Come fly with me

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Noi italiani con l’inglese facciamo proprio schifo.
Ce lo cominciano a ficcare in testa quando stiamo ancora perdendo i denti da latte e continuano a provarci finché non siamo abbastanza grandi per votare, ma niente.
Questa lingua meravigliosamente semplice
proprio non ci entra in testa. Riusciamo a parlare fluenti il francese, quando vogliamo, ma l’inglese e le sue costruzioni logiche ed elementari non riescono proprio a fare presa nel nostro cervello.

Quando mi sono trasferita nel Regno Unito, il mio inglese era tale e quale a quello dei connazionali che piombano qui a frotte sui voli Ryanair. Prima di formulare una frase dovevo pensarci. Me la dovevo tradurre in testa, arrivando a parlare come il robot Bender e sbagliando una parola su tre. E questo detto da una che s’è fatta i suoi bei 5 anni di linguistico. Ma se può permetterselo Renzi, allora possiamo permettercelo tutti.

Cos’è che ci rende così impediti con l’inglese? Perché tedeschi e scandinavi ci danno la paga?
Tanto per cominciare, perché il tedesco, così come le lingue scandinave, hanno una costruzione sintattica e una pronuncia molto più vicine all’inglese di quanto non lo sia l’italiano. Il tedesco, poi, le frasi le costruisce pezzo per pezzo, con le parole usate tipo mattoni. Un po’ quello che succede con l’inglese.
L’inglese e il tedesco, messi su carta, hanno senso. Non ci sono duemila coniugazioni verbali su cui impazzire. Non c’è un tempo adeguato per ogni situatione. E, soprattutto, non hanno né il congiuntivo né, come nel francese, il partitivo.

A scuola in francese ero una secchiona. Che vi devo dire, mi piaceva. Mi piace tuttora. A dirla tutta, il francese lo adoro. Lo capisco ora come fosse allora. E allora, quando andavo in Francia, dopo un paio di giorni mi ritrovavo perfino a pensare in francese. Un incubo.
Oggi ascolto le colleghe francesi e le capisco meglio che se parlassero in inglese (ma quello potrebbe essere dovuto alla loro pronuncia…). Per leggere un libro in francese ci metto circa il 30% in meno che con un testo in inglese. Stavo guardando una serie televisiva, qualche tempo fa, e mi sono accorta che fosse in francese solo una volta arrivata alla fine dell’episodio pilota.
Forse l’affinità dipende dal fatto che il francese, pur avendo una grammatica da far saltare il cervello, è di derivazione latina, come l’italiano. O forse il fatto che alle medie e alle superiori io abbia avuto due insegnanti molto capaci ha giocato la sua parte. Una cosa che non è successa con l’inglese. Partita alle elementari con una
maestra innamorata dell’Inghilterra che mi insegnò filastrocche che ricordo ancora oggi, alle medie sono finita nelle grinfie di una nonna che parlava l’inglese-Dolmio e alle superiori sotto il comando di una donna troppo impegnata a scoprire le cosce bovine e a sventolare la frangia per rendersi conto che del suo presupposto sapere non ci stava trasmettendo un cazzo.

Arrivata a Londra in una mite sera di Ottobre di qualche anno fa, il mio primo incontro con la capitale d’Albione si svolse in un balbettato “I… have… a room”, che se fossi stata il receptionist mi sarei risposta “well, good for you?”, ma lui fu così delicato da non ridermi in faccia, chiedermi il nome e darmi la chiave. Sono abituati agli italiani, loro. Come ho detto, li abbiamo invasi. Ma
questo non toglie che, prima di venire qui e di impararlo davvero, l’inglese noi lo parliamo di merda.
Io sorrido ogni volta che ricordo tutte le minchiate da me scritte o dette all’inizio grazie a questo lost in translation. Ad esempio, nella vecchia azienda per un anno avevo mandato ai clienti un template in cui dicevo “we are sorry the situation caused you so much DISEASE“. In un anno, capitemi, una scrive a TANTI clienti.
La mia supervisor se ne accorse e svenne per terra. Poi mi spiegò che la parola giusta era inconvenience. Da parte mia, io avevo solo detto la verità. Il nostro servizio aveva fatto cagare e lo stavo ammettendo.

Ieri ero in copia in una comunicazione tra un trasportatore italiano e la sua controparte inglese. Forse il mio connazionale voleva solo dire che avevano avuto problemi col mezzo e che la merce sarebbe stata ritirata presto, ma ha tradotto ambo i verbi con “take off”, e io mi sono schiantata sulla tastiera.
Un ritiro talmente urgente da prendere il volo.
E nella mia testa parte subito Sinatra.

