Brexit o non Brexit? Questo non è il solo problema

brexit-logo

 

Il 23 giugno nel Regno Unito si terrà il referendum che deciderà del suo abbandonare o meno dell’Unione Europea – o Brexit.

Consapevoli della spinosità della questione e di come – al solito – i media e le chiacchiere popolari possano distogliere l’attenzione della gente e farle prendere la decisione sbagliata, un mesetto fa il governo inglese ha mandato per posta ai cittadini un opuscolo informativo in cui si riassumono gli aspetti-chiave della faccenda – dal loro punto di vista, naturalmente – spendendo 9 milioni di sterline e scatenando l’ira funesta dell’opposizione e dell’ex-sindaco di Londra Boris Johnson.

Pur capendo poco di politica ed economia, su questa storia io mi sono voluta tenere comunque aggiornata. Non solo perché in quanto immigrata europea la questione mi riguarda da vicino, ma anche perché lavoro ogni giorno con aziende europee e non, e le previsioni di chi si occupa fisicamente delle spedizioni che io gestisco da dietro uno schermo non sono delle più rosee, nel caso in cui lo UK dovesse uscire dall’Unione. C’è troppo via-vai di merci per poter anche solo considerare di ritrovarsi ad avere a che fare con la dogana ogni singola volta in cui un ordine deve lasciare quest’isola alla volta dell’Europa.

il 44 per cento dell’export del Regno Unito è diretto verso l’Unione Europea, contro il 17 per cento diretto verso gli Stati Uniti.” Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2016

Nel tentativo di tenersi lo UK stretto, l’Unione Europea a febbraio ha indotto una riunione straordinaria in cui ha provato – ma non si sa ancora se sia riuscita – a ravvivare l’interesse degli inglesi e del loro governo verso la loro permanenza all’interno della UE. Alcuni lo hanno chiamato un contentino, altri un riscaldare una minestra che gli inglesi conoscevano già. Fatto sta che l’umore britannico è ancora altalenante e indeciso e non si riesce a prevedere, neppure dopo le centinaia di sondaggi, che ne sarà della EU e dello UK una volta conclusosi il Brexit.

brexit-separation

La questione non è facile da spiegarsi con un sì o con un no, come dicono in questo articolo. Ci sono decine di varianti, di conseguenze già accadute o all’orizzonte, di vecchi rimbrotti e nuovi problemi che vedono coinvolti – giusto per citarne qualcuno – l’immigrazione e i conseguenti sussidi (anche se è stato stimato che i benefit richiesti dagli immigrati residenti nello UK non sono che una pallida percentuale di quelli ottenuti dagli inglesi, non sempre del tutto autorizzati a prenderne), la svalutazione della sterlina, un’instabilità generalizzata in un periodo in cui si dovrebbe restare compatti, l’impatto sul mercato inglese e sulle aziende che lavorano con l’estero e danno lavoro ai non-inglesi per questo.

Government estimates based upon Office for National Statistics Trade and National Accounts data show 3.3 million jobs are linked to trade with the EU.” fonte: HM Treasury, 6 aprile 2016

L’articolo del canadese Dyer da me letto qualche tempo fa cerca di spiegare, dal suo punto di vista di londinese adottivo, per quale motivo gli inglesi sono così ansiosi di uscire dalla UE.

Fonte: Brexit on masterinvestor.co.uk

Guardando a tutti i pro ed i contro, come dicevo, non è facile capire quale sarà la risposta finale che gli inglesi accenderanno il 23 giugno. E’ per questo che a casa ci è arrivato quel volantino, il mese scorso. E per cui è stato creato il sito Eureferendum.gov.uk.

Mi ci sono fatta un giro e ho provato a fare il test. Ho sbagliato tutte le risposte tranne l’ultima. I numeri offerti nelle opzioni mi parevano talmente alti, talmente sproporzionati da aver preferito tenermi bassa nelle mie scelte.
Ed è stato così che ho cannato tutte le domande tranne l’ultima.
Il punto che più sembra preoccupare la gente comune, ovvero quanti dei soldi dei contribuenti inglesi finiscano nelle casse dell’Unione Europea, è anche quello che dovrebbe far dormire loro (e noi, a nostra volta tax payersonni tranquilli:
poco più di 1 centesimo per ogni sterlina pagata, tanto poco finisce nelle casse della UE. O così sembra. Il che, di fronte agli sperperi dei vari MP venuti fuori nell’ultimo anno e che gli italiani e i francesi storicamente conoscono pure troppo bene, diventano veramente spiccioli.

Membri della EU o meno, in certe cose tutto il mondo è Paese.

Partire, non fuggire

logo-referendum

I giovani devono andare, partire. Ma per curiosità, non per disperazione” Renzo Piano

Con la storia della mancata affluenza alle urne in occasione del referendum del 17 Aprile, nelle retrovie si è scatenato un rumoroso dibattito, capitanato da italiani coscienziosi che sono andati a votare solo per sentirsi poi dire, a referendum concluso, che non era servito a niente.

E’ stata questa la frase-chiave che ho letto un po’ dappertutto e che mi ha scioccata: non vado perché non serve a niente. In pochi hanno detto “non vado a votare perché il tornaconto di questo referendum non mi è chiaro”. Il che, se vogliamo vederla anche da quel punto di vista, ci sta. Si sono lette notizie talmente contraddittorie, sui canali ufficiali come su quelli ufficiosi, che la gente è arrivata al 17 aprile più confusa di prima: votare sì? Votare no? O astenersi del tutto ed evitare di far cazzate?

