Incontro con l’autore

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Ieri sono stata ad un incontro con un altro autore di un libro che avevo letto di recente.
Quello che ogni volta mi spiazza, di questi faccia a faccia, è scoprire quanto gli scrittori siano umani, alla mano. Insomma: umili.
Se avete mai partecipato a un evento del genere, capire cosa intendo.

Mi era già capitato alla premiazione di Beastings di Ben Myers. In quell’occasione mi ero anche fatta una bella chiacchierata con lui su alcuni topic in comune – Londra, Manchester, clima inglese VS clima italiano, giornalismo, scrittura, etc. – e anche in quel caso ero rimasta sorpresa al vedere quanto fosse spontaneo e genuino.

Quando leggo un libro e quel libro mi piace, automaticamente da qualche parte nel mio subconscio scatta anche un sentimento di stima e di rispetto nei confronti di chi lo ha scritto. Senza accorgermene comincio a far prendere a questa persona le distanze da me, la innalzo un po’ più in alto a ogni pagina che leggo e, per quando ho finito il libro, mi sento come se io e l’autore venissimo da due mondi diversi, dove il suo è uno inavvicinabile, per pochi, vietato a noi, comuni lettori mortali.

Non che nessuno di loro mi abbia mai dato motivo di vederli così, poverini. Anzi, se ci pensate bene quegli autori che più ci stanno sulle palle e che veramente hanno un atteggiamento superiore sono anche quelli che spesso hanno scritto delle emerite cagate – scusate il francesismo, ma chiamiamo le cose col loro nome.
Ho notato che l’arroganza è spesso indirettamente proporzionale al diritto effettivo che un autore ha di trovarsi sullo scaffale dei bestseller – per non dire alla bravura. Chi ha arrancato da solo, di solito, conserva la sua umiltà anche quando diventa un nome conosciuto in tutto il mondo. I media possono presentarcelo come vogliono: arrogante, stronzo, saccente. Di persona saranno sempre tutta un’altra cosa.

“It’s quite unlikely that someone whose work you really connect with won’t be someone with whom you would also get along – their work is of them and from them and will be dibbled all over with things that are, in various ways, highly characteristic of who they truly are. Like the fruit – enjoy the tree. But they may be having an off day”
AL Kennedy per il Guardian.

Insomma, ieri vado a questo incontro e mi accorgo che l’autore è perfino più nervoso di noi lettori, seduti in un silenzio compito mentre attendiamo che lui cominci la lettura del primo capitolo del suo romanzo.
Per chi se lo stesse chiedendo, l’autore è S.D.Robertson e il romanzo, per ora disponibile solo in inglese, è Time to say Goodbye. Non vi fornisco dettagli sulla trama perché’ andrei fuori topic col post. Potete però trovare il mio giudizio qui e le recensioni degli altri lettori qui.

La parte più bella dell’incontro è stata quella relativa alla sua esperienza personale, un lungo, travagliato percorso che ha visto il suo manoscritto uscire dal cassetto e finire sugli scaffali di librerie e supermercati di tutto lo UK. Interi fine settimana passati a scrivere fino a notte fonda, sveglie assassine negli infrasettimanali, letture e riletture, scrittura e riscrittura degli stessi pezzi, sentimenti di odio e amore, paura di aver scritto una schifezza, paura di essere peggio di tutti gli altri scrittori, anche quelli più sconosciuti, voglia di mollare e voglia di combattere per diffonderlo: in quello che ha raccontato ci ho ritrovato i miei stessi controsensi, le mie stesse battaglie interiori, la mia stessa stanchezza mista ad esaltazione, i due sentimenti dominanti che, nonostante tutto, mi stanno aiutando a non mollare.

