Rifiutarsi d’imparare

Tanti anni fa, la mia all’estero fu una fuga.
Intimamente lo sapevo, coscientemente lo ammettevo un po’ meno: la mia partenza (e il mancato rientro in patria per quasi tre lustri) fu una vera e propria evasione grazie alla quale mi salvai in ogni senso possibile.

Il solo modo di contestualizzare, razionalizzare e, soprattutto, capire una situazione è prenderne le distanze.

Nel 2008 non c’erano Whatsapp, Facebook e quant’altro abbiamo oggi per tenerci connessi gli uni con gli altri e aggiornati sul mondo e sulla gente che conosciamo. Avevamo le email, ma non una connessione mobile per controllarle quando ci fosse stato gradito farlo come succede oggi: si andava negli Internet Point, soprattutto se eri in affitto in una casa senza ADSL.
Chiamare la famiglia significava comprare una scheda internazionale e sentire i propri cari attraverso la cornetta sporca di una cabina telefonica. Orientarsi voleva dire usare stampe di una versione primordiale di Maps o ricorrere alla classica cartina stradale.

Mi sento antica, mentre scrivo queste cose, e rispetto all’evoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni forse un po’ lo sono, ma il punto è: mi auto-scaraventai in una realtà in cui potevo sopravvivere soltanto con le mie forze. Parlando un inglese maccheronico, aggiungo.

Eppure, nonostante questo e malgrado il battesimo di fuoco a un mese dal mio arrivo in terra britannica (voglio dire, chi non vorrebbe trascorrere Santo Stefano in un pronto soccorso londinese con un ascesso dentario e 40 di febbre?) i primi tempi all’estero non mi hanno insegnato proprio niente. Ero ancora convinta che fossero gli altri a dovermi capire, che dovessero tollerare i miei sbalzi d’umore perché venivo da una situazione a dir poco complicata e ne stavo ancora raccogliendo i cocci.

Ci è voluto qualche annetto per rendermi conto e accettare che non funziona proprio così. Inutile precisare che la psicoterapia mi è stata d’immenso aiuto nell’elaborare questa nuova forma di pensiero.

Fondamentalmente è vera questa cosa: la vita ci lancia addosso parecchia melma, a volte, ma sempre in quantità per noi gestibili. Magari ci pare di soffocarci sotto, ma un giorno ci ritroviamo dall’altra parte di quel fiume fetido e ci rendiamo conto di avercela fatta. Rotti, acciaccati, ma ce l’abbiamo fatta. E, soprattutto, ci rendiamo conto di non essere i soli ad aver annaspato per sopravvivere. Anche le persone che sembrano aver avuto una vita più semplice della nostra si stanno barcamenando in situazioni all’apparenza banali, ma per loro insormontabili.

La vita, come dicevo, manda a ciascuno la quantità esatta di traumi, dolori, esperienze negative che può gestire. Giusto giusto al limite della soglia dell’intollerabile, per farci fare le ossa e imparare. Poi si passa al prossimo livello. E, se non abbiamo imparato nulla, continua a riproporci le stesse, identiche situazioni fino a che il loro significato non ci entra in testa.

Potrei scrivere un mini saggio su tutto quello che mi è capitato nei miei primi anni a Manchester: sembrerebbe una lettura distopica, per quanto sono stati assurdi. E me ne sono capitate di ogni perché, semplicemente, mi rifiutavo di imparare la fatidica lezione. E, nel farlo, continuavo a lamentarmi, ad aspettarmi dall’esterno una validazione alle mie tribolazioni che, invece, doveva maturare da dentro.
Un’accettazione che, da sola, può renderci davvero liberi.

Chi si rifiuta di fare i conti col proprio vissuto si costringe a vivere chiuso in un loop incessante il cui unico sonoro sono gli echi delle sue lamentele. Gli altri non sono che un paio d’orecchi costretto ad ascoltare la storia della loro vita, che a volte viene vomitata loro addosso nei primi cinque minuti di conoscenza. Chi vomita è certo che loro non potranno mai capire quanto sia stata ingiusta con loro e quanto le loro vicende siano uniche, superiori, per severità, a quelle di tutti gli altri. I problemi altrui si annullano, in confronto. Anche quelli più seri.

La totale mancanza d’empatia di solito va a braccetto con questo loro egoismo narrativo. “Nessuno può capire come mi sento perché nessuno ha passato quello che ho passato io”, è la loro narrazione-tipo. E, nel mentre che continuano a raccontare la storia della loro sciagurata vita a tutti quelli che gli capitano a tiro, insensibili a quanto i loro interlocutori potrebbero star passando in quel momento, odiano. Non un odio di quelli palesi e dimostrabili, a volte; un odio sottile, ben nascosto, distribuito a piccole dosi.
Solitamente a finire nel mirino di questi proiettili invisibili sono le persone a loro più vicine anche quando, con pazienza, tentano invano di salvare l’insalvabile, a volte senza sapere, altre rifiutandosi di accettare, il fatto che non si può aiutare chi non ha nessuna intenzione di essere aiutato (o di aiutarsi).

