La mia vita a Manchester – L’uomo d’Albione

Post inedito del 2016… ma ancora attuale. Enjoy!
P.S.: nessun inglese è stato intenzionalmente o involontariamente maltrattato.


Sembrano sempre normali: uomini seri, morigerati, la prima volta che ci parlo. E paiono normali pure a chi li conosce insieme a me e che, puntualmente, li approva.

Quei temerari che sfidano le convenzioni, le paure sedimentate nel loro DNA d’Oltremanica e la riservatezza tipica degli inglesi sobri, che non li porterebbe ad avvicinarsi a un tavolo di donne neppure se queste fossero più gnocche di Charlize Theron, questi prodi che riescono a parlarti senza fare un .zip delle frasi in seguito ad un tasso alcolemico degno di una trasferta in rianimazione, sono proprio quelli che, alla fine, ti stupiscono con gli effetti speciali (no, non quel tipo di effetti speciali… magari).

C’è gente che conosco che va agli speed-dating. Io, per ora e dopo le ultime, mi accontento di fuggire da certi dating con God-speed.
Meno male che ci sono le mie amiche a ricordarmi che non tutte le ciambelle nascono col buco. E che, finora, sono capitate tutte a me.

C’è del disagio – Episodio 1: quella sua maglietta fina…

“Dai, andiamo a casa mia! Ho tè, birra, caffè… quello che vi pare!”
Io e la mia amica ci guardiamo, in una domanda muta. ”Ma sì, andiamo pure!” è la risposta, sempre muta.
Tanto, che ci cambia?
Attico in pieno Northern Quarter. E il nostro cicerone ci vive da solo. ‘Sti cazzi.
Il problema vero, però, non è interrogarsi su che lavoro faccia questo qua a 32 anni per permettersi un humble abode del genere. Il problema è che lui della sua “camicia a righe del nonno” (cit.) non ne può più, quindi appena entrato in casa si scusa, sparisce in camera e ne riemerge con addosso un maglione.
Scendono alcuni secondi di silenzio catartico. Dopo quei secondi, dalla quiete si leva una voce italiana che fa: no, vabbé, pare uscito da Bridget Jones!
(Per la cronaca: la voce italiana non era la mia.)
Il silenzio s’allunga, si fa ansioso. Solo in due parliamo italiano, ma Bridget Jones è Bridget Jones pure in inglese, e anche se la mia amica non lo ha menzionato, il nome di Marc Darcy aleggia nell’aria, accompagnato dalle corna delle renne sul maglione del padrone di casa.
Rosso. Con i fiocchi di neve e le renne bianchi. E le lucine.
Come si fugge da ‘sto attico?
Lui punta tutto tranquillo il dito sul fratello e fa, con il tipico aplomb britannico: “me lo ha regalato lui. È molto caldo, sapete?”
E chi siamo noi, povere stronze, per contestarlo?
Ricco e col maglione con le renne. Marc Darcy VIVE

C’è del disagio – Episodio 2: senti, scusa, che c’hai due spiccioli?

Ho pagato l’ingresso al museo per sdebitarmi della broda.
Ho pagato il parcheggio (per lo stesso motivo di cui sopra).
Mi sono pagata da sola il pranzo.
E in tutto questo carosello di pagamenti autonomi, il mio accompagnatore m’ha lasciata libera di scucire. Siamo nel 20xx, dopotutto. Emancipazione femminile, eccetera, eccetera. In più, i quarantenni inglesi sono diversi dai quarantenni italiani, questo ormai l’ho capito. Qui ognuno paga per sé – almeno nel 90% dei casi.
Arriva il momento di andarcene. Decido di lasciare una mancia sul tavolo, la cameriera è stata proprio carina. Chi mi ha invitata a pranzo fuori (senza pagarmelo), invece, di lasciare una mancia non ci pensa proprio. S’alza, guarda con interesse gli spiccioli che ho lasciato nel piattino. Ci pensa su un secondo. Li prende.
“Mi faranno comodo per il parcheggio…” dice pensieroso. E via, gli spiccioli spariscono nella tasca dei jeans.
La cameriera arriva per raccattare i piatti sporchi e lancia a me un’occhiata inceneritrice.

C’è del disagio – Episodio 3: tutto tranne Corrie!

