Life is a rollercoaster, just gotta ride it!

winding-road

Ottobre. Domenica. Sole.
Niente vento. Che nel Nordest dell’Inghilterra è un pò come dire neve ai Caraibi.
La capsula su ruote si inerpica su per la statale che da Macclesfield va a Buxton. Taglia a metà il Peak District e il suo parco nazionale, su e giù come una pista delle montagne russe, passando in mezzo ai campi, alle pecore, a paesaggi mozzafiato che ti distraggono dalla strada e dal suo limite-killer di 95 all’ora.
Perchè gli automobilisti inglesi rispettano le regole, ma sono dei pazzi sconsiderati. Questo, oppure l’avere un infarto miocardico mentre sono lanciati a tutta birra contro una curva che finisce nello strapiombo li eccita piu’ di uno scatto di Scarlett Johansson in perizoma.

3-ewesC’è pace e c’è silenzio – tra un aereo e l’altro. Il che significa che c’è silenzio ogni dieci secondi, ma comunque.
La natura brulla e inospitale risveglia il corpo e la mente da una settimana passata a fissare un monitor, a battere su una tastiera in un ufficio più morto del Golders Green all’ora di chiusura. Intere montagne vestite di terra ed erba arida e pietre e ruscelli che scorrono tra le pietre. E merda di pecora, tanta, troppa, che ti si attacca alle Karrimor, e pecore incazzate che ti inseguono finchè non salti dall’altra parte dalla staccionata, ma sei in montagna e l’aria è pulita e il cielo è blu ed è tutto bello, e ‘fanculo alle pecore nevrasteniche e all’ennesimo Ryanair che atterra all’aeroporto di Manchester. Sei nel Peak District, dove la natura è selvaggia e spoglia e incontaminata. Il che, se hai la pinta di caffè della colazione ancora nello stomaco, può diventare un problema. Grosso. Perchè oggi YouTube arriva praticamente dappertutto, e Instagram e Twitter non sono da meno. Ma potresti avere tanti like.

buxton-gardenIl traguardo dell’esorbitante corsa a trenta all’ora è Buxton, città termale, dove le terme furono costruite dai romani. Come ci arrivarono i figli di Cesare in quel posto dimenticato da Dio, resta un mistero irrisolto dell’isola di Betta.
La capsula su ruote tira un sospiro di sollievo e si infila nel parcheggio con una manovra sola. Tutti quei su e giù per il Peak l’hanno emozionata. Tre cilindri, due passeggeri. Non ce la può fare, lei. É arrivata a Buxton a una velocità media di 45 all’ora, con picchi esorbitanti di 50 – e ribassi di 20, in salita, in seconda, con le pecore che tra un po’ la superavano sgommando.
Pub, pinta di Pepsi (visto che guidare su quelle strade da gironi dell’Inferno non era stata una punizione sufficiente), arrosto misto. Che in Inghilterra chiamarlo “arrosto” è una cosa grossa. Ma grossa forte.
Uova al tegamino. Pancetta. Pomodoro arrosto (mezzo). Patatine fritte. Fungo affumicato.
Se ci avanza spazio nel piatto, ma solo se ci avanza, buttiamoci pure una salsiccetta del Lincolnshire, uno sputo di filetto rinsecchito e mezzo petto di pollo. E, già che ci siamo, accodiamoci pure una cheesecake al limone.
Il fegato, là sotto, alza gli occhi e ti fa: allora, hai finito?
Sì. Per forza che ho finito. Perchè se butto dentro un altro etto poi la lavatrice su ruote non gliela può fare. Mi lascia a Buxton. Perchè devo tornare indietro, e non me la posso fare tutta in prima.
Su e giù, su e giù per i pendii un’altra volta. Fino a Macclesfield.

Le macchinine che corrono zompando per le strade fuori Tokyo non sono un’invenzione dei giapponesi.
In Inghilterra esistono.

L’amore in un gettone telefonico

woman_on_phone

Era bello telefonarsi da 10, 20 o 600 chilometri di distanza, una volta.
Quando il telefono era il solo mezzo che avevamo per comunicare gli uni con gli altri, quando sentire una voce ci dava emozioni che le parole scritte non riusciranno mai a trasmettere. Perchè non si può mentire a un orecchio che ascolta. Bisognava essere bravi per camuffare una bugia, col telefono. E se l’orecchio che ascoltava era un orecchio innamorato, sentire quella voce anche solo per pochi minuti era un piacere che neppure una lettera scritta a mano poteva dare.

Quando Whatsapp o Facebook o le email ancora non esistevano, o queste ultime si stavano appena diffondendo, le relazioni erano piu’ spontanee e dirette. Gli amori nascevano e si spegnevano sulle note dei juke-box, dopo essere fioriti e cresciuti per la lunghezza dei cavi della Sip. E il cuore batteva a ritmo del tono di attesa nella cornetta. Inserivamo il gettone o la scheda telefonica nella fessura e aspettavamo che, dall’altra parte, la persona rispondesse. Aleggiavano sentimenti, si creavano legami, nascevano amori sul rumore del tono di attesa nella cornetta.
Si scrivevano lettere d’amore con le dita che esitavano, consce del fatto che una singola titubanza, un singolo errore o uno sbafo sarebbero stati la condanna dell’intero foglio.

Con i mezzi di comunicazione moderni si è persa l’intimità di una chiacchierata a due. Si è persa la magia del far sgorgare i propri sentimenti su un foglio, aiutati da una penna. L’ebbrezza ubriaca del ricevere una busta col proprio nome da quel mittente. Dell’aprire la lettera, del contarne le pagine. Del leggerne e rileggerne il contenuto col cuore che faceva piroette, dallo sterno alla gola e ritorno.

La forza delle parole, un tempo marcata dalla pressione della penna sulla carta, si è trasformata oggi in una serie di emoticon che fanno tutto il lavoro per noi. Il touchscreen è il nostro foglio, la tastiera del computer il nostro inchiostro. E nella comodità dell’impiegare dieci minuti a scrivere quello che prima richiedeva un’ora, abbiamo anche dimenticato come dire ti amo.
Perchè la poesia di un ti amo sussurrato in una cornetta a seicento chilometri di distanza nessuno smiley in una chat la potrà mai eguagliare.

I sentimenti non sarebbero stati gli stessi, se il gettone della cabina telefonica fosse stato un touchscreen foderato di emoticon.