Il Grido dei Narcisi ©2021 Juana Romandini

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𝑳𝒖𝒈𝒍𝒊𝒐 2000. 𝑰𝒏 𝒖𝒏𝒂 𝒏𝒐𝒕𝒕𝒆 𝒅’𝒆𝒔𝒕𝒂𝒕𝒆, 𝒔𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒏𝒆𝒕𝒂𝒏𝒂, 𝒖𝒏 𝒈𝒊𝒐𝒗𝒂𝒏𝒆 𝒔𝒕𝒖𝒅𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒖𝒏𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒊𝒕𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒗𝒂 𝒊𝒏𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒂 𝒖𝒏 𝒕𝒓𝒆𝒏𝒐 𝒊𝒏 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒂.

𝑳𝒖𝒈𝒍𝒊𝒐 2013. 𝑪𝒓𝒊𝒔𝒕𝒊𝒂𝒏𝒐, 𝒇𝒓𝒂𝒕𝒆𝒍𝒍𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒈𝒊𝒐𝒗𝒂𝒏𝒆 𝒔𝒖𝒊𝒄𝒊𝒅𝒂, è 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒊𝒏 𝒄𝒆𝒓𝒄𝒂 𝒅𝒊 𝒖𝒏𝒂 𝒓𝒊𝒔𝒑𝒐𝒔𝒕𝒂. 𝑴𝒂𝒕𝒕𝒊𝒂 𝒆𝒓𝒂 𝒃𝒆𝒏𝒗𝒐𝒍𝒖𝒕𝒐 𝒅𝒂 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊, 𝒈𝒍𝒊 𝒔𝒕𝒖𝒅𝒊 𝒂𝒏𝒅𝒂𝒗𝒂𝒏𝒐 𝒃𝒆𝒏𝒆, 𝒂𝒗𝒆𝒗𝒂 𝒖𝒏𝒂 𝒓𝒂𝒈𝒂𝒛𝒛𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒅𝒐𝒓𝒂𝒗𝒂: 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉é 𝒔𝒊 è 𝒖𝒄𝒄𝒊𝒔𝒐?

𝑴𝒂, 𝒔𝒐𝒑𝒓𝒂𝒕𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐, 𝒄𝒉𝒊 𝒉𝒂 𝒐𝒓𝒅𝒊𝒏𝒂𝒕𝒐 𝒊𝒍 𝒄𝒖𝒔𝒄𝒊𝒏𝒐 𝒅𝒊 𝒏𝒂𝒓𝒄𝒊𝒔𝒊 𝒑𝒐𝒔𝒕𝒐 𝒔𝒐𝒑𝒓𝒂 𝒍𝒂 𝒃𝒂𝒓𝒂 𝒅𝒊 𝑴𝒂𝒕𝒕𝒊𝒂?


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La traccia di chi non c’è più

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La traccia di chi non c’è più è una tazza che se ne sta sullo scaffale, lasciata indietro da qualcuno partito su un volo di sola andata per un altro Paese, diretto verso un’altra vita, verso altre esperienze.
Reca i segni delle troppe girate del cucchiaino con cui era stato aggiunto lo zucchero, il bordo scurito da tanti caffè. Il rollio di colori e di fiori sulla ceramica stanca si staglia contro il vuoto dei buchi lasciati dalle altre tazze prese da altri, ma quella lì no, quella nessuno l’ha toccata.

Non ancora, non per ora.

E per qualche tempo ancora le mani continueranno a girarci intorno, a prendere altre tazze da quel ripiano, inconsciamente o intenzionalmente, consapevoli che non appartiene a loro, nonostante la sola persona autorizzata a usarla varcherà la porta di un altro ufficio in un altro Paese, ma non di quello.

La traccia di chi non c’è più sono delle bustine di vaniglia scritte in tedesco che cadono dallo sportello in cucina e ti ricordano che sì, è vero, sono passati mesi da quando ti sono state date e tu ancora devi provare a farla, quella torta che ti aveva fatto assaggiare la collega. Hai perso la ricetta, ma puoi sempre chiederla a lei, perché chi parte non se ne va mai davvero, non oggi che siamo a portata di clic.

La traccia di chi non c’è più sono due iniziali e un memo lasciato in un vecchio ordine, due singole lettere che risvegliano nel cuore ricordi rimossi, sensazioni dimenticate, reazioni sopite.

Quante persone ho conosciuto, nell’ultima manciata di anni. Quante se ne sono andate. Troppe.

C’è sempre un motivo per cui ci incontriamo e ogni incontro ha uno scopo, fosse anche soltanto il permettere a ambo le parti di mettere su una collezione di ricordi da custodire una vita intera.

L’amarezza della separazione, però, neppure un sorriso nostalgico la potrà mai alleviare.

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