Anche io amo i miei personaggi, ma ci sono giornate in cui vorrei che la loro storia fosse finita, che non procedesse così a rilento, che la mia testa la smettesse di sfarfallare e la mia bocca di sbadigliare, facendomi bramare il letto, o una sveglia quelle due ore più tardi, o un weekend intero passato a fare altro invece che dividere il tempo tra un minimo di vita sociale e le ore chiusa nello studio – il fatto che fuori dalla finestra si scateni il finimondo, ogni volta, aiuta nell’accettare questo schema, credetemi.
Non pensavo di essere l’unica a vivere tutto questo, ovviamente. Seguo diversi blogger appassionati di scrittura e so che il nostro mondo a parte è parecchio affollato. Ma non mi era mai capitato di sentirmi dire le stesse cose da un autore affermato. Fa un certo effetto e, di sicuro, spinge ancora di più a stringere i denti.

Alla fine dell’incontro c’è stata la parte delle Q&A (domande & risposte) di rito. Robertson ha dato consigli per aspiranti scrittori e non che ritengo validi e che penso sia giusto condividere con voi:

Butta giù tutto quello che ti viene in mente, senza rileggerlo, perché se lo rileggi, poi cominciano i dubbi, e i dubbi sono la morte in partenza di qualunque manoscritto. La prima bozza sarà per forza una schifezza, e cominciarla scatenerà sempre in te il panico (ne avevo scritto anch’io un mesetto fa qui e anche in coda a questo post qui)

Prefiggiti un numero di battute da scrivere ogni giorno o ogni settimana o ogni mese e rispettalo. Quando hai finito, lascia il manoscritto nel cassetto per tutto il tempo che ti ci vuole a prendere distanza dalla storia. E’ un consiglio, questo, dato dal Maestro King nel suo On Writing che Robertson ha seguito alla lettera, trovandolo molto efficace – e io concordo con lui.

– Dopo un mese nel cassetto, riprendi il manoscritto, rileggilo e comincia ad annotare ciò che vuoi cambiare durante quella che sarà la sua seconda stesura.

Fai leggere la seconda stesura a parenti e amici stretti, prendi nota dei loro giudizi. Se non sei d’accordo con loro, aspetta una giornata, anche due, sbollisci e poi ripensa a quello che ti hanno detto. Hanno solo il tuo interesse in mente e se hai chiesto loro di leggere la tua bozza è perché del loro giudizio ti fidi: quindi? Che vuoi fare?
Neppure io sono esente da questa reticenza iniziale a seguire i consigli di chi vuole aiutarmi davvero. Poi, però, passa sempre e il manoscritto ci guadagna. Enormemente.

La terza bozza comincia nel momento in cui hai finito di raccogliere le opinioni e i consigli degli altri e decidi di revisionare l’opera alla luce degli stessi.

Finita la terza revisione (o terza bozza), metti via il tomo e non leggerlo più. Ci sarà sempre qualcosa da cambiare, riscrivere, sistemare, perché i personaggi e la storia sono lo specchio delle nostre esperienze e di chi siamo al momento in cui scriviamo, e come noi cambiamo, così cambiano loro. Per questo ad un certo punto bisogna dire basta, decidere che il libro ci piace così com’è al momento, ed evitare di rileggerlo.
Anche molti autori affermati cambierebbero tutto o quasi dei libri che hanno pubblicato, se potessero. Sarebbe una storia senza fine, una tela di Penelope che non vede un ritorno di Ulisse all’orizzonte. Io ci sto arrivando lentamente, a capirlo, ma ci sto arrivando. Meglio tardi che mai.

Datti un termine ultimo per presentare la bozza finale agli editori e rispettalo. O così, o andrai avanti a revisionare in eterno.

Non farti fermare dai rifiuti. Tutti gli autori ci sono passati, alcuni ne hanno ricevuti talmente tanti da metterci su una bella collezione (come JK Rowling / Robert Galbraith o Joanne Harris).
Se credi in ciò che hai creato, se ci credi veramente, insisti: prima o poi troverà la sua strada. Nel frattempo, preparati psicologicamente alla lunga serie di no che ti si prospetta davanti.

Buona fortuna a tutti noi e, soprattutto, buon lavoro!

 

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Il mondo ha ripreso a girare

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Dicembre è alle porte.
Lo sentiamo già bussare, con la sua aria secca e il suo odore di caminetto per le strade. Dalla radio in macchina e dalle televisioni nelle case arrivano le note dei primi canti di Natale. Dietro l’angolo, laggiù, il 2016 comincia a sporgere la testa, ansioso di rimpiazzare questo 2015 tutto uguale eppure tutto diverso.

