La Gnocca da Spiaggia

Da qualche settimana, ma soprattutto negli ultimi giorni, siamo sottoposti a una prova di sopravvivenza in cui le temperature degne di Arrakis si sposano con l’umidità buona giusto in una vaporiera.

Il caldo, di quelli che, all’apertura delle finestre, ti stampa in faccia il bacio di Drogon, Viserion e Rhaegal tutti insieme, pare dirti: ricordati che devi morire.

I panni vengono lanciati sui fili da dentro casa, senza nemmeno metterci le mollette, e le mamme, appena arrivate in spiaggia, scaraventano i pargoli al largo, sperando così di ottenere qualche minuto di pace, il tempo che ci vuole alla prole per nuotare verso riva (si spera senza affogare nel mentre).

E intanto che i genitori si prendono un attimo di meritato riposo, dal riparo infuocato dell’ombrellone li osservo e penso che sono degli eroi. Voglio dire, i figli sono ancora vivi e loro ancora incensurati. Con 35 gradi all’ombra.

Riprendo in mano il libro. Le pagine restano incollate tra loro, s’attaccano alle dita. L’asciugamano è diventato una distesa di carboni ardenti (il mito che la microfibra non faccia sudare è, appunto, giusto quello), l’acqua nella bottiglia è ormai buona per cucinarci uno spaghetto al volo, e mentre muoio lentamente mi chiedo perché la stessa sorte non debba toccare alla cassa bluetooth del signore due file più avanti, che da un’ora spara Franco Califano a tutto volume verso una spiaggia in cui la gente vorrebbe solo schiattare in silenzio. O, per lo meno, non accompagnata da Califano.

Mentre mando un ultimo saluto a chi mi vuole bene, col viso che caccia acqua da pori di cui non sospettavo neppure l’esistenza, la vedo.

Lei, la Gnocca da Spiaggia.

Seguita dagli svolazzi del suo abito 100% sintetico che la copre dai polsi alle caviglie, i capelli lunghi avviluppati alle spalle come una coperta confortante, sfila leggiadra sulla passerella, quasi le fiamme sprigionate dalla sabbia, stile Palude del Fuoco, non la riguardassero.

Il viso asciutto, il trucco perfetto, con una svirgolata elegante della mano si scosta una ciocca dal viso, seguita dal tintinnare dei diecimila braccialetti al suo polso. Sorride a Lucifero e ai suoi adepti, e poco prima di sparire dentro lo chalet lancia un casuale: “Si sta proprio bene, oggi, nevvero?”

Né Lucifero, né gli adepti le rispondono.

Nel frattempo io, sul lettino, ho ormai perso la mia forma umana e assunto quella di un Barbapapà, la crema solare uno scudo contro l’evaporazione della profusione di micro sfere d’acqua in eruzione sulla mia epidermide. Sono la mamma della Banda Fratelli reduce da un bagno turco, la toppa di capelli un nido di piccione in cima alla mia testa da cui non estrarrò mai più l’elastico.

Alzo bandiera bianca: me ne torno a casa. Prima, però, devo trovare il modo di scollarmi dal lettino. L’asciugamano-che-non-fa-sudare viene via insieme a me, mi drappeggia alla buona stile costume da Navajo comprato su SHEIN. Cerco di entrare nei pantaloncini e nella maglietta facendo salti acrobatici per farli scorrere, senza sfiorare la sabbia neppure per sbaglio e, soprattutto, senza guadagnarmi la scomunica.

La Gnocca da Spiaggia, intanto, torna. Ancora impeccabile, ancora asciutta. Si ferma a fare due chiacchiere con una signora, sotto il sole, ma la tizia è già morta e il suo annuire è solo un’illusione ottica, un miraggio inferiore. Passa alla signora successiva, non sembra avere fretta di raggiungere l’ombra, la Gnocca. Perché, in fondo, oggi in spiaggia si sta proprio bene… nevvero?

Un giorno, forse, le farò conoscere la mia amica Figa a Prescindere.

Tutto uguale, tutto diverso

Bologna, l’afa, i loggiati, gli studenti e i turisti che entrano ed escono dai negozi, accompagnati da uno sbuffo di aria gelata. Piazza Maggiore, i giapponesi con gli ombrelli, la V di vittoria davanti all’obiettivo, la foto di rito al Nettuno dall’angolo giusto, di modo che si veda lo schersètto.

La pizza di Altero in centro, la mattonella di cioccolato da Al Mí Furnér in Saffi e il gelato alla prima cremeria biologica a Marconi, che sembrava non dover sopravvivere alla fine della stagione estiva e invece, quindici anni dopo, è ancora lì.

E poi giù per trecento chilometri, lungo la costa est del nostro stivale, fino agli stabilimenti balneari ancora deserti, dove la sabbia bollente sotto i piedi mi ricorda la sensazione meravigliosa e sempre uguale del primo giorno di mare della stagione, quando andavo ancora a scuola.
La brezza bollente, l’acqua piatta e calda, irresistibile come il canto di una sirena per i marinai.
Gli ombrelloni diversi nello stesso posto e la collocazione diversa degli stessi bagnanti nello chalet di una vita.
La vecchietta immortale, che va in acqua con le pinne già ai piedi camminando a ritroso, i fiori della sua storica cuffia catarifrangenti sotto il sole di mezzogiorno.
La vicina di ombrellone che mi riassume il suo ultimo anno tra una fila di parole crociate e l’altra, prima di buttarsi in acqua col costume a tartaruga, storico almeno tanto quanto la cuffietta a fiori dell’altra. E poi i ragazzini di ieri, che oggi hanno la patente o dei figli o sono finiti in cura – o tutte e tre insieme. Le passeggiate del mattino lungo la battigia, schivando i bimbi che si eiettano a razzo da sotto gli ombrelloni, concentrati solo sulla loro meta finale, il mare.
La musica dagli altoparlanti e le pubblicità, ancora le stesse dopo vent’anni.

Tutto uguale, eppure tutto diverso. Sono diversa io, sono diverse le persone che ho lasciato quando ho lasciato l’Italia. Sono diversi i discorsi che facciamo, così velati di una spolverata di malinconia al ricordo dei tempi andati e al pensiero che alcuni di noi potrebbero rivedersi tra un anno o due o mai più.

E infine ci sono la melancolia del rientro, la fine delle ferie e del sole e del caldo, il grigio fuori dalle finestre, il freddo e la pioggia della città che negli anni ho imparato a chiamare casa, dove vive l’altra metà degli affetti importanti della mia vita e dove lascio un pezzetto di cuore ogni volta in cui salgo su un aereo per andare da qualche parte.

La vita da expat sa essere meravigliosamente unica, ma quante volte richiede un prezzo emotivo che siamo a malapena in grado di pagare?