Il rifiuto ad imparare la lezione insita in ogni esperienza vissuta si trasforma pertanto in acredine da distribuire con generosità in giro, partendo da familiari e amici.
E, naturalmente, queste persone in genere rifiutano anche soltanto di contemplare l’idea di mettersi in mano ad uno psicologo.

Diciamolo: andare in terapia è un enorme atto di coraggio. Smontiamo un pezzo alla volta quello che siamo, siamo stati e abbiamo fatto, e quello in cui crediamo, mettendo in discussione praticamente tutto. Rimestiamo uno stagno all’apparenza limpido solo per veder venire a galla ogni sorta di lordura, da prendere poi a mani nude per collocarla in un archivio insieme alla razionalizzazione della stessa, che ci aiuterà a convivere con quel fardello maleodorante e ad andare avanti.

Si deve accettare di essere persone imperfette che hanno fatto scelte a volte infelici sulla base delle proprie conoscenze, capacità e mezzi avuti a disposizione in quel dato momento.
Si deve, in poche parole, distruggere quel che siamo stati fino a quel momento per poi ricostruire noi stessi in affinità con i nostri valori, le nostre credenze rivisitate e le nuove circostanze di vita. Non tutti hanno le palle per affrontarlo. È molto più facile liquidare la proposta di andare in terapia con un “a me non serve” oppure “ho provato, non è servito a niente”.

La terapia non serve a niente quando ci si aspetta che il terapeuta cancelli d’un colpo tutti i nostri problemi al posto nostro invece di metterci in testa che il 90% del lavoro va fatto da noi. Per questo spesso è molto più facile continuare a lagnarci, a biasimare le circostanze, i nostri genitori, gli/le ex che hanno peggiorato la situazione.

Imparare la lezione non è un atto di resa, bensì di riconoscenza. Ogni lezione, anche quella più cruda e spietata, sopraggiunge per aiutarci a progredire lungo questo meraviglioso e tribolato cammino chiamato vita. Se ci rifiutiamo di impararla, avremo solo sprecato tempo e un giorno ci sveglieremo e ci renderemo conto di essere arrivati alla fine della corsa e di aver lasciato dietro di noi nient’altro che un lungo, estenuante sentiero lastricato di piagnistei.

Tutto uguale, tutto diverso

Bologna, l’afa, i loggiati, gli studenti e i turisti che entrano ed escono dai negozi, accompagnati da uno sbuffo di aria gelata. Piazza Maggiore, i giapponesi con gli ombrelli, la V di vittoria davanti all’obiettivo, la foto di rito al Nettuno dall’angolo giusto, di modo che si veda lo schersètto.

La pizza di Altero in centro, la mattonella di cioccolato da Al Mí Furnér in Saffi e il gelato alla prima cremeria biologica a Marconi, che sembrava non dover sopravvivere alla fine della stagione estiva e invece, quindici anni dopo, è ancora lì.

E poi giù per trecento chilometri, lungo la costa est del nostro stivale, fino agli stabilimenti balneari ancora deserti, dove la sabbia bollente sotto i piedi mi ricorda la sensazione meravigliosa e sempre uguale del primo giorno di mare della stagione, quando andavo ancora a scuola.
La brezza bollente, l’acqua piatta e calda, irresistibile come il canto di una sirena per i marinai.
Gli ombrelloni diversi nello stesso posto e la collocazione diversa degli stessi bagnanti nello chalet di una vita.
La vecchietta immortale, che va in acqua con le pinne già ai piedi camminando a ritroso, i fiori della sua storica cuffia catarifrangenti sotto il sole di mezzogiorno.
La vicina di ombrellone che mi riassume il suo ultimo anno tra una fila di parole crociate e l’altra, prima di buttarsi in acqua col costume a tartaruga, storico almeno tanto quanto la cuffietta a fiori dell’altra. E poi i ragazzini di ieri, che oggi hanno la patente o dei figli o sono finiti in cura – o tutte e tre insieme. Le passeggiate del mattino lungo la battigia, schivando i bimbi che si eiettano a razzo da sotto gli ombrelloni, concentrati solo sulla loro meta finale, il mare.
La musica dagli altoparlanti e le pubblicità, ancora le stesse dopo vent’anni.

Tutto uguale, eppure tutto diverso. Sono diversa io, sono diverse le persone che ho lasciato quando ho lasciato l’Italia. Sono diversi i discorsi che facciamo, così velati di una spolverata di malinconia al ricordo dei tempi andati e al pensiero che alcuni di noi potrebbero rivedersi tra un anno o due o mai più.

E infine ci sono la melancolia del rientro, la fine delle ferie e del sole e del caldo, il grigio fuori dalle finestre, il freddo e la pioggia della città che negli anni ho imparato a chiamare casa, dove vive l’altra metà degli affetti importanti della mia vita e dove lascio un pezzetto di cuore ogni volta in cui salgo su un aereo per andare da qualche parte.

La vita da expat sa essere meravigliosamente unica, ma quante volte richiede un prezzo emotivo che siamo a malapena in grado di pagare?