7 anni

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Eccomi ad un altro anniversario. E siamo a 7.
7 anni in Regno Unito.
Potrei dire “in Inghilterra” perché, di fatto, la mia residenza non ha mai superato i confini del Vallo o del Mar d’Irlanda, ma scelgo di dire “Regno Unito” perché è dell’isola intera che mi sento cittadina, non di una singola regione, né tantomeno di una singola città. È l’isola intera a piacermi, con i suoi panorami mozzafiato e il suo clima capace di far bestemmiare in esperanto il più paziente dei santoni. Questi, e molto altro ancora.

Di solito si parte per un motivo e si resta per tante ragioni. Io sono partita per tante ragioni e sono rimasta per un motivo: non tornare a vivere di quelle ragioni.
Se 7 anni e tre settimane fa qualcuno mi avesse detto che oggi sarei vissuta qui, probabilmente avrei chiesto a questa persona chi fosse il suo pusher.
L’idea di partire mi venne suggerita e mi si aggrappò addosso meno di un mese prima di salire sul volo della speranza (alias: Ryanair) che da Bologna mi fece sbarcare a Londra Stansted. Fu un attimo di pura follia a farmi prenotare quel biglietto, una di quelle sferzate di vita che ti tendono la mano quando, ormai, di annaspare non ne puoi più. Quando hai bisogno di cambiare aria, di ritrovarti, di ricominciare a vivere.

Prima di quel 17 novembre ero stata a Londra tre volte. Turista, emozionata ed indisciplinata come solo noi italiani in gita sappiamo essere.
La sera in cui tornai a casa dall’ultimo viaggio in terra d’Albione – Sussex & Londra a metà gennaio: una delizia! – ricordo che, coricandomi, mi si materializzò davanti agli occhi l’immagine molto nitida di me seduta su una panchina affianco al Serpentine, col sole del tramonto alle spalle e un libro aperto in grembo mentre mi godevo la tranquillità che scende a quell’ora nei parchi della capitale più indaffarata d’Europa.

Ricordo che la accantonai subito con un sorrisetto scettico. “Sì, va beh, come no!”, dissi alla me stessa che cercava di prendere sonno, troppo ebbra dell’ultima visita nella “mia” città per riuscirci.
Avevo appena traslocato nella casa che io e il mio partner pensavamo di comprare, stavo cercando lavoro in zona, avevo progetti a breve e lungo termine, tutte quelle piccole grandi cose che ognuno vede nel proprio futuro: che c’entrava Londra con tutto questo? Che c’entrava Londra con me?

Poco ne sapevo, quella notte, che le piccole grandi normalità che fanno felici e soddisfatte altre persone, nel mio caso erano catene che mi stavano tenendo vincolata a una vita che non mi piaceva. Non sapevo ancora quale fosse la vita per me, ma in qualche nicchia della mia coscienza sentivo che sicuramente non era quella. Avevo bisogno di spazio, avevo bisogno di mettermi alla prova per far vedere a me stessa che potevo sopravvivere bene con le mie forze, senza dover dipendere da nessuno, senza dover passare per le buone parole di qualcuno. Avevo bisogno di scoprire che ce la potevo fare. Volevo tornare a vivere, a respirare, lasciandomi alle spalle tutto e tutti. Ricominciare.
Gli anni lontana da quella che un tempo pensavo sarebbe stata la città in cui sarei invecchiata mi hanno fatto capire che non dovevo ricominciare a vivere. Dovevo, semplicemente, cominciare a vivere la mia vita. Indipendentemente, liberamente.

Come tante mie conoscenze 30+ prima di me, anch’io sono riuscita a trovare un equilibrio solo di recente. Anch’io solo di recente ho capito qual è il posto in cui voglio stare, dopo anni di “torno? No, non torno”. Ora che mi sono lasciata alle spalle la quotidianità di un inferno lavorativo indegno di esistere e ho accettato la benedizione del cambiamento, ora che ho abbandonato la routine di una città con cui non ero mai andata d’accordo e che tutt’oggi mi piace frequentare a piccole dosi, ora che ho salutato le persone che avvelenavano quella quotidianità e quella routine. Ho tenuto con me le immagini dei momenti più belli, di chi c’era e se ne è andato, di quegli sprazzi di luce che, nonostante tutto, hanno illuminato il buio di una vita che, pur peggiore sotto certi aspetti di quella da me lasciata in Italia, mi ha costretta a tornare a galla, lottare, crescere e imparare a campare, inspessendo la scorza che fa di me quella che sono oggi.

La risposta a chi me lo chiede è: no, non mi pento di essere partita, né di essere rimasta. Al momento non riesco ad immaginare la mia vita da nessun’altra parte.
Sono le piccole cose a renderla degna d’essere vissuta, a permetterci di assaporarla, e quelle piccole cose io le ho trovate qua. Ce ne è una, grande, che manca: la famiglia. Ma quello è un discorso a parte che a nessuno di noi espatriati piace affrontare.
È uno stiletto che ci si è piantato nello sterno il giorno in cui siamo saliti sull’aereo per andarcene. Il bruciore, subdolo e sommesso, nessuna realizzazione personale lo potrà mai alleviare.

