Fango

road-ahead

 

Era dicembre 2008 quando sentii questa canzone per la prima volta.

Ero a casa di un collega, la partita Juventus – Milan era appena finita e noi aspettavamo che ricominciassero a passare gli autobus notturni per potermi far tornare a casa. Mi avrebbe accompagnata lui perché era notte e perché sono cose che tra connazionali si fanno, perché io ero arrivata da neppure un mese a Londra eppure mi sentivo ancora spaesata, persa, ancora incapace di afferrare l’enormità dei cambiamenti avvenuti nella mia vita, inconsapevole della macchina che avevo messo in moto salendo sul volo che mi aveva portata in Inghilterra.

Fu in quelle due ore di attesa che il mio collega mi fece scoprire questa canzone.
Fango di Jovanotti.
E mentre la ascoltavamo mi disse che questa canzone lo rappresentava, si ritrovava in ogni sua parola, la sentiva nelle orecchie mentre attraversava quelle strade straniere e affollate di gente, mentre pensava al sole della sua terra o mentre mangiava un tramezzino ricordando una tavola troppo lontana a cui sedevano i pezzetti di cuore che si era lasciato dietro trasferendosi in Inghilterra.

E mi disse che, esattamente come dice la canzone, proprio grazie ai ricordi anche lui sapeva di non essere solo.

Ho riascoltato Fango stasera per la prima volta da allora, e nell’attimo in cui è partita i ricordi mi hanno invasa, ricoprendomi di quella dolcezza amara tipica di qualcosa di bello che è passato e che ringraziamo ci sia stato.

Mi sono tornate in mente quelle notti di attesa del bus notturno, le risate che, nonostante la nostra stanchezza micidiale, non mancavano mai, quella nostra intesa fraterna che mi aveva fatto ritrovare in terra straniera un po’ dell’affetto che avevo lasciato a casa, un surrogato di famiglia che mi aiutò in quelle prime settimane impossibili ad avanzare nel fango della mia nuova vita così pregna di sfide, di alti e bassi, di crisi, paure, decisioni e indecisioni.

Che cammino unico quello in cui ci siamo messi il giorno in cui abbiamo deciso di fare i bagagli e partire…

Il collega ripartì poco prima di Natale per non tornare più in Inghilterra e il nostro non fu che il primo di una lunga serie di addii a cui mi sarei dovuta abituare negli anni, quando persone a cui tenevo venivano portate dalla vita in posti diversi, mettendo in valigia un pezzetto di me e lasciandomi in cambio il frammento di loro con cui mi avevano arricchita nel tempo da noi trascorso insieme.

La mattina dopo quella notte della partita mi fermai in mezzo a Oxford Circus, misi le cuffie alle orecchie e feci partire Fango. Nel tumulto di migliaia di corpi estranei che si accalcavano su marciapiedi troppo grandi, nel fragore del traffico e dei negozi che eruttavano rumore, nei colori delle Union Flag che trapuntavano da parte a parte Regent Street, negli odori di Londra che mi scendevano in gola insieme allo smog, nei cartelli che puntavano in mille direzioni diverse, scritti in una lingua a me ancora poco familiare, anche io mi sono ritrovata in quella canzone.

La città era davvero un film straniero senza sottotitoli, davanti avevo cartelli di sei metri che mi dicevano che tutto era intorno a me e nel caos di quell’universo enorme in cui io non ero che un puntino ho avuto paura di perdere me stessa, quello che ero, di dimenticare da dove venivo e perché ero lì, ma mi è bastato un istante in compagnia del rumore del mare e del calore di una giornata di sole impressi nel mio essere per capire di dovermi tranquillizzare.

Mi sono aggrappata a quei frammenti di me stessa, ho accostato meglio la sciarpa al collo e ho ripreso a camminare.
Da allora non mi sono più fermata.

Io lo so che non sono solo
Anche quando sono solo
Io lo so che non sono solo
E rido e piango
E mi fondo con il cielo e con il fango.

Manchester e la sua lotta per la (ri)conquista di un cuore verde cittadino

Piccadilly_Gardens-wikipedia

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” – Italo Calvino

Negli ultimi due mesi, con la questione della petizione sui Piccadilly Gardens, ho scoperto che io e i locali su Manchester la pensiamo allo stesso modo: ci sono troppo cemento e troppi palazzi, e troppi negozi e strutture che sembrano aborti, in questa città.

Le reazioni alla proposta del Council di “risistemare” i Gardens mantenendone il cemento ha scatenato l’ira ancestrale degli autoctoni i quali chiedono più verde, una piazza più bella, più sicura, insomma: un posto che dia un’immagine accogliente a chi esce dalla stazione e si addentra per le vie del centro. Vogliono che si smetta di dare un impatto negativo al visitatore che scende dal treno o dal bus e si ritrova davanti quella che hanno chiamato una “piscina all’aperto fatta di cemento e sozzeria”.