Mi invita a casa sua per “un bicchiere, quattro chiacchiere e un po’ di TV in sottofondo”. Ok, penso. Porto quel Bordeaux che ho preso al mercatino francese l’altro giorno. Se non altro, mi salvo dal bere l’ennesima purga da due sterline.
Trovo il padrone di casa in tenuta da spiaggia davanti a un 52 pollici acceso. A febbraio, con 15° in casa. A malapena mi saluta, prima di correre a fiondarsi di nuovo sul divano. Non si vuole perdere una battuta. Voglio dire, come farebbe, poi, a raccapezzarsi su quello che è successo nell’intricatissima e cervellotica trama di Coronation Street (Corrie, per gli amici)?
Finisce l’episodio. Ne parte subito un altro. In silenzio, prego l’Universo che non ce ne sia un terzo. Il tipo, intanto, a malapena mi parla. La storia si fa complicata: biondona al botulino #1 accusa biondona al botulino #2 di averle portato via la figlia. Ah, i problemi della vita, quelli veri! E io sono lì, che manco posso attaccarmi a canna alla bottiglia perché devo tornare a casa in macchina, e in questo paese basta poco e ti tolgono pure le mutande.
Nella pausa pubblicitaria pensa bene di spiegarmi quello che abbiamo appena visto, dal momento che per me Corrie è solo il set che hanno tirato su lungo la tratta dell’X50, a Media City. Io lo ascolto e penso con sollievo che questa deve essere l’ennesima espiazione di qualche colpa di una vita passata. O magari anche due. Poi, senza perdere altro tempo, mi afferra per un braccio e mi trascina di sopra. Riesce a completare l’ingloriosa opera (per me, tra un momento capirete perché) nel tempo intercorso tra una puntata e l’altra. Che, nel caso di Corrie, è di circa 10 minuti. A cui ne vanno tolti almeno 5 da lui usati per farmi il riepilogo e un altro paio per spostarsi dal piano di sotto a quello di sopra e liberare il letto invaso di vestiti. Fate voi i conti.

C’è del disagio – Episodio 4: c’eravamo tanto amati.

“È un bravo chap, fa l’insegnante privato. Lavora in un bar, nei weekend, è uno a posto… perché non vai a berci qualcosa insieme?”.
E lo pareva, un bravo chap. Per lo meno stando ai suoi messaggi, anche se, per decidere la data in cui vederci, c’è voluto il tempo di una Bibbia e comunque, alla fine, ha deciso che sarei stata io a dovermi fare venti miglia visto che di venire lui ad Altrincham non ne aveva nessuna voglia. Poi qualcosa nella conversazione, chissà cosa, è andato storto e s’è riaffacciato quel friccicore di pancia che da qualche tempo in qua ho imparato a non ignorare.
E così gli ho scritto che no, dai, lasciamo stare: è stato un piacere chattare con te, ma io sono strana e non me la sento di arrivare fin lì per prendere un caffè con uno che neppure conosco (sottinteso: da sola).
Insomma, il solito “non sei tu, sono io”. La sua risposta, lapidaria: grazie tante per avermi fatto perdere tempo.
Qualcosa mi sfugge: quale tempo, di preciso? Quello passato a scrivere i messaggi?
Adotto la tecnica del tacito assenso. Non rispondo.
Una settimana dopo il mio cellulare si anima. Un nuovo messaggio: “Sai, io sono una persona..”
E giù di insulti in qualche dialetto del Lancashire.
Ho chiesto aiuto a una collega del posto. Sta ancora ridendo, ma la traduzione letterale in inglese non me l’ha voluta fare.

E le amiche mi chiedono ancora perché mi rifiuto di iscrivermi per la terza volta a Tinder?!?

Il coraggio di cambiare

Flint castle, Flintshire, North Wales

Se ti spaventa, potrebbe essere una buona cosa provare.

— Seth Godin

Quante volte abbiamo detto (o sentito qualcuno dire): vorrei poter mandare aff****lo tutto e tutti e andarmene via!

La domanda è: chi ce lo vieta?

Nessuno, in teoria. Specie se non ci sono famiglia, compagno/a o lavoro a fermarci. Eppure qualcosa lo fa, dal momento in cui restiamo dove siamo fino a logorarci: la paura di uscire dalla nostra zona di comodo. Spesso questo coincide con il rinunciare a mettere il nostro benessere prima di tutto.

Perciò dal 2020 ho fatto del zompare fuori da quest’infame barricata mentale auto-imposta la mia missione.

Dopo aver dovuto rivedere le carte in tavola diverse volte, negli ultimi due mesi, ed essermi ritrovata a dover prendere decisioni importanti da una settimana all’altra, ho detto basta: basta mettere tutto il resto prima del mio benessere, basta intrappolare il pensiero nelle reti dell’abitudine, farmi prendere dal dubbio e dalla paura di cambiare. Insomma: basta evitare di buttarmi.

Senza buttarsi, senza lanciarsi a occhi chiusi e con lo stomaco serrato dalla paura, infatti, a volte si rischia solo rimanere dove si è. E dove si è, spesso, non è un posto, sia esso mentale o fisico, che ci rispecchia più o che ci permette di crescere, di espandere i nostri orizzonti, di imparare. A volte restiamo dove siamo soltanto perché ci siamo abituati, e l’abitudine ci fa sentire al sicuro, protetti; non richiede un ulteriore dispendio di energie, mettersi a pensare come cambiare, dove andare, cosa rischiare; ci basta continuare a trascinarci come abbiamo sempre fatto, coccolati dalla sicurezza della nostra routine.