Come fly with me, let’s fly, let’s fly away…

The Holiday, i pub, i cottage, la campagna e i muretti di selce

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Da quando vivo in Inghilterra ho scoperto il piacere del vedere i film in inglese.
Non solo perché il cinema britannico ha sfornato capolavori di delicatezza come Ladies in Lavender e The Best Exotic Marigold Hotel, o di humor come L’Erba di Grace, no. I film in inglese me li gusto di più perché la loro lingua madre li completa. Che è poi quello che succede con qualunque film. Il doppiaggio, anche buono, smonta il ritmo. O il significato. Per tornare a L’Erba di Grace, il titolo è miracolosamente azzeccato alla trama, ma in originale era Saving Grace, che è il titolo di una serie televisiva, ok, ma anche la definizione di una qualità che contraddistingue qualcuno o qualcosa, o “salvando Grace”, tradotto alla lettera, laddove Grace è la protagonista del film e viene salvata dai debiti del marito morto da una coltura casalinga di marijuana. Lasciamo perdere il discorso sui titoli dei film stuprati dalla traduzione, però, se no tocca andare a recuperare un cuscino e mettersi comodi – ma concedetemi di menzionare The Eternal Sunshine of the Spotless Mind ucciso da un fantastico Se mi lasci ti cancello: lo hanno arrestato, l’omicida, o va ancora in giro impunito?

Insomma, stasera è saltato fuori da uno scatolone il DVD ancora sigillato di The Holiday (L’amore non va in vacanza, per noi) e l’ho messo su. Così, tanto per spegnere il cervello. O almeno ci ho provato. Un’ora dopo infatti il DVD è in pausa nel lettore e io al computer, che ne scrivo. Perché avevo visto questo film quando in Inghilterra non ci ero mai neppure venuta in vacanza, figuriamoci viverci, e non potevo certo capirlo come lo capisco oggi. Perché oggi riconosco quegli scorci – il cottage, i muretti di selce, il pub vittoriano, la High Street con i negozi dalle insegne antiche e le cobbled streets, le viuzze di ciottoli. Quegli scorci io oggi li sento come familiari, come un po’ miei. E immediatamente vedo il film con occhi diversi.
La battaglia tra Amanda (Cameron Diaz) e il villaggio sperduto del Surrey in cui finisce in vacanza è fantastica. Amanda sale in aereo col sole e il caldo di Los Angeles e arriva nel sud dell’Inghilterra in mezzo alla neve, per svegliarsi la mattina dopo in un cottage in cui scorrazzano i pinguini, parenti posh di quelli che vivono da me. E a quel punto, come qua da me, scattano il maglione, la sciarpa, i pantaloni della tuta infilati nei calzettoni di ciniglia e i guanti senza dita. Praticamente, quello che ogni sera facciamo tutte per non cadere sotto la falce del freddo casalingo inglese. Adesso lo so. Quando vidi il film anni fa, no.
O prendiamo quando Cameron Diaz dice a Graham/Jude Law di vergognarsi di aver baciato uno sconosciuto e lui le fa tranquillo: “io lo faccio sempre”. Suvvia, Cameron, tu la night out inglese non sai proprio dove sta di casa! Ma è americana, lei, e perciò gli inglesi la perdonano.

Nel doppiaggio in italiano non si è persa solo la differenza abissale tra l’accento US e quello UK (A-mèn-dah VS A-manda, tanto per dirne uno), ma pure l’umorismo dei diversi modi di dire, che in un’altra lingua diventano intraducibili.
Tipo: “Oh, no. Not at all… whatever that means!” fa Cameron, che evidentemente il rafforzativo l’ha imparato solo adesso, in Surrey, a 6 ore dall’atterraggio sull’isola di Betta. Ma vabbe’, andiamo avanti.
Tipo: “I haven’t had… oh my God, I can’t believe I just said that! I didn’t have…” che mi ha ricordato tutti gli “haven’t had” che recito io per disinfettarmi la bocca ogni volta che mi scappa un “don’t have”.

Insomma, non è che in passato non avessi capito i film che vedevo in italiano o che non mi fossero piaciuti. È che guardandoli in lingua originale li capisco di più. E mi piacciono di più. E me ne sono resa conto solo stasera.
Vivere in un Paese come questo è una bellissima palestra di vita.