E poi, come può essere giusto un referendum al quale il premier stesso ha consigliato di non andare?

La reazione di chi è andato a fare il suo dovere di cittadino è stata violenta. I soliti appellativi – popolo di pecoroni, di ignoranti, di vigliacchi – sono tornati a fiorire, ma prima ancora di quelli, manifestazione di una rabbia impotente da parte di chi sta provando nel bene o nel male a cambiare le cose e non ci sta riuscendo, è arrivata stavolta una spolverata di qualcosa di nuovo e di più preoccupante, qualcosa che prima si annusava poco e restava addosso pure meno: la rassegnazione. Che è peggio. Alla delusione, infatti, c’è rimedio; la delusione, come la rabbia, è ancora un sentimento, implica un qualche coinvolgimento, una voglia di ribellarsi. La rassegnazione no. La rassegnazione è la firma di chi ha gettato la spugna, di chi di provare non ha più voglia. Di chi, schiacciato dall’ennesima sconfitta, si ritira portandosi sulle spalle tutto il peso di una stanchezza direttamente proporzionale alla ferocia con cui si era battuto in principio.

rassegnazione-dizionario

E questa stanchezza, che lo si accetti o no, si trasforma in voglia di fuggire.

Fuggire da una realtà in cui le cose restano sempre uguali o vanno sempre peggio, da un Paese stupendo che non si sa prendere cura dei suoi cittadini, sfruttato e disseccato da vertici che ne hanno raschiato il fondo e, in certi casi, lo hanno anche bucato.
Fuggire da una vita che sembra offrire un futuro più cupo dell’incognita che li aspetta oltre i confini nord dello Stivale.

Leggevo ieri questo post, solo uno dei tanti sullo stesso tono in cui mi sono imbattuta negli ultimi due giorni. A colpirmi di più sono stati i commenti: dopo questo ennesimo fallimento indotto di quello che era un loro diritto costituzionale, gli ex-guerrieri italiani si arrendono e cominciano a considerare seriamente di abbandonare le amate sponde in cerca di una vita e un Paese migliori all’estero.
Non sapranno mai se quella di domenica è stata veramente una sconfitta o un bene, e il fatto stesso che non lo sappiano, che ci sia questa incertezza portata da un’informazione lacunosa e contraddittoria, conferma che la sconfitta c’è stata comunque.


La minaccia di partire è un grido d’aiuto lanciato ad orecchie che non stanno a sentire. E’ a loro che dovrebbe prestare attenzione chi può fare qualcosa per il loro Paese, da loro che dovrebbe cominciare a cercare di capire perché gli italiani abbiano questa stanchezza addosso
.

Cosa bisogna fare per sconfiggere una volta per tutte questo mostro che da anni sta consumando da dentro i nostri concittadini, rendendoli tra i più pessimisti e infelici d’Europa?
Non è una scoperta recente, in fondo. Il Corriere della Sera aveva pubblicato un articolo simile già 9 anni fa, in cui si diceva che l’infelicità dei cittadini del Bel Paese deriverebbe dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni, nel sistema sociale e nell’avvenire.”

E forse è così, forse è vero che gli italiani sono disillusi, stanchi, che non hanno più interesse ad informarsi e ad informare. Si trascinano tra i ruderi di quelli che avrebbero potuto essere e che non sono riusciti a diventare – non ancora almeno.

Quanti milioni di euro è costato quel referendum al quale il loro premier ha detto di non partecipare?

Il punto è: c’è sempre tempo per cambiare le cose.
Se 40 milioni di persone trasformassero quel “non vado a votare perché tanto non serve a niente” in “vado a votare anche se (forse) non serve a niente” qualcosa cambierebbe, eccome. Purtroppo, però, pochi se la sentono di fare quel passo da soli. Consci che i grandi cambiamenti partono proprio dall’azione del singolo e sperando che altri singoli si aggreghino, dando via al cambiamento, quei pochi lo fanno lo stesso, ma vengono disillusi dalla conferma di ciò che temevano: gli altri singoli non si sono aggregati, appagati da una sorta di sadica soddisfazione alla scoperta del veder riconfermata la loro idea che tutto sarebbe stato inutile, se si fossero accodati.

E così quei singoli coraggiosi decidono che è ora di andarsene e di raggiungere noi, che avevamo capito anni fa come andarcene si fosse ormai reso necessario e come non saremmo più tornati in maniera permanente, una volta che lo avessimo fatto. E oggi eccoci qui, che osserviamo da lontano quello che succede nel nostro Paese, confusi come tutti, con una coperta di tristezza a soffocarci il cuore e ad aumentare quel fastidioso senso di inevitabilità, quella consapevolezza che non ci sarà mai occasione per un rientro, neppure volendo, e che se e per quando ci sarà noi saremo ormai troppo radicati, troppo estranei a quella realtà nella quale siamo cresciuti, troppo vecchi.

Anche noi, a modo nostro, troppo stanchi.

rita-levi-montalcini-ribellarsi

ADDENDUM POST-PUBBLICAZIONE:

Sto ricevendo feedback interessanti a questo post.
Mi e’ arrivato un terzo punto di vista, da parte di chi a votare non ci e’ andato, e questo punto di vista e’: mi sono astenuto/a perche’ ci e’ stato chiesto di prendere una decisione che riguardava aspetti troppo tecnici della questione, su cui non avevo conoscenze sufficienti e che sarebbe spettata piuttosto a Regioni e Governo.
Mentre mi faccio un altro giro su altri siti cercando di capirne di piu’ anche su questo aspetto, vi chiedo: a quale decisione vi siete attenuti voi e perche’?