La più grande avventura che tu possa mai intraprendere è vivere la vita dei tuoi sogni.

— Oprah Winfrey

Ecco, per me tale sicurezza da qualche tempo è diventata un cappio al collo. Nell’ultimo anno e mezzo, da quando ho intrapreso la strada in salita del volermi mettere in proprio (e studiare come una matta per ottenere le qualifiche necessarie, continuando nel frattempo a lavorare a tempo), mi sono resa conto che il posto in cui vivo dal 2009, per quanto assurdo possa essere parlare in simili termini di una metropoli come Manchester, mi è diventato stretto.

Holyhead lighthouse, Anglesey, Wales

Sì, Manchester offre di tutto e di più, in ogni senso possibile. Per me, però, la maggior parte delle volte queste offerte sono distrazioni, appetibili richiami verso attività ed esperienze e posti che allontanano dal mio obiettivo finale. Ho capito che, a meno di andarmene, rischio di veder scivolare via altri dieci, vent’anni prima di accorgermi di non aver fatto nulla di quanto previsto nel piano d’azione per il mio futuro.

La cosa più pericolosa che puoi fare nella vita è giocare sul sicuro.

— Casey Neistat

Perciò ho preso alla lettera la frase da me stessa ripetuta fino a consumarla, e deciso di mandare a quel paese (quasi) tutto, di andarmene. Andarmene in un posto che mi permetta di esplorare zone nuove nel tempo libero, conoscere nuove persone, restando allo stesso tempo ad un tiro di schioppo dalle amicizie, poche ma buone, rimaste al mio fianco per tredici anni. Andare laddove il paesaggio riscalda il cuore e gli occhi non stanno al passo con le bellezze ruvide della natura selvaggia, dove il calore genuino dei locali rende sopportabile anche la peggiore delle giornate, non intaccate da una vita metropolitana fatta di giornate a mille all’ora, che stancano e rendono un po’ spocchiosi e imbruttiti, facendo perdere la voglia del contatto umano, quello vero. Il mare e la montagna, il grido dei gabbiani e il volo goffo delle pulcinelle di mare, l’oziare delle foche sugli scogli, la brezza che scompiglia i capelli e appiccica il sale sulle ciglia nelle corse in spiaggia, mentre il vento dispiega bandiere bicolore da cui parte il ruggito silente del rosso drago rampante del Cymru: il Galles.

Flint beach, Flintshire, North Wales

Fino a due mesi fa stavo re-imparando un’altra lingua, studiando una cultura nuova, cercando casa e lavoro in un altro paese, salutando posti a me cari di Manchester e dell’Inghilterra ogni volta in cui me se ne presentava l’occasione, incerta su se e quando li avrei rivisti. Fino a due mesi fa ero pronta a separarmi dalla terra che mi ha accolta e vista crescere negli ultimi tredici anni. A volte, però, la vita ci cambia le carte in tavola da un giorno all’altro, forse per metterci alla prova, o forse per farci reagire, per scuoterci, convincerci a cambiare qualcosa, per rimetterci sulla strada giusta evitando di farci perdere altro tempo crogiolandoci in scuse, spiegazioni vuote, quando a frenarci è solo la paura.
Alla fine, quindi, non lascerò quest’isola, non per ora, ma mentalmente mi ero ormai preparata a salutare Manchester ed è quello che sto facendo.

È ora di dire addio, ma penso che gli addii siano tristi, e preferirei di gran lunga dire ciao. Ciao a una nuova avventura.

— Ernie Harwell

La domanda che ti pongo ora è: se i soldi non fossero un problema, se non avessi limitazioni di alcun tipo, dove saresti e cosa faresti?

È una domanda che spalanca le porte sul regno delle possibilità e vorrei che te la ponessi senza farti frenare dai ma o dai se. Per un momento, uno soltanto, chiediti: cosa faresti se fossi libero (o libera) di scegliere di essere chi vuoi o fare quello che più ti sta a cuore? Saresti ancora dove sei adesso, staresti ancora facendo quello che fai?

Scrivilo, butta giù tutto quello che ti viene in mente, anche le idee più assurde o insensate. Nessuno deve leggere questa lista, solo tu. E una volta che avrai terminato il brainstorming con te stesso/a, isola dalla lista quelle idee fattibili, idee la cui mancata attuazione è dovuta soltanto alla paura di provarci. Qual è la prima cosa da fare per incamminarti verso la realizzazione di quell’idea? Falla, vedi dove ti porta. Un viaggio di mille miglia comincia con un semplice passo.

Qual è il primo da compiere, nel tuo caso, per metterti sulla strada giusta?

Anglesey, North Wales

Perché te ne vai? In modo che tu possa tornare. In modo che tu possa vedere il luogo da cui vieni con nuovi occhi e colori extra. E anche la gente lì ti vede in modo diverso. Tornare da dove sei partito non è la stessa cosa che non partire mai.

— Terry Pratchett