L’anno che verrà

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“Ricorda che non ottenere quel che si vuole può essere talvolta un meraviglioso colpo di fortuna.” DALAI LAMA

Eccoci di fronte a un altro anno.
Ecco che, come ogni volta, ci ritroviamo (correggetemi se sbaglio) a guardare ai 12 mesi appena passati, a cercare di tirare un po’ le somme e a farci alcune domande.

Tipo: che abbiamo fatto negli ultimi 365 giorni?
Chi abbiamo incontrato? Chi abbiamo perso?
Ma la domanda più importante per me resta: chi siamo diventati?

Ogni giorno è un passo avanti lungo il cammino che stiamo costruendo per noi.
Possiamo decidere di rimanere fermi, oppure possiamo decidere di rimboccarci le maniche e andare avanti.
Non vi parlo solo di riconoscimenti materiali – tipo la carriera, comprarsi la casa o farsi una famiglia. Parlo anche di sviluppo individuale, qui, che è poi quello che aiuta e si riflette in quelle conquiste materiali che ci fanno vivere meglio.

Il 2016 è stato un anno da cui ho preso commiato col groppo in gola.
E’ stato bello, è stato pieno. Di cambiamenti, di viaggi. Di incontri che mi hanno fatto capire come anche gli eventi o la gente di poco conto del mio passato ci siano stati per portarmi a conoscere queste persone nuove.

La vita è un grande puzzle i cui tasselli saltano fuori e si incastrano un poco alla volta, facendo emergere l’immagine finale con calma.
E’ proprio vero: va vissuta guardando avanti, ma può essere capita solo guardando indietro.

Per anni ho cercato di scappare dalla mia città adottiva, Manchester, o di tornare in Italia o a Londra. Mi ci sono buttata anima e corpo, e spesso non sono stata capace di gestire la pressione del fallimento di quei progetti. Per troppo tempo non ho saputo neppure io che cosa volessi fare veramente e quindi non sono stata capace di godermi il presente nel posto in cui vivevo in quel momento, concentrata come ero a realizzare il futuro che pensavo di volere nel posto in cui pensavo fosse giusto tornare a vivere.

Tutti prima o poi abbiamo la presunzione di incaponirci su una crociata che non va da nessuna parte, senza renderci conto di aver appena messo su dei paraocchi per combatterla.
Ad un certo punto, però, qualcosa succede, o si accende una lampadina proprio quando stai per varcare il punto di non ritorno, e cominci a vedere le cose sotto una luce diversa.

Oggi capisco perché non era mai stato destino che io rientrassi in Italia o trovassi un lavoro nella capitale inglese. Capisco, insomma, il perché di Manchester. Ma, mi chiedo, è stata una “forza superiore” a tenermi qui in preparazione di quello che avrei dovuto ottenere o, più semplicemente, sono stata io a prendermelo, visto che non riuscivo ad andarmene? A capire di dover riorganizzare la mia vita sfruttando quello che avevo e non quello che pensavo di dover avere?

Non lo so. So solo che, a quel punto, le cose hanno cominciato a funzionare.

Ho cambiato quello che non mi piaceva e cominciato ad accettare quello che non potevo cambiare. Ho allontanato chi mi sfiancava mentalmente, chi mi toglieva la motivazione o buttava negatività gratuita in una vita complicata già di suo.

Di questi ultimi elementi in particolare, penso nessuno di noi ne abbia bisogno.

Buon 2017 a tutti.
Rimbocchiamoci le maniche e cominciamo sin da oggi a sfruttare queste 365 nuove possibilità che ci verranno date.

“E se quest’anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante,
che in questo istante ci sia anch’io”
Lucio Dalla, L’anno che verra’

Ci sta sfuggendo di mano

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Da cinque giorni la situazione ci è sfuggita di mano. Da quando i risultati del referendum hanno confermato l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, nell’isola è un po’ come se avessero aperto le porte di un manicomio.

Il Paese che ci ha accolti, dato una casa e un lavoro a dispetto di tutte le nostre diversità non può essere ridotto allo stereotipo xenofobo che quattro teste di minchia stanno rischiando di imporre con le loro azioni e i loro “fu*k off to your country!” urlati agli stranieri, ma purtroppo stanno diventando loro il simbolo di quel 52% che ha votato “leave” giovedì scorso.

A distanza di quasi una settimana ancora non riesco a mettere in ordine i miei pensieri. Non riesco ancora ad esternare a parole come mi sento. Delusa? No, proprio no. Diciamo che me lo aspettavo. Sin dall’inizio infatti avevo avuto la sensazione che questo referendum si basasse su un’incertezza le cui radici affondavano nella scarsa conoscenza da parte del popolo delle implicazioni e delle vere ragioni alla base di esso.
Sembra impossibile che la generazione che ha vissuto gli anni del pugno di ferro, della austerity, possa aver deliberatamente contribuito al suicidio politico ed economico del proprio Paese. Resto perciò convinta che debba esserci dell’altro, oltre a una scarsa conoscenza dei veri effetti di questa decisione, e che le ragioni che hanno portato quel 52% di elettori a votare “andiamocene” vadano rispettate.

