Il prezzo del micromanagent (e del bullismo in ufficio)

Sei anni fa ho sbroccato. Niente di che: mi sono licenziata da un lavoro stabile e ben pagato.

Dopo otto anni e mezzo passati a lavorare tra una team leader fuori di testa e l’altra, ho seguito l’esempio di molti prima di me e ci ho messo un punto. Un’emorragia di dipendenti consumatasi sotto gli occhi della direzione e delle Risorse Umane senza che nessuno avesse mai fatto nulla per fermarla, nonostante le continue segnalazioni e denunce.

Ricordo bene quel giorno. La mia team leader era pronta ad affrontare l’ennesima riunione in cui avrei denunciato il suo controllo ossessivo e il suo mobbing — e lei li avrebbe negati. Si ritrovò invece ad accettare la mia lettera di dimissioni e il mio “no” categorico alla domanda se ci fosse qualcosa che potesse offrirmi per convincermi a restare.

L’applauso dei colleghi alla notizia delle mie dimissioni fu secondo solo alle lacrime versate all’idea che non avremmo più lavorato insieme. Per anni avevano assistito al continuo via vai di persone dal mio team e alle difficoltà che avevo avuto con entrambe le manager. Avevano testimoniato e denunciato le stesse situazioni. Non servì a niente.
Anche nelle aziende d’Oltremanica, a volte, le cose non vanno come dovrebbero.

A spingere me e tanti altri ad andarsene fu soprattutto il micromanagement aggressivo portato avanti da due delle team leader.

Micromanagement, detto in parole povere, è la tendenza a supervisionare ogni singolo passo dei propri dipendenti, spesso sostituendosi a loro senza motivo, comunicandone implicitamente l’incapacità e mascherandosi dietro un “sono intervenut* solo per aiutarti!”. In altre parole, è stare loro col fiato sul collo.

Se, poi, la manager inizia anche a controllare quando, quanto e con quale velocità scrivono su Messenger o Teams, insinuando che stiano chiacchierando invece di lavorare, la violazione dei confini produce l’effetto opposto: se ne vanno proprio i dipendenti migliori.

Quando la pandemia ci costrinse tutti a lavorare da casa, oltre alle regole folli già introdotte in precedenza, la nostra team leader — e solo lei, fra i cinque manager dell’ufficio — ci obbligò a mandarle un’e-mail ogni mattina e ogni sera per comunicarle gli orari di accesso e disconnessione. Peccato che il supporto tecnico avesse già quei dati. Lei, però, non poteva consultarli senza una richiesta ufficiale. Così, per oltre un anno, continuammo a mandarle due e-mail al giorno. Nessuno, nel direttivo, le disse mai di smettere.

Aveva un bisogno patologico di controllo, alimentato da una competitività feroce. Nel suo team tutto doveva funzionare alla perfezione. Dovevamo essere sette soldatini, perché solo così saremmo risultati i migliori dell’azienda. In Italia probabilmente sarebbe scoppiata una sommossa. In Inghilterra, dove il conflitto si evita a ogni costo, ci si limita a licenziarsi. Anche perché denunciare era già stato inutile.

Quando fu promossa, dopo anni trascorsi sotto un manager incompetente e nullafacente, la nostra team leader partì col botto. Ci motivava, ci faceva i complimenti, decorava le nostre scrivanie per il compleanno. Voleva dimostrare di essere una manager migliore degli altri. Furono mesi stupendi; di collaborazione, di leggerezza malgrado il carico di lavoro e di complicità.

Come accade in molte dinamiche manipolatorie, però, ad un certo punto il love bombing finisce. Al suo posto arrivarono ricatti subliminali, privazioni, controllo, insinuazioni e bullismo.

Persino ottenere un giorno di ferie diventò un’Odissea. Eravamo in sette, abbastanza da coprirci anche con più persone assenti, ma lei concedeva ferie a una sola persona per volta. Per alcuni di noi l’autorizzazione arrivava così tardi che il prezzo dei voli, nel frattempo, era già aumentato.

Da brava italiana contestai quella regola fin dall’inizio, sostenuta (timidamente) dai miei colleghi. Ho detto “nostra” perché, naturalmente, a lei quella regola non si applicava nemmeno quando aveva una visita medica, a noi comunicata all’ultimo minuto. Ed è forse uno dei pochi privilegi legittimi dell’essere manager, insieme allo stipendio più alto.
Smette di esserlo quando, se sei tu ad avere un appuntamento medico, vieni obbligata a prendere mezza giornata di ferie invece di recuperare le ore in seguito, come permettevano gli altri manager (in Inghilterra le “ROL” non esistono). O quando ti lascia uscire dall’ufficio all’ultimo momento, con il rischio concreto di arrivare in ritardo e saltare l’appuntamento.

