, la prima una nonnina dolcissima che pronunciava (e chi se le scorda, certe cose?) “happened” cosi’ come si scrive, la seconda, che mi è stata cordialmente sulle scatole per tutti e cinque gli anni di liceo, una tizia troppo impegnata a dar sfoggio delle sue capacità per rendersi conto che la lingua doveva anche trasmettercela. Come ho risolto? Facendo pratica a casa, scrivendo quotidianamente in inglese a dei miei contatti, leggendo le notizie sul portale della BBC e avendo un’emicrania arrivata al venerdì sera. Ma, nonostante tutta la buona volontà, quando oggi rileggo i miei scritti dell’epoca faccio fatica a trattenermi dal ridere come una pazza.

Ho notato che cominciano ad apparire sulle locandine dei cinema italiani i titoli in doppia lingua. È un buon inizio. Visto mai che per il 2050 ci libereremo finalmente dell’etichetta “inglese Dolmio” che ci ritroviamo cucita addosso grazie allo stereotipo commerciale d’Oltremanica. Sarebbe fantastico.

Come fly with me

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Noi italiani con l’inglese facciamo proprio schifo.
Ce lo cominciano a ficcare in testa quando stiamo ancora perdendo i denti da latte e continuano a provarci finché non siamo abbastanza grandi per votare, ma niente.
Questa lingua meravigliosamente semplice
proprio non ci entra in testa. Riusciamo a parlare fluenti il francese, quando vogliamo, ma l’inglese e le sue costruzioni logiche ed elementari non riescono proprio a fare presa nel nostro cervello.

Quando mi sono trasferita nel Regno Unito, il mio inglese era tale e quale a quello dei connazionali che piombano qui a frotte sui voli Ryanair. Prima di formulare una frase dovevo pensarci. Me la dovevo tradurre in testa, arrivando a parlare come il robot Bender e sbagliando una parola su tre. E questo detto da una che s’è fatta i suoi bei 5 anni di linguistico. Ma se può permetterselo Renzi, allora possiamo permettercelo tutti.

Cos’è che ci rende così impediti con l’inglese? Perché tedeschi e scandinavi ci danno la paga?
Tanto per cominciare, perché il tedesco, così come le lingue scandinave, hanno una costruzione sintattica e una pronuncia molto più vicine all’inglese di quanto non lo sia l’italiano. Il tedesco, poi, le frasi le costruisce pezzo per pezzo, con le parole usate tipo mattoni. Un po’ quello che succede con l’inglese.
L’inglese e il tedesco, messi su carta, hanno senso. Non ci sono duemila coniugazioni verbali su cui impazzire. Non c’è un tempo adeguato per ogni situatione. E, soprattutto, non hanno né il congiuntivo né, come nel francese, il partitivo.

A scuola in francese ero una secchiona. Che vi devo dire, mi piaceva. Mi piace tuttora. A dirla tutta, il francese lo adoro. Lo capisco ora come fosse allora. E allora, quando andavo in Francia, dopo un paio di giorni mi ritrovavo perfino a pensare in francese. Un incubo.
Oggi ascolto le colleghe francesi e le capisco meglio che se parlassero in inglese (ma quello potrebbe essere dovuto alla loro pronuncia…). Per leggere un libro in francese ci metto circa il 30% in meno che con un testo in inglese. Stavo guardando una serie televisiva, qualche tempo fa, e mi sono accorta che fosse in francese solo una volta arrivata alla fine dell’episodio pilota.
Forse l’affinità dipende dal fatto che il francese, pur avendo una grammatica da far saltare il cervello, è di derivazione latina, come l’italiano. O forse il fatto che alle medie e alle superiori io abbia avuto due insegnanti molto capaci ha giocato la sua parte. Una cosa che non è successa con l’inglese. Partita alle elementari con una
maestra innamorata dell’Inghilterra che mi insegnò filastrocche che ricordo ancora oggi, alle medie sono finita nelle grinfie di una nonna che parlava l’inglese-Dolmio e alle superiori sotto il comando di una donna troppo impegnata a scoprire le cosce bovine e a sventolare la frangia per rendersi conto che del suo presupposto sapere non ci stava trasmettendo un cazzo.

Arrivata a Londra in una mite sera di Ottobre di qualche anno fa, il mio primo incontro con la capitale d’Albione si svolse in un balbettato “I… have… a room”, che se fossi stata il receptionist mi sarei risposta “well, good for you?”, ma lui fu così delicato da non ridermi in faccia, chiedermi il nome e darmi la chiave. Sono abituati agli italiani, loro. Come ho detto, li abbiamo invasi. Ma
questo non toglie che, prima di venire qui e di impararlo davvero, l’inglese noi lo parliamo di merda.
Io sorrido ogni volta che ricordo tutte le minchiate da me scritte o dette all’inizio grazie a questo lost in translation. Ad esempio, nella vecchia azienda per un anno avevo mandato ai clienti un template in cui dicevo “we are sorry the situation caused you so much DISEASE“. In un anno, capitemi, una scrive a TANTI clienti.
La mia supervisor se ne accorse e svenne per terra. Poi mi spiegò che la parola giusta era inconvenience. Da parte mia, io avevo solo detto la verità. Il nostro servizio aveva fatto cagare e lo stavo ammettendo.

Ieri ero in copia in una comunicazione tra un trasportatore italiano e la sua controparte inglese. Forse il mio connazionale voleva solo dire che avevano avuto problemi col mezzo e che la merce sarebbe stata ritirata presto, ma ha tradotto ambo i verbi con “take off”, e io mi sono schiantata sulla tastiera.
Un ritiro talmente urgente da prendere il volo.
E nella mia testa parte subito Sinatra.

Come fly with me, let’s fly, let’s fly away…