La forza dello spirito inglese

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C’è una cosa che ho sempre ammirato degli inglesi, ed è la loro capacità di reagire a testa alta davanti alle avversità che la vita tira loro addosso.

Rimasi ammaliata la prima volta in cui lessi un’opera sul Blitz di Londra. Per otto mesi la capitale inglese fu tartassata da bombardamenti continui, eppure la gente ogni mattina usciva dai rifugi, spalava i resti delle loro case, apriva i negozi (quelli che ancora erano in piedi), mandava i loro bambini in campagna per salvarli dalla morte che arrivava ogni notte dal cielo. Insomma, cercava di continuare a vivere mantenendo calma e sangue freddo.

Tra Natale e Santo Stefano di quest’anno le inondazioni che un mese fa avevano vessato il Cumbria sono arrivate nel Lancashire e nella Greater Manchester – e anche più giù. La risposta della gente è stata di nuovo strabiliante. Con l’acqua che bussava alle loro porte mano a mano che straboccava fuori dagli argini dei fiumi, le persone si sono infilate un paio di galosce, rimboccate le maniche e hanno cominciato a vedere come potevano dare una mano. La City di Manchester, tagliata a metà dall’inondazione che ha sommerso mezza Salford, si è armata di cerate e canotti ed è andata ad aiutare i soccorritori.

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“Bookmakers have slashed the chances of December being the wettest in history to even odds.” Fonte: Sky News

Non hanno perso tempo a strapparsi i capelli e a piangere: farlo non avrebbe fermato l’alluvione, né salvato le poche cose rimaste in casa o gli anziani intrappolati ai piani superiori. Si sono buttati il pensiero dietro le spalle e si sono messi al lavoro. Lo spirito comunitario di Manchester ha dato prova di un’incredibile omogeneità e compattezza, con i cittadini che si mescolavano ai vigili del fuoco per sgomberare le strade.

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Rochdale Town Centre
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Rochdale Town centre

Ovviamente non mancano i dibattiti online fra nord e sud, le dispute tra chi dice che “nel sud dei Tory questo non sarebbe successo” e chi risponde “ricordiamoci del Somerset qualche anno fa, stessa storia, eh!”. Per non parlare di chi rivuole i soldi stanziati da Cameron per aiutare i profughi siriani questo autunno… come se li avesse tolti ai suoi cittadini per darli a terzi.

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Abbandonando il sito del Manchester Evening News per la BBC il giorno stesso delle inondazioni, però, mi rendo conto che forse queste persone non hanno tutti i torti a dire di essere state dimenticate. La notizia che riguarda gli allagamenti in Regno Unito è un trafiletto minuscolo e nascosto. Il resto è tutto per il tornado in Texas, politica, calcio e notizie varie dal mondo. Quello che succede in Regno Unito interessa solo al Regno Unito, e il  Regno Unito sa dove andarsi a cercare le notizie. O così credono quelli che le impostano sui portali.

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Cratere sulla M62 ovest

Io non so come facciano gli inglesi a nascondere dietro un sospiro e una scrollata di spalle l’accartocciarsi che hanno nel petto al vedere le loro case venire invase e demolite dall’acqua. Una vita intera sommersa da fango e detriti, i ricordi sciacquati via con una passata. Ma ci riescono, e mi piace scoprire che una parte di quella compostezza, negli anni, s’è radicata anche da qualche parte dentro di me.

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Irwell all'altezza del ponte di Blackfriars Street

Con la stessa pragmaticità di tutti gli altri nei passati due giorni ho esplorato mentalmente le opzioni alternative al ritrovarsi la macchina in ammollo, mentre dall’Italia chiedevo ai miei vicini di casa in Albione aggiornamenti sullo stato delle cose e mi informavo su come poter andare a dare una mano agli alluvionati una volta rientrata qui.
Inutile dire che, 48 ore dopo, l’efficienza inglese ha colpito di nuovo e i quartieri e le strade colpite sono tornati ad essere agibili. Manchester una simile prova di efficienza ce l’aveva data già cinque anni e mezzo fa, quando riuscì a rimettersi in piedi in meno di 12 ore dopo che le rivolte avevano messo a ferro e fuoco il centro città.

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Detriti all'altezza del Lowry Hotel, Salford

Ho visto il mio vecchio palazzo troneggiare sopra un mare d’acqua dopo che l’Irk ha straboccato. Ho visto il ponte del Lowry Hotel svettare timido su un Irwell che era entrato nei negozi e nei garage del centro. Ho tenuto d’occhio la mappa degli allagamenti, essendo state segnate in arancione sia casa mia che l’azienda in cui lavoro.
Le immagini dei posti in cui sono stata negli anni – Knaresborough, Hebden Bridge, Haworth, Middleton – chiudono la gola a me. Figuriamoci a loro. Ma loro vanno avanti, continuano a spalare, a pulire, perché pensare a ciò che si è perso non ridarà loro un tetto sotto cui stare. E per questo io li ammiro, di nuovo e ancora. Tantissimo.