Alla fine, però, tutto si riduceva sempre allo stesso punto: il bisogno di controllo e il potere che quella posizione le consentiva di esercitare sulle altre persone.

Il problema non è mai il controllo in sé. È quando questo diventa più importante del rispettare gli altri, quando li costringe a scegliere tra la loro serenità e lo stipendio: la scelta, prima o poi, arriva da sola.

A distanza di sei anni continuo a pensare che, malgrado le conseguenze immediate, presentare quella lettera di dimissioni sia stata una delle decisioni più sagge da me mai prese.

La mia vita a Manchester – L’uomo d’Albione

Post inedito del 2016… ma ancora attuale. Enjoy!
P.S.: nessun inglese è stato intenzionalmente o involontariamente maltrattato.


Sembrano sempre normali: uomini seri, morigerati, la prima volta che ci parlo. E paiono normali pure a chi li conosce insieme a me e che, puntualmente, li approva.

Quei temerari che sfidano le convenzioni, le paure sedimentate nel loro DNA d’Oltremanica e la riservatezza tipica degli inglesi sobri, che non li porterebbe ad avvicinarsi a un tavolo di donne neppure se queste fossero più gnocche di Charlize Theron, questi prodi che riescono a parlarti senza fare un .zip delle frasi in seguito ad un tasso alcolemico degno di una trasferta in rianimazione, sono proprio quelli che, alla fine, ti stupiscono con gli effetti speciali (no, non quel tipo di effetti speciali… magari).

C’è gente che conosco che va agli speed-dating. Io, per ora e dopo le ultime, mi accontento di fuggire da certi dating con God-speed.
Meno male che ci sono le mie amiche a ricordarmi che non tutte le ciambelle nascono col buco. E che, finora, sono capitate tutte a me.

C’è del disagio – Episodio 1: quella sua maglietta fina…

“Dai, andiamo a casa mia! Ho tè, birra, caffè… quello che vi pare!”
Io e la mia amica ci guardiamo, in una domanda muta. ”Ma sì, andiamo pure!” è la risposta, sempre muta.
Tanto, che ci cambia?
Attico in pieno Northern Quarter. E il nostro cicerone ci vive da solo. ‘Sti cazzi.
Il problema vero, però, non è interrogarsi su che lavoro faccia questo qua a 32 anni per permettersi un humble abode del genere. Il problema è che lui della sua “camicia a righe del nonno” (cit.) non ne può più, quindi appena entrato in casa si scusa, sparisce in camera e ne riemerge con addosso un maglione.
Scendono alcuni secondi di silenzio catartico. Dopo quei secondi, dalla quiete si leva una voce italiana che fa: no, vabbé, pare uscito da Bridget Jones!
(Per la cronaca: la voce italiana non era la mia.)
Il silenzio s’allunga, si fa ansioso. Solo in due parliamo italiano, ma Bridget Jones è Bridget Jones pure in inglese, e anche se la mia amica non lo ha menzionato, il nome di Marc Darcy aleggia nell’aria, accompagnato dalle corna delle renne sul maglione del padrone di casa.
Rosso. Con i fiocchi di neve e le renne bianchi. E le lucine.
Come si fugge da ‘sto attico?
Lui punta tutto tranquillo il dito sul fratello e fa, con il tipico aplomb britannico: “me lo ha regalato lui. È molto caldo, sapete?”
E chi siamo noi, povere stronze, per contestarlo?
Ricco e col maglione con le renne. Marc Darcy VIVE

C’è del disagio – Episodio 2: senti, scusa, che c’hai due spiccioli?