Le stagioni sono scivolate via una alla volta, in silenzio e con lentezza, come l’acqua di un torrente dei Dales. Le settimane sono diventate mesi, e da Gennaio eccoci qua, a girare tra pochi giorni il calendario sull’ultima pagina dell’ultimo mese dell’anno.
Dall’estate il tempo ha accelerato senza avvisare mentre la vita, per contro, sembra aver rallentato. Quando ci si guarda indietro, però, ci si accorge che non è così.

Nei mesi fuggiti via in un sussurro tanti piccoli mutamenti impercettibili sembrano aver messo in moto cambiamenti più cospicui di cui ancora non ci è dato diritto di comprendere la natura o il fine. Le persone sono arrivate e se ne sono andate. Alcune hanno lasciato solo un viso in una foto; altre hanno impresso un marchio a fuoco nel cuore di chi è rimasto.
L’affanno quotidiano, quella ricerca di se stessi che ci tormenta dal momento in cui varchiamo le porte del mondo della coscienza adulta fino al giorno in cui ci congediamo dalla vita, ha rallentato la sua pressione, rendendoci più temperati.

Io stessa mi sento più moderata, più razionale. Più in pace con me stessa.

Le grandi scoperte e i grandi choc che la vita ha deciso di riservarmi sono arrivati un poco alla volta, consentendomi di assimilare il loro significato con calma, rielaborarlo, tentare di afferrarne il senso e il perché. Non sempre è stato facile. Non sempre ci sono riuscita. A volte essi sono stati un pugnale arroventato che è affondato nel mio essere, lasciando un segno che ha stracciato tutte le mie certezze. Eppure, malgrado questo, mi è piaciuto trovarmi a fronteggiare quel tipo di riflessioni.

Scavare in se stessi alla luce del presente e tenendo a mente ciò che c’è nel proprio passato può portare a delle scoperte incredibili. Può portare a farci scoprire in noi una persona del tutto nuova, e che ciononostante era sempre stata lì, nascosta in una nicchia, messa in ombra, a tacere, in attesa di essere trovata.
Si può arrivare a scoprire che era proprio la persona da noi messa a tacere in un angolo quella che avremmo dovuto essere. Ci si arriva ad interrogare sulla ragione per cui non sia riuscita a venire allo scoperto prima. Le risposte, purtroppo, non sono sempre ciò che ci si aspettava di trovare, né sempre gradevoli.

Certe volte ci si ostina a perseguire un obiettivo sbagliato perché lo si vede come il solo che possa dare alla quotidianità ragione di esistere. Per perseguirlo si cessa di guardarsi intorno, ci si fa conquistare dalla rabbia e dalla frustrazione davanti al suo continuo, fallito conseguimento. Si è talmente concentrati su di esso da dimenticarsi di vivere. Non si capisce che, in certi casi, basterebbe mandare tutto al diavolo per cominciare finalmente ad assaporare il proprio presente e gettare delle basi concrete per il proprio futuro.

Ho riscoperto la bellezza di una serata trascorsa a leggere un libro, lo splendore commovente di un tramonto e il brivido di eccitazione che scorre nelle ossa nell’attimo in cui la relfex riesce finalmente a catturarlo così come lo vedono gli occhi.
Ho scoperto che c’è amicizia laddove non se ne sospettava l’esistenza, e codardia imperdonabile mascherata da altruismo.
Ho scoperto che la follia può nascondersi dietro i gesti più innocenti, insinuarsi nell’insipido anonimato della quotidianità, dall’ordine in cui scriviamo la lista della spesa alla casualità con cui stravolgiamo il racconto di un evento di poco conto per accentrare il controllo su di noi, e che questo è un elisir irresistibile per chiunque, dal genitore, al fratello, al compagno.

Per tanto tempo, in un passato che si fa sempre più lontano, sono stata piuttosto inconcludente. Oggi so che parte del merito andava alle persone e alle circostanze più impensabili. Uscite dalla mia vita loro, il mondo ha ripreso a girare.
E io non voglio che si fermi più, mai più.

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