La traccia di chi non c’è più

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La traccia di chi non c’è più è una tazza che se ne sta sullo scaffale, lasciata indietro da qualcuno partito su un volo di sola andata per un altro Paese, diretto verso un’altra vita, verso altre esperienze.
Reca i segni delle troppe girate del cucchiaino con cui era stato aggiunto lo zucchero, il bordo scurito da tanti caffè. Il rollio di colori e di fiori sulla ceramica stanca si staglia contro il vuoto dei buchi lasciati dalle altre tazze prese da altri, ma quella lì no, quella nessuno l’ha toccata.

Non ancora, non per ora.

E per qualche tempo ancora le mani continueranno a girarci intorno, a prendere altre tazze da quel ripiano, inconsciamente o intenzionalmente, consapevoli che non appartiene a loro, nonostante la sola persona autorizzata a usarla varcherà la porta di un altro ufficio in un altro Paese, ma non di quello.

La traccia di chi non c’è più sono delle bustine di vaniglia scritte in tedesco che cadono dallo sportello in cucina e ti ricordano che sì, è vero, sono passati mesi da quando ti sono state date e tu ancora devi provare a farla, quella torta che ti aveva fatto assaggiare la collega. Hai perso la ricetta, ma puoi sempre chiederla a lei, perché chi parte non se ne va mai davvero, non oggi che siamo a portata di clic.

La traccia di chi non c’è più sono due iniziali e un memo lasciato in un vecchio ordine, due singole lettere che risvegliano nel cuore ricordi rimossi, sensazioni dimenticate, reazioni sopite.

Quante persone ho conosciuto, nell’ultima manciata di anni. Quante se ne sono andate. Troppe.

C’è sempre un motivo per cui ci incontriamo e ogni incontro ha uno scopo, fosse anche soltanto il permettere a ambo le parti di mettere su una collezione di ricordi da custodire una vita intera.

L’amarezza della separazione, però, neppure un sorriso nostalgico la potrà mai alleviare.

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I rischi delle cose belle

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Sono giunta alla conclusione che la delusione va a braccetto con l’amore.
Fraterno, di coppia, tra amici: non importa. Qualunque tipo di amore, di legame. E’ l’affetto che ci lega a una persona la nostra condanna, infatti, perché se di qualcuno non te ne frega niente, allora come può quel qualcuno scaturire una qualunque reazione che ti faccia stare da schifo quando succede qualcosa?

Nessuno è perfetto. Deludiamo e veniamo delusi in egual misura.
E’ nel nostro DNA, fa parte del modo in cui siamo fatti, individui imperfetti destinati ad amare e ad essere amati. A deludere e venire delusi. Certe volte questo rapporto è bilanciato, altre no. A volte è sbilanciato sin dall’inizio, altre si sbilancia nel tempo, mentre la vita e i problemi incalzano e ci si ritrova sempre più stanchi a combattere e annaspare per tenere in piedi quel legame, mentre si cerca in ogni modo di ignorare la morsa bruciante allo stomaco scatenata dalla delusione. E ogni volta che ne arriva una la frattura che si era creata con la prima, anziché risanare, si fa sempre più profonda.

Una mia amica dice sempre di se’: devo imparare a non aspettarmi dagli altri lo stesso trattamento di favore che riservo di solito loro io, perché nel 90% delle volte rimarrò delusa.
Per me questo è valido soprattutto quando si tratta di esserci, dell’essere presenti, del correre non appena le persone a noi vicine hanno bisogno di noi, del fare salti mortali (o le ore piccole) per esserci – solo per ritrovarci poi a dovercela sbrogliare da soli quando le parti si invertono.

C’è un modo di evitarsi quel magone corrosivo alle viscere, ed è starsene per i fatti propri. Sopravvivere con e per se stessi, in santa pace, senza beghe e senza affanni. Credeteci o meno, ma ci sono persone che hanno fatto di questi punti la loro filosofia di vita. Mi chiedo che tipo di vita sia. Una vita comoda, senza imprevisti, senza problemi esterni, certo. Senza rischi. Vuota. E’ un po’ come chi si preclude una nuova relazione soltanto perché è stato ferito dalla precedente, come chi non viaggia in aereo per paura di morire, come chi non spende un centesimo nel terrore di averne bisogno un giorno per qualche spesa astronomica inaspettata. Si vive privandosi di relazioni, incontri, piaceri e soddisfazioni. Possiamo chiamarla vita, quella?

Come per tutte le cose, anche le relazioni arrivano insieme a dei rischi.
Si può imparare a vivere senza oppure si può accettare di correrli, godendo dei momenti unici che portano con se’. Il bruciore allo stomaco che arriva ogni volta in cui qualcuno a cui vuoi bene ti delude, però, quello è un dettaglio con cui può risultare difficile riuscire a convivere.