La traccia di chi non c’è più è una tazza che se ne sta sullo scaffale, lasciata indietro da qualcuno partito su un volo di sola andata per un altro Paese, diretto verso un’altra vita, verso altre esperienze. Reca i segni delle troppe girate del cucchiaino con cui era stato aggiunto lo zucchero, il bordo scurito da tanti caffè. Il rollio di colori e di fiori sulla ceramica stanca si staglia contro il vuoto dei buchi lasciati dalle altre tazze prese da altri, ma quella lì no, quella nessuno l’ha toccata.
Non ancora, non per ora.
E per qualche tempo ancora le mani continueranno a girarci intorno, a prendere altre tazze da quel ripiano, inconsciamente o intenzionalmente, consapevoli che non appartiene a loro, nonostante la sola persona autorizzata a usarla varcherà la porta di un altro ufficio in un altro Paese, ma non di quello.
La traccia di chi non c’è più sono delle bustine di vaniglia scritte in tedesco che cadono dallo sportello in cucina e ti ricordano che sì, è vero, sono passati mesi da quando ti sono state date e tu ancora devi provare a farla, quella torta che ti aveva fatto assaggiare la collega. Hai perso la ricetta, ma puoi sempre chiederla a lei, perché chi parte non se ne va mai davvero, non oggi che siamo a portata di clic.
La traccia di chi non c’è più sono due iniziali e un memo lasciato in un vecchio ordine, due singole lettere che risvegliano nel cuore ricordi rimossi, sensazioni dimenticate, reazioni sopite.
Quante persone ho conosciuto, nell’ultima manciata di anni. Quante se ne sono andate. Troppe.
C’è sempre un motivo per cui ci incontriamo e ogni incontro ha uno scopo, fosse anche soltanto il permettere a ambo le parti di mettere su una collezione di ricordi da custodire una vita intera.
L’amarezza della separazione, però, neppure un sorriso nostalgico la potrà mai alleviare.
Era dicembre 2008 quando sentii questa canzone per la prima volta.
Ero a casa di un collega, la partita Juventus – Milan era appena finita e noi aspettavamo che ricominciassero a passare gli autobus notturni per potermi far tornare a casa. Mi avrebbe accompagnata lui perché era notte e perché sono cose che tra connazionali si fanno, perché io ero arrivata da neppure un mese a Londra eppure mi sentivo ancora spaesata, persa, ancora incapace di afferrare l’enormità dei cambiamenti avvenuti nella mia vita, inconsapevole della macchina che avevo messo in moto salendo sul volo che mi aveva portata in Inghilterra.
Fu in quelle due ore di attesa che il mio collega mi fece scoprire questa canzone. Fango di Jovanotti. E mentre la ascoltavamo mi disse che questa canzone lo rappresentava, si ritrovava in ogni sua parola, la sentiva nelle orecchie mentre attraversava quelle strade straniere e affollate di gente, mentre pensava al sole della sua terra o mentre mangiava un tramezzino ricordando una tavola troppo lontana a cui sedevano i pezzetti di cuore che si era lasciato dietro trasferendosi in Inghilterra.
E mi disse che, esattamente come dice la canzone, proprio grazie ai ricordi anche lui sapeva di non essere solo.
Ho riascoltato Fango stasera per la prima volta da allora, e nell’attimo in cui è partita i ricordi mi hanno invasa, ricoprendomi di quella dolcezza amara tipica di qualcosa di bello che è passato e che ringraziamo ci sia stato.
Mi sono tornate in mente quelle notti di attesa del bus notturno, le risate che, nonostante la nostra stanchezza micidiale, non mancavano mai, quella nostra intesa fraterna che mi aveva fatto ritrovare in terra straniera un po’ dell’affetto che avevo lasciato a casa, un surrogato di famiglia che mi aiutò in quelle prime settimane impossibili ad avanzare nel fango della mia nuova vita così pregna di sfide, di alti e bassi, di crisi, paure, decisioni e indecisioni.
Che cammino unico quello in cui ci siamo messi il giorno in cui abbiamo deciso di fare i bagagli e partire…
Il collega ripartì poco prima di Natale per non tornare più in Inghilterra e il nostro non fu che il primo di una lunga serie di addii a cui mi sarei dovuta abituare negli anni, quando persone a cui tenevo venivano portate dalla vita in posti diversi, mettendo in valigia un pezzetto di me e lasciandomi in cambio il frammento di loro con cui mi avevano arricchita nel tempo da noi trascorso insieme.
La mattina dopo quella notte della partita mi fermai in mezzo a Oxford Circus, misi le cuffie alle orecchie e feci partire Fango. Nel tumulto di migliaia di corpi estranei che si accalcavano su marciapiedi troppo grandi, nel fragore del traffico e dei negozi che eruttavano rumore, nei colori delle Union Flag che trapuntavano da parte a parte Regent Street, negli odori di Londra che mi scendevano in gola insieme allo smog, nei cartelli che puntavano in mille direzioni diverse, scritti in una lingua a me ancora poco familiare, anche io mi sono ritrovata in quella canzone.
La città era davvero un film straniero senza sottotitoli, davanti avevo cartelli di sei metri che mi dicevano che tutto era intorno a me e nel caos di quell’universo enorme in cui io non ero che un puntino ho avuto paura di perdere me stessa, quello che ero, di dimenticare da dove venivo e perché ero lì, ma mi è bastato un istante in compagnia del rumore del mare e del calore di una giornata di sole impressi nel mio essere per capire di dovermi tranquillizzare.
Mi sono aggrappata a quei frammenti di me stessa, ho accostato meglio la sciarpa al collo e ho ripreso a camminare.
Da allora non mi sono più fermata.
Io lo so che non sono solo
Anche quando sono solo
Io lo so che non sono solo E rido e piango E mi fondo con il cielo e con il fango.