Accadde oggi

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Avete presente quella funzione bellissima e impertinente di Facebook, “Accadde oggi”?
Quella che, ogni santo giorno, vi ricorda chi/dove/come eravate X anni fa?
Ecco: quella.

Ogni mattina accedere a quella pagina è come aprire un diario da cui non so che contenuti aspettarmi.
Alcuni post me li ricordo, altri no. Alcuni mi fa piacere rileggerli, altri preferirei lasciarli dove sono ma, ehi, alla fin fine è questo il rischio che si corre quando si va a ficcare il naso nel passato. Di proposito, poi. Perché sì, potrei bellamente ignorarla, quella pop-up che ogni giorno mi saluta con un “Ciao, Juana, che ne dici se ci andassimo a fare un giro nei tuoi ricordi?”, però io no, non la ignoro, io ci clicco e zac!, vengo catapultata indietro di un anno, tre, dieci.

Capiamoci: tra un paio d’anni ci sarà ben poco da rivisitare on this day. Nell’ultimo anno per gli standard di Facebook sono diventata un utente quasi passivo. Si cresce, si cambia, si perde interesse in un social in cui il 90% dei nostri contatti vede una vetrina per postare roba che solo loro capiscono, senza interagire con gli altri, semplicemente vivendo nella loro sfera di pubblicità individuale. Ho perso interesse in un mezzo che, seppure fenomenale nel tenermi in contatto col mondo a casa come dicevo qui, sta diventando sempre di più una shoutbox di cui, personalmente, non ho bisogno.

Finche’ c’è il residuo dei miei post passati, però, mi godo i ricordi e mi scandalizzo al vedere come certi, che a me paiono successi ieri, sono invece accaduti qualcosa tipo 2785 anni fa.
Tipo il bimbo della vicina rimasto intrappolato tra le erbacce del loro stesso giardino – o giungla, viste le condizioni in cui era ridotto (tranquilli, la mamma è uscita fuori armata di forbici lunghe mezzo metro e lo ha liberato).
O tipo le cinque lavatrici stirate di fila guardando Dolce Candy su YouTube una domenica pomeriggio di Aprile di 5 anni fa. Lì la scelta era tra il fustigarsi col silicio (mentre continuavo a darci di asse e di ferro) o saltare dalla finestra. Decisi di alleggerirmi la punizione mettendo su un cartone animato che non vedevo da oltre vent’anni, e finii col riscoprire chicche interessanti rimosse dalla mia memoria da altrettanto, tipo che Candy porta lo stesso vestito per qualcosa tipo 50 puntate, o che la sua migliore amica, Annie, viene adottata da una coppia che di cognome fa Brighton, come la città costiera inglese.
Un posto e un nome a cui resterò sempre particolarmente affezionata.

Insomma, Facebook, hai vinto tu.

All’estero come a casa

Petali-di-rosa

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» Umberto Eco, La Stampa

Stamattina a colazione mi sono imbattuta (con ritardo) in questo articolo:

Censura petalosa – di Annamaria Testa

L’ho trovato molto interessante. In primis perché mi ha permesso, tramite un elenco puntato molto succinto, di ricapitolare l’intera vicenda; secondo, perché vi ho ritrovato una condivisione di quello che è il mio pensiero: cos’è scattato nella testa degli italiani ad un certo punto, cosa li ha portati a scagliarsi anima e corpo in un dibattito basato sul… niente? Su un argomento che neppure esiste?

Il problema, infatti, a un certo punto non sembra essere stato più la possibile introduzione dell’aggettivo “petaloso” nel nostro dizionario. Si è sforati prima nell’assurdo e poi nel ridicolo, si è finiti con l’auto-denigrarsi in una corsa all’insulto, cancellando con una pila di commenti sempre più aggressivi l’innocenza di una vicenda che, in altre circostanze, avrebbe potuto essere una notizia gradevole da leggerci durante la pausa caffè.

Grazie all’articolo su l’Internazionale da me letto stamattina, durante la pausa è nata una discussione costruttiva, culminata in un bellissimo brainstorming. Quando la pausa è finita e siamo tornate alle nostre scrivanie, mi sono resa conto che niente di tutto quello di cui avevamo parlato sarebbe stato possibile, vent’anni fa. Pensateci: vent’anni fa avremmo parlato con casa nostra per telefono, e le notizie dall’Italia le avremmo ricevute grazie ai quotidiani – per chi se li fosse potuti permettere.
Chattare con mamma su WhatsApp? Scordatevelo. Controllare su Twitter le ultime news? L’ultimo scatto di XYZ su Instagram? Neanche per sogno. Le novità dall’Italia ci sarebbero arrivate filtrate dal supporto ruvido delle lettere su cui i nostri genitori, parenti e amici avrebbero riversato quello che sapevano, oppure lungo le centinaia di chilometri di cavi telefonici che ci collegavano a loro da una parte all’altra dell’Europa, notizie plasmate dal loro punto di vista, ammorbidite dai troppi passaggi di orecchio in orecchio.

I social media non sono solo il mezzo su cui venire bombardati di post idioti e selfie di gente senza pudore. I social media sono quell’invenzione fantastica che ci permette di rimanere collegati al mondo in cui siamo nati e cresciuti, che ci permette di esserne parte, nel nostro piccolo, pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza.
Non siamo più degli esiliati come potevano esserlo i nostri nonni, ed è una sensazione bellissima. Oggi non importa se viviamo in Italia o in Inghilterra o in Australia: quello che sanno le persone a casa lo sappiamo anche noi e possiamo parlarne con loro. Possiamo parlarne tra noi emigrati, sciorinando le nostre impressioni e le nostre preoccupazioni nei riguardi di quel mondo lontano, in cui i nostri connazionali si scannano tra loro a colpi di commenti senza capo ne’ coda, rigurgitando una rabbia sopita che sta venendo a galla poco a poco, come il magma di un vulcano mai spento e tornato in attività tutto d’un colpo.

La domanda a cui nessuno di noi riesce a rispondere è: che cosa sta succedendo in Italia? Perché la gente è diventata così aggressiva, per non dire violenta? La scusa del “perché nascosta dietro uno schermo può dire quello che si pare” non regge, secondo me. O, meglio, non è la sola spiegazione. Mi faccio un giro per il Web e incappo di nuovo nel seguente articolo:

L’Italia, il Paese dei musi lunghi: siamo più pessimisti di greci e iracheni

Domanda: voi che vivete nella nostra bella penisola cosa ne pensate?