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Collyhurst Rd all'incrocio con Dalton Street
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Haworth

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7 anni

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Eccomi ad un altro anniversario. E siamo a 7.
7 anni in Regno Unito.
Potrei dire “in Inghilterra” perché, di fatto, la mia residenza non ha mai superato i confini del Vallo o del Mar d’Irlanda, ma scelgo di dire “Regno Unito” perché è dell’isola intera che mi sento cittadina, non di una singola regione, né tantomeno di una singola città. È l’isola intera a piacermi, con i suoi panorami mozzafiato e il suo clima capace di far bestemmiare in esperanto il più paziente dei santoni. Questi, e molto altro ancora.

Di solito si parte per un motivo e si resta per tante ragioni. Io sono partita per tante ragioni e sono rimasta per un motivo: non tornare a vivere di quelle ragioni.
Se 7 anni e tre settimane fa qualcuno mi avesse detto che oggi sarei vissuta qui, probabilmente avrei chiesto a questa persona chi fosse il suo pusher.
L’idea di partire mi venne suggerita e mi si aggrappò addosso meno di un mese prima di salire sul volo della speranza (alias: Ryanair) che da Bologna mi fece sbarcare a Londra Stansted. Fu un attimo di pura follia a farmi prenotare quel biglietto, una di quelle sferzate di vita che ti tendono la mano quando, ormai, di annaspare non ne puoi più. Quando hai bisogno di cambiare aria, di ritrovarti, di ricominciare a vivere.

Prima di quel 17 novembre ero stata a Londra tre volte. Turista, emozionata ed indisciplinata come solo noi italiani in gita sappiamo essere.
La sera in cui tornai a casa dall’ultimo viaggio in terra d’Albione – Sussex & Londra a metà gennaio: una delizia! – ricordo che, coricandomi, mi si materializzò davanti agli occhi l’immagine molto nitida di me seduta su una panchina affianco al Serpentine, col sole del tramonto alle spalle e un libro aperto in grembo mentre mi godevo la tranquillità che scende a quell’ora nei parchi della capitale più indaffarata d’Europa.

Ricordo che la accantonai subito con un sorrisetto scettico. “Sì, va beh, come no!”, dissi alla me stessa che cercava di prendere sonno, troppo ebbra dell’ultima visita nella “mia” città per riuscirci.
Avevo appena traslocato nella casa che io e il mio partner pensavamo di comprare, stavo cercando lavoro in zona, avevo progetti a breve e lungo termine, tutte quelle piccole grandi cose che ognuno vede nel proprio futuro: che c’entrava Londra con tutto questo? Che c’entrava Londra con me?

Poco ne sapevo, quella notte, che le piccole grandi normalità che fanno felici e soddisfatte altre persone, nel mio caso erano catene che mi stavano tenendo vincolata a una vita che non mi piaceva. Non sapevo ancora quale fosse la vita per me, ma in qualche nicchia della mia coscienza sentivo che sicuramente non era quella. Avevo bisogno di spazio, avevo bisogno di mettermi alla prova per far vedere a me stessa che potevo sopravvivere bene con le mie forze, senza dover dipendere da nessuno, senza dover passare per le buone parole di qualcuno. Avevo bisogno di scoprire che ce la potevo fare. Volevo tornare a vivere, a respirare, lasciandomi alle spalle tutto e tutti. Ricominciare.
Gli anni lontana da quella che un tempo pensavo sarebbe stata la città in cui sarei invecchiata mi hanno fatto capire che non dovevo ricominciare a vivere. Dovevo, semplicemente, cominciare a vivere la mia vita. Indipendentemente, liberamente.

Come tante mie conoscenze 30+ prima di me, anch’io sono riuscita a trovare un equilibrio solo di recente. Anch’io solo di recente ho capito qual è il posto in cui voglio stare, dopo anni di “torno? No, non torno”. Ora che mi sono lasciata alle spalle la quotidianità di un inferno lavorativo indegno di esistere e ho accettato la benedizione del cambiamento, ora che ho abbandonato la routine di una città con cui non ero mai andata d’accordo e che tutt’oggi mi piace frequentare a piccole dosi, ora che ho salutato le persone che avvelenavano quella quotidianità e quella routine. Ho tenuto con me le immagini dei momenti più belli, di chi c’era e se ne è andato, di quegli sprazzi di luce che, nonostante tutto, hanno illuminato il buio di una vita che, pur peggiore sotto certi aspetti di quella da me lasciata in Italia, mi ha costretta a tornare a galla, lottare, crescere e imparare a campare, inspessendo la scorza che fa di me quella che sono oggi.

La risposta a chi me lo chiede è: no, non mi pento di essere partita, né di essere rimasta. Al momento non riesco ad immaginare la mia vita da nessun’altra parte.
Sono le piccole cose a renderla degna d’essere vissuta, a permetterci di assaporarla, e quelle piccole cose io le ho trovate qua. Ce ne è una, grande, che manca: la famiglia. Ma quello è un discorso a parte che a nessuno di noi espatriati piace affrontare.
È uno stiletto che ci si è piantato nello sterno il giorno in cui siamo saliti sull’aereo per andarcene. Il bruciore, subdolo e sommesso, nessuna realizzazione personale lo potrà mai alleviare.