Azzeccagarbugli dell’attualità

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Del potere dei moderni mezzi di comunicazione c’è da esserne preoccupati. Nel senso: c’è da temere l’impatto che hanno sulla capacità di ragionare di certi individui, degli stravolgimenti che causano nei neuroni di chi, di neuroni, ne ha pochi da stravolgere.
Una foto con un commento azzeccato viene buttata là su Facebook o Twitter, e in poche ore migliaia di utenti sanno di che cosa si sta (stra)parlando. Il problema è che quelle migliaia di utenti a quella foto e a quel commento CI CREDONO.

Ci credono quando dicono loro che i vaccini sui bambini – chissenefrega quale, qualunque vaccino! – sono veleno.
Ci credono quando leggono che arriverà un’ondata di freddo a -10° in pieno luglio.
Cosa pure più grave, credono ciecamente a qualunque notizia di pseudo-attualità venga loro sbattuta in faccia sulla bacheca. Bastano un’immagine e una didascalia ad effetto.

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Oggi come oggi diffondere una “notizia” attraverso i canali diventati convenzionali da’ garanzia che questa attecchisca nelle teste di chi la legge. Premere il bottone virtuale del “condividi” porta via meno di mezzo secondo. Magari neppure ha letto davvero cosa sta diffondendo. Si è fermato alla foto. Alla didascalia.

Non so quante volte saremmo dovuti crepare schiacciati sotto un meteorite, stando agli Aztechi. E guai a precisare che la profezia sulla fine del mondo era dei Maia, che riguardava il 2012, che siamo al 2015 e non è successo: se su Facebook la notizia l’hanno condivisa 1 milione e 750mila persone, un motivo ci sarà. La fine è vicina. Se del mondo o dell’umana intelligenza, questo non s’è ancora capito.

Mi sono fatta una risata quando ho letto dell’anno unico e straordinario in cui avremmo avuto 75mila venerdì 13 e 80mila martedì 17, e ho preso a craniate lo spigolo quando mi sono dovuta sentir paventare che nel nostro cielo, quella notte e solo quella, Marte sarebbe stato più grosso della Luna.

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Poi sono arrivate le foto, o presunte tali, dei raid francesi sulla Siria di domenica. E la gente di ogni etnia e religione ha cominciato a postare i link degli articoli, con tanto di immagini terrificanti di gente fatta a pezzi e case ridotte in polvere. E noi ci siamo cascati, e abbiamo puntato il ditino sulla Francia, che ha ripagato gli attentatori con la stessa moneta di sangue. Ho puntato il ditino anche io, e ci ho messo mezza giornata a rendermi conto che, forse, erano immagini di repertorio usate per dare uno scossone alle coscienze usando mezzi meschini.

Qualunque medico con un po’ di buon senso si raccomanda coi pazienti di non cercarsi i sintomi e le cure su Google.
Lo stesso discorso dovremmo cominciare a metterlo in pratica contro gli Azzecca-garbugli dell’attualità.

La nostra vita in 140 caratteri

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Ci sono giornate in cui non posso fare a meno di fermare per un secondo la corsa folle della mia routine e mettermi a pensare. Giornate in cui, magari, ho riempito l’ennesimo modulo, o compilato il centesimo questionario, o pubblicato il millesimo tweet di lavoro. Giornate in cui un’agenzia mi ha chiesto di ficcare tutte le mie competenze professionali in una casellina di 5 cm x 2. Ah, e di riuscirci con un limite massimo di 200 caratteri.

Se, da una parte, i mezzi di comunicazione che abbiamo oggi ci hanno reso la vita molto più facile (basti pensare a noi expats e agli expats di cent’anni fa), dall’altra ce l’hanno invasa, radicandovisi, prendendone possesso. La colpa, ammettiamolo, è solo nostra: alla fin fine loro non sono che degli strumenti.

“Oggi non si ha più tempo per uscire, conoscere gente nuova, formarsi un gruppo, trovare qualcuno” mi è stato detto ieri.
L’online dating è la nuova piazza, il nuovo bar, e il messaggio diretto il nuovo “ciao, come ti chiami?” che una volta si diceva di persona.
Non si ha più tempo per costruirsi le relazioni.
Ci ho pensato e ho dovuto ammettere che è vero. E mi è presa una gran tristezza. Se non riusciamo più a trovare il tempo per coltivare le relazioni sociali, al punto da dover ricorrere all’aiuto di app e siti, scartando la gente con mezzo colpo di indice come se fossero un’email di spam, dove andremo a finire? Su quali valori si basa, ormai, la società in cui viviamo?

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Non voglio sembrare un’accolita verghiana del nuovo millennio, scagliata a spada tratta contro il progresso – i social media, nel 2015 – perché anch’io campo grazie ad esso. Ho un blog e degli account sui social media sia personali che professionali e non riuscirei più ad immaginare un mondo senza email, senza web, senza connessione Internet, senza cellulari, fatto solo di lettere e pacchi e telefonate da apparecchi a cornetta, ma penso che questi ultimi possano ancora esistere, compensare laddove la tecnologia è e sarà sempre carente: il contatto umano.

Mandiamo gli auguri di compleanno agli amici tramite un messaggio su Whatsapp o pubblicandoli sulla bacheca di Facebook, comunichiamo coi genitori a furia di emoticon e per incontrarci con qualcuno facciamo affidamento sull’onnipresenza dei cellulari per giustificarci dei nostri ritardi. Condensiamo i nostri pensieri nei 140 caratteri di un tweet, condividiamo le nostre foto su Instagram, Tumblr o Flickr, e la prima cosa che molti di noi fanno appena mettono piede in un posto è informare tutti di esserci mediante il check-in su Facebook. Non sono esente neppure io da questa serie di peccati di superficialità tecnologica, perché è così che ci siamo abituati a vivere negli ultimi quindici anni. I bar e i locali sono popolati da persone troppo impegnate a interagire coi cellulari per capire che il contatto umano sarebbe a portata di mano, se solo alzassero gli occhi dallo schermo.

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Ho visto famiglie intere sedere ai tavoli dei ristoranti ignorandosi del tutto, assorbite com’erano dai loro telefoni. Ho passato serate a dover dividere con Whatsapp o Facebook o Match le persone che erano con me, teoricamente vicine ma virtualmente da tutt’altra parte. Quando incontro qualcuno che, come me, è disposto a lasciare il cellulare in tasca per l’intera serata perché preferisce il contatto umano al feedback crudo di uno schermo, lo guardo come se fosse troppo normale per essere vero. Che è, poi, la stessa cosa che deve pensare questa persona di me.

Non posso evitare del tutto di riassumere la mia vita, chi sono, cosa faccio in 140, 200 o 2000 caratteri. Ma posso ancora decidere se e quando rinunciarci in quelle situazioni in cui è ancora possibile farlo. Posso decidere di chiamare un’amica invece di mandarle un’email, e al diavolo se la disturbo o no: la bocca l’abbiamo per quello, per parlare. Posso scegliere di mandare un sms di auguri a qualcuno, evitando la pubblica piazza virtuale di Facebook. Posso decidere di scrivermi quella data sul calendario che è in cucina, e lasciare che sia esso a ricordarmela, e non una notifica mandatami via email. E poi, per le persone a cui tengo di più, posso scegliere di spedire loro un biglietto, scrivendolo a mano, imbucandolo e lasciandolo viaggiare per cento, mille chilometri, fino a destinazione.
La sorpresa e il piacere di chi lo riceve sarà sempre impagabile, per me.