Ieri una mia collega tedesca è andata a fare la spesa ascoltando musica teutonica coi finestrini abbassati. Appena è uscita dalla macchina, nel parcheggio, un ragazzino le ha sputato addosso dicendole “ritornatene nel tuo Paese, schifosa immigrata”. Questa schifosa immigrata, come l’ha chiamata lui, lavora 10 ore al giorno anche quando è in ferie, vive nello UK da quasi due decenni e parla un inglese impeccabile, come la sua educazione.
Una mia amica si è dovuta sorbire la tiritera di un vicino di casa che ha accusato gli stranieri di venire qui a frotte a rubare il lavoro agli inglesi, dimostrando di non conoscere per niente i principi su cui si basa il suo Paese, il quale premia il merito e le capacità del singolo e non da’ nulla gratis.
Sabato in centro a Manchester dei tafferugli sparsi hanno visto degli stranieri tornare a casa con un occhio nero.

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Sembra quasi che nell’euforia di questo momento tutti gli anti-europei si sentano autorizzati a dare il loro contributo.

Non chiediamoci perché questa gente, specie i ragazzini, stia facendo quello che fa. Chiediamoci piuttosto che esempio ha ricevuto in casa e perché in casa venga loro dato tale esempio.

Continuo a sentire ripetere la solita vecchia solfa che mi venne propinata da un inglese in un pub anni fa: questa è una piccola isola i cui confini sono delimitati dal mare, è difficile cacciare chi è entrato, non è come in Europa, in cui i confini sono via terra, bisogna fermare quest’orda di gente che viene a rubarci il lavoro.
Mi sono stufata di sentire queste stronzate, ecco.
I confini sono confini ovunque. La riuscita della gestione della gente che arriva e vi si muove dentro dipende dall’efficacia del sistema che la regolamenta. Quello inglese avrebbe avuto bisogno di essere rivisitato tempo fa, visto che l’effetto domino che ha scatenato ha portato oggi al collasso delle strutture primarie, quella sanitaria in primis.

La cosa più assurda in tutta questa storia del Brexit è sentirsi insultare da gente che vive a spese dello Stato, spese che noi stranieri contribuiamo a pagare attraverso le tasse. Come dicevo sopra, questo è un Paese che va avanti per merito, capacità, esperienza e istruzione. Se non le hai, o se a 30 anni preferisci rimanere a casa e snobbare qualunque impiego ti propini il Job Centre perché “coi benefit guadagno di più”, poi non scagliarti contro chi va a farsi il mazzo otto ore al giorno per portare a casa il pane.

E’ una situazione che avevamo già assaggiato durante le rivolte dell’agosto 2011 e mi stupisce che nessuno stia facendo niente di concreto per rimettere questa gente al suo posto. Dobbiamo ancora vedere un intervento concreto di un rappresentante del governo che condanni questi attacchi. Le (poche) voci che si sono sentite sono state finora troppo flebili per essere prese in considerazione. Forse c’è troppo caos anche in quegli uffici per mettersi a pensare a quisquilie come un gruppo di esaltati che attacca quella gente di cui alcuni di loro si vorrebbero con così tanta solerzia liberare.

Come dicevo all’inizio, non so spiegare come mi sento riguardo a tutta questa storia. Confusa, sicuramente. Delusa dal razzismo inaspettato di alcuni miei conoscenti. Rattristata dalla vergogna sulle facce di chi non ha nulla di cui vergognarsi. Ma sono anche fiduciosa. Gente come quella che ha aggredito la mia collega o che ha spronato questa uscita dello UK dall’Europa a suon di bugie – “Daremo 350 milioni la settimana all’NHS, se usciamo… ah, no… ‘spetta ‘npo’… adesso che abbiamo vinto dobbiamo dirvi che quella era proprio una cazzata e voi c’avevate creduto… brocchi!” – non rappresenta questo Paese allo stesso modo in cui certi politucoli nostrani a mio avviso non rappresentano l’Italia. Ho fiducia in quelli che vedono negli stranieri un’opportunità e che si sentono arricchiti dalla nostra convivenza e che si ritrovano a doversi scusare con noi per tutto quello che sta succedendo.

 

point-fingerDovremmo stare attenti a chi puntiamo contro il dito, e questo nonostante sia vero che gli inglesi sono diventati la barzelletta del momento. Prima di sogghignare davanti al casino in cui si sono cacciati loro, infatti, bisognerebbe riflettere su una cosa: se tutto ciò è stato possibile in un Paese in cui le sbarre alle finestre delle case sono quasi un’utopia, può succedere ovunque.

 

Nel frattempo, noi stranieri abbiamo deciso che faremo attenzione, in attesa che questo trend passi, come sempre succede. Gli inglesi dimenticano in fretta, si rialzano, si rimboccano le maniche e cominciano a ricostruire. E, come sempre, noi stranieri saremo accanto a loro, a dare una mano a mettere insieme i cocci.


Vai all’articolo del Guardian “A frenzy of hatred’: how to understand Brexit racism

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