Ho pagato l’ingresso al museo per sdebitarmi della broda.
Ho pagato il parcheggio (per lo stesso motivo di cui sopra).
Mi sono pagata da sola il pranzo.
E in tutto questo carosello di pagamenti autonomi, il mio accompagnatore m’ha lasciata libera di scucire. Siamo nel 20xx, dopotutto. Emancipazione femminile, eccetera, eccetera. In più, i quarantenni inglesi sono diversi dai quarantenni italiani, questo ormai l’ho capito. Qui ognuno paga per sé – almeno nel 90% dei casi.
Arriva il momento di andarcene. Decido di lasciare una mancia sul tavolo, la cameriera è stata proprio carina. Chi mi ha invitata a pranzo fuori (senza pagarmelo), invece, di lasciare una mancia non ci pensa proprio. S’alza, guarda con interesse gli spiccioli che ho lasciato nel piattino. Ci pensa su un secondo. Li prende.
“Mi faranno comodo per il parcheggio…” dice pensieroso. E via, gli spiccioli spariscono nella tasca dei jeans.
La cameriera arriva per raccattare i piatti sporchi e lancia a me un’occhiata inceneritrice.

C’è del disagio – Episodio 3: tutto tranne Corrie!

Mi invita a casa sua per “un bicchiere, quattro chiacchiere e un po’ di TV in sottofondo”. Ok, penso. Porto quel Bordeaux che ho preso al mercatino francese l’altro giorno. Se non altro, mi salvo dal bere l’ennesima purga da due sterline.
Trovo il padrone di casa in tenuta da spiaggia davanti a un 52 pollici acceso. A febbraio, con 15° in casa. A malapena mi saluta, prima di correre a fiondarsi di nuovo sul divano. Non si vuole perdere una battuta. Voglio dire, come farebbe, poi, a raccapezzarsi su quello che è successo nell’intricatissima e cervellotica trama di Coronation Street (Corrie, per gli amici)?
Finisce l’episodio. Ne parte subito un altro. In silenzio, prego l’Universo che non ce ne sia un terzo. Il tipo, intanto, a malapena mi parla. La storia si fa complicata: biondona al botulino #1 accusa biondona al botulino #2 di averle portato via la figlia. Ah, i problemi della vita, quelli veri! E io sono lì, che manco posso attaccarmi a canna alla bottiglia perché devo tornare a casa in macchina, e in questo paese basta poco e ti tolgono pure le mutande.
Nella pausa pubblicitaria pensa bene di spiegarmi quello che abbiamo appena visto, dal momento che per me Corrie è solo il set che hanno tirato su lungo la tratta dell’X50, a Media City. Io lo ascolto e penso con sollievo che questa deve essere l’ennesima espiazione di qualche colpa di una vita passata. O magari anche due. Poi, senza perdere altro tempo, mi afferra per un braccio e mi trascina di sopra. Riesce a completare l’ingloriosa opera (per me, tra un momento capirete perché) nel tempo intercorso tra una puntata e l’altra. Che, nel caso di Corrie, è di circa 10 minuti. A cui ne vanno tolti almeno 5 da lui usati per farmi il riepilogo e un altro paio per spostarsi dal piano di sotto a quello di sopra e liberare il letto invaso di vestiti. Fate voi i conti.

C’è del disagio – Episodio 4: c’eravamo tanto amati.

“È un bravo chap, fa l’insegnante privato. Lavora in un bar, nei weekend, è uno a posto… perché non vai a berci qualcosa insieme?”.
E lo pareva, un bravo chap. Per lo meno stando ai suoi messaggi, anche se, per decidere la data in cui vederci, c’è voluto il tempo di una Bibbia e comunque, alla fine, ha deciso che sarei stata io a dovermi fare venti miglia visto che di venire lui ad Altrincham non ne aveva nessuna voglia. Poi qualcosa nella conversazione, chissà cosa, è andato storto e s’è riaffacciato quel friccicore di pancia che da qualche tempo in qua ho imparato a non ignorare.
E così gli ho scritto che no, dai, lasciamo stare: è stato un piacere chattare con te, ma io sono strana e non me la sento di arrivare fin lì per prendere un caffè con uno che neppure conosco (sottinteso: da sola).
Insomma, il solito “non sei tu, sono io”. La sua risposta, lapidaria: grazie tante per avermi fatto perdere tempo.
Qualcosa mi sfugge: quale tempo, di preciso? Quello passato a scrivere i messaggi?
Adotto la tecnica del tacito assenso. Non rispondo.
Una settimana dopo il mio cellulare si anima. Un nuovo messaggio: “Sai, io sono una persona..”
E giù di insulti in qualche dialetto del Lancashire.
Ho chiesto aiuto a una collega del posto. Sta ancora ridendo, ma la traduzione letterale in inglese non me l’ha voluta fare.

E le amiche mi chiedono ancora perché mi rifiuto di iscrivermi per la terza volta a Tinder?!?