MEN_ARC_0113732_5996484

Il che, paradossalmente, è esattamente l’effetto che mi fece Manchester quando la vidi per la prima volta sette anni fa.

Troppo cemento, troppi palazzi, troppo sporco, troppo grigio: la mia impressione generale della città non fu delle migliori, ne’ è cambiata per diversi anni. Però c’era lavoro, e oggi ci sono anche le amicizie e gli hobby e le abitudini e la casa a distanza di sicurezza dalla bolgia del centro, e la mia vita si è quindi adeguata a quegli aspetti uggiosi tipici della mia città d’adozione.

Ultimamente, grazie agli ultimi rifacimenti e alle nuove costruzioni, Manchester tuttavia sta finalmente prendendo forma. In certi quartieri non c’è rimasto niente della desolazione e del degrado che c’era fino a qualche anno fa.

Capiamoci: non sono proprio una city person. Se dovessi scegliere tra un appartamento in centro e una casa in mezzo al verde, andrei per la seconda. Non potrò mai trovare Manchester bella, così come non considero Londra una bella città. Parigi, Roma, Venezia sono belle città. Le due metropoli inglesi sono solo… metropoli. Ma Londra, almeno, ha i suoi angoli. Offre alle milioni di persone che ogni giorno vi transitano, sudano, sgobbano e si affannano per le sue strade dei posti in cui rifugiarsi, anche se a un prezzo vergognoso in termini di costi, condizioni di vita, di lavoro, di tutto. Forse, però, è proprio per quello che può offrire molto di più della sua rivale del nord: nella capitale i soldi girano di brutto. Per avere le medesime condizioni anche a Manchester dovremmo triplicare il costo della vita, e credo che nessuno di noi tax payer sia poi tanto d’accordo. Che è, poi, l’obiezione fatta dallo stesso Council.
La direzione da loro intrapresa negli ultimi due anni per la riqualificazione del centro di Manchester, però, ci piace, e se accettassero finalmente di buttare giù quel muro di Berlino, togliere quella stazione degli autobus striminzita, smettere di aprire l’ennesima serie di bar e ristoranti tutti uguali e ridare alla città un polmone verde epurato dalla feccia sarebbe anche meglio.

A queste accuse il Council si difende dicendo: siamo realisti, i Gardens non potranno mai tornare com’erano negli Anni ’60, i tempi sono cambiati, quale altra metropoli ha giardini in fiore in mezzo al cemento del centro?
Londra, per l’appunto.
Edimburgo.
Glasgow.
Perfino Newcastle.

Siamo onesti: il contrasto tra Piccadilly Gardens ieri e oggi è scioccante, e poco c’entrano l’evoluzione, il traffico, i negozi. Piccadilly Gardens è stata deturpata, privata di quell’aura idilliaca che aveva fino a quaranta anni fa e che i cittadini più radicati ancora ricordano:

picc-grd

piccadilly-gardens-1950

Servivano quattromila firme affinché la petizione potesse venire presa in considerazione. Nelle prime due settimane ne hanno raccolte più di 15mila eppure al Comune ancora insistono nel non ascoltare la voce di chi in città ci vive.

Quando abitavo in centro, attraversare quella piazza nei pomeriggi d’inverno certe volte diventava un’esperienza interessante. Dopo 8 ore di fuoco in ufficio e una nel bus della speranza, schiacciate in mezzo ad altri disperati, bagnate fino all’osso, l’ultima cosa di cui io e le colleghe avevamo bisogno era di incappare nello spostato di turno.

Ma, ehi, ragazzi, non disperate: forse non avremo il nostro cuore verde alla fine di Market Street, ma ci sono ottime speranze che tra una decade o due Manchester non abbia più niente da invidiare alla capitale. Ci sono tanti di quei grattacieli in attesa di venire tirati su che non distingueremo più Peter Square da Aldgate, e avremo uffici e case per tutti. Per chi, esattamente, al momento non lo sa neppure il Council. Ma intanto li costruiscono lo stesso. E noi, a quel punto, dovremo andare fuori città anche solo per vedere il cielo.

“Le innaturali concentrazioni metropolitane non colmano alcun vuoto, anzi lo accentuano. L’uomo che vive in gabbie di cemento, in affollatissime arnie, in asfittiche caserme è un uomo condannato alla solitudine” – Eugenio Montale

piccadilly_gardens_earchitect
Il “Gardens Wall” rinominato “Berlin Wall”