Note nella notte

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Un CD suona “Siamo i Watussi”.
Aggrappato al volante mentre cerca di dominare l’acquaplaning che sta spostando la sua 107, ride. Non riesce a smettere. La macchina è lanciata a 90 all’ora su un tappeto di idrogeno e ossigeno (H2O, H2O, continua a ripetersi) alle tre del mattino sulle strade di questa terra straniera e la sua radio suona “Siamo i Watussi”. Ridicolo, no?

La compilation si chiama ” I migliori successi italiani di sempre”. Lo sono? Forse sì. Sono canzoni mediocri che il passare del tempo ha reso successi perché più delle altre riescono a richiamare alla mente un passato di cui tutti hanno nostalgia. E la sua auto è diventata una capsula del tempo, uno scrigno fatto di ricordi e musica in cui l’oggi si fonde con ieri in un misto di affetto, senso di perdita e tristezza che si fondono e scivolano addosso lisci come l’acqua che si sta snodando sul parabrezza.
A-abbronzatissima, sotto i raggi del sole, come è bello sognare, abbracciato con te!
Non ricorda più il colore della sua pelle abbronzata. Nell’isola in cui vive e in cui il sole, quello vero, batte raramente, tutto si raffredda. Anche i sentimenti.
Sulle labbra tua dolcissime, col profumo di salsedine…
Che sapore ha un bacio ricoperto di sale?
Non se lo ricorda. È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui ha visto il mare in estate.
È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui ha baciato qualcuno. Forse, non c’è mai stato un bacio al profumo di salsedine, nella sua vita. Non ancora.

Dalle casse inizia a diffondersi la voce di Giuni Russo. Le canzoni italiane più belle di sempre sembrano ridursi a una sequenza di melodie che inneggiano all’estate. È la colonna sonora della sua infanzia, della giovinezza dei suoi genitori, dei suoi amici. È un disco di tutti. E sotto la pioggia battente, nel buio di quella notte nordeuropea, finalmente li ritrova.
Il sapore del sale sulle labbra.
Il calore del sole di agosto sul viso.
Il rumore delle onde e gli schiamazzi dei bambini sul bagnasciuga e gli altoparlanti in spiaggia che eruttano le ultime hit parade e le famiglie che si chiamano e i ragazzini che giocano a pallone su un campo disegnato a colpi di tallone.
Si rivede sul sedile posteriore della Fiesta di suo padre, coi finestrini abbassati, l’aria bollente che entra a fiotti mentre avanzano sul lungomare in cerca di un parcheggio, con la voglia di affondare i piedi sulla sabbia rende tutti un po’ impazienti. E alla radio c’è Giuni Russo che canta Un’estate al mare.
Ma la pace e il caldo e il profumo del mare vengono cancellati dal martellare della pioggia sul tetto della 107, il bollore dell’afa sostituito dal calore del motore eiettato in un flusso costante dalle ventole sul cruscotto. Sembra esserci sempre pioggia, in questa terra lontana e avulsa dai suoi ricordi. Anche se, in fondo, non è proprio così e lo sa. Ma stasera, sotto quel diluvio, preferisce pensare che sia sempre così, che non brilli mai il sole, lì.
E casa sua non è mai sembrata così lontana.

Chissà dov’era casa mia
e quel bambino che
giocava in un cortile
Io, vagabondo che son io
Vagabondo che non sono altro…

Note nella notte (C) 2014 Juana Romandini

L’amore in un gettone telefonico

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Era bello telefonarsi da 10, 20 o 600 chilometri di distanza, una volta.
Quando il telefono era il solo mezzo che avevamo per comunicare gli uni con gli altri, quando sentire una voce ci dava emozioni che le parole scritte non riusciranno mai a trasmettere. Perchè non si può mentire a un orecchio che ascolta. Bisognava essere bravi per camuffare una bugia, col telefono. E se l’orecchio che ascoltava era un orecchio innamorato, sentire quella voce anche solo per pochi minuti era un piacere che neppure una lettera scritta a mano poteva dare.

Quando Whatsapp o Facebook o le email ancora non esistevano, o queste ultime si stavano appena diffondendo, le relazioni erano piu’ spontanee e dirette. Gli amori nascevano e si spegnevano sulle note dei juke-box, dopo essere fioriti e cresciuti per la lunghezza dei cavi della Sip. E il cuore batteva a ritmo del tono di attesa nella cornetta. Inserivamo il gettone o la scheda telefonica nella fessura e aspettavamo che, dall’altra parte, la persona rispondesse. Aleggiavano sentimenti, si creavano legami, nascevano amori sul rumore del tono di attesa nella cornetta.
Si scrivevano lettere d’amore con le dita che esitavano, consce del fatto che una singola titubanza, un singolo errore o uno sbafo sarebbero stati la condanna dell’intero foglio.

Con i mezzi di comunicazione moderni si è persa l’intimità di una chiacchierata a due. Si è persa la magia del far sgorgare i propri sentimenti su un foglio, aiutati da una penna. L’ebbrezza ubriaca del ricevere una busta col proprio nome da quel mittente. Dell’aprire la lettera, del contarne le pagine. Del leggerne e rileggerne il contenuto col cuore che faceva piroette, dallo sterno alla gola e ritorno.

La forza delle parole, un tempo marcata dalla pressione della penna sulla carta, si è trasformata oggi in una serie di emoticon che fanno tutto il lavoro per noi. Il touchscreen è il nostro foglio, la tastiera del computer il nostro inchiostro. E nella comodità dell’impiegare dieci minuti a scrivere quello che prima richiedeva un’ora, abbiamo anche dimenticato come dire ti amo.
Perchè la poesia di un ti amo sussurrato in una cornetta a seicento chilometri di distanza nessuno smiley in una chat la potrà mai eguagliare.

I sentimenti non sarebbero stati gli stessi, se il gettone della cabina telefonica fosse stato un touchscreen foderato di emoticon.