Riti di iniziazione

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Ieri sera sono stata ad una cena tutta al femminile, tutta casalinga e tutta pugliese.
Al di là del cibo (ottimo) e della compagnia (idem), c’è stato quel qualcosa di più che m’ha dato parecchio da pensare, sulla via di casa. Che, poi, per la verità ci penso già da qualche mese, ma stasera il concetto ha finalmente preso forma.
Io ormai mi sento a casa qui.

Non so quando sia avvenuto il sorpasso, quando l’Italia ha cessato di essere “casa” e lasciato il posto all’Inghilterra. Pensandoci bene, forse l’Inghilterra il posto dell’Italia se lo è semplicemente preso. Se lo è preso un pezzetto alla volta, con pazienza, combattendomi, contrastandomi, esasperandomi ma, al tempo stesso, dandomi quello che, alla fin fine, avevo sempre voluto. E non è del solo lavoro che sto parlando. È di tutto quello che ruota intorno a chi va a vivere da un’altra parte e non cerca di ricreare in questa “altra parte” una piccola Italia fatta di nostalgie che portano ad appuntare sul calendario tutte le date dei soli eventi italiani, a scendere da un treno nel Peak District e chiedere un espresso (“e speriamo non sia una purga!” – cit.) al primo baretto di montagna che si incontra, o a lamentare l’assenza della pasta Voiello (“la Barilla e la Buitoni no, dái, fanno proprio schifo!”).

Si parla di abitudini, del trovare quello che si cerca laddove ci si aspetta che sia, del sapere quale bus passa e dove va, a chi lasciare le piante quando si parte in vacanza. Si parla di amicizie che riempiono i vuoti tra un turno in ufficio e l’altro, rendendo la vita un technicolor fatto di risate fino alle lacrime e pianti in silenzio che lavano via vecchi dolori. Si parla di indipendenza, di libertà di muoversi come si vuole, senza costrizioni sociali o mentali, liberi tra milleuna culture, culture che si scambiano con la mia, arricchendosi e arricchendola. Si parla del sapere come aprire un conto in banca, con chi accendere un mutuo, come mandare una raccomandata (e avere la certezza che questa arriverà, dopo essermi costata una manciata di centesimi).

Due settimane fa sono stata a Bologna e mi sono sentita un pesce fuor d’acqua. Ho vissuto a Bologna più a lungo che in Inghilterra, eppure di Bologna non ne ho riconosciuto le vie, le scorciatoie, i palazzi, neppure quelli che ero abituata a vedere ogni giorno andando a lezione. I negozi che ricordavo sono ancora tutti esattamente dove li ricordavo, testimoni muti di un’evoluzione che non c’è mai stata in un Paese che fatico sempre di più a capire. Via Indipendenza, da tempo immemorabile chiusa al traffico causa lavori, era un’esplosione di vita, quel sabato sera, un pullulare di anime come non ne avevo mai visti neppure durante le notti estive dei miei anni universitari. Studenti, coppie, turisti, locali. L’aria era calda e umida, la luna immobile sopra le due torri, la musica degli artisti di strada invadente e vitale. Io mi sono guardata intorno e ho visto una città che mi accoglieva come se ci incontrassimo per la prima volta, come se non ci fosse stata nessuna mia permanenza tra le sue mura, come se non ci avessi mai vissuto, quegli 8 anni, a Bononia.

Due giorni dopo, sul tram che dall’aeroporto mi avrebbe riportata a casa, ho guardato il sole fuori dai finestrini e le file di case in mattoni rossi tutte uguali e i prati di quel verde che ero solita trovare solo su un particolare pastello Giotto, oggi introvabile, mi sono sistemata meglio sul sedile e ho pensato: sono a casa.
Mi ha paralizzata, quel pensiero. Poi, pensandoci bene, mi sono resa conto che è vero.
E ieri sera, quando l’ho detto a delle connazionali che sono qui anche da 30 anni, mi è stato risposto: benvenuta nel club. Quale club? Il club di quelli che si sono ambientati qui, anche a fatica, ma che alla fine non rimpiangono di averlo fatto. Di quelli che vedono l’Italia come il posto in cui andare in vacanza e basta, di quelli che si sono realizzati e che non rinuncerebbero a nulla di quello che hanno per tornare a vivere nell’ignoto.

Non riesco a vedermi fare all’inverso il viaggio che una sera di Novembre di alcuni anni fa mi vide arrivare a Londra con una valigia, uno zaino, una stampa rudimentale di Google Maps e tante incertezze. Non riesco neppure a focalizzare l’idea di ripartire da zero in Italia. Per cosa, poi? Con quali incentivi vorrebbe convincermi, il mio Paese, a fare una pazzia del genere?
Invidio chi ha avuto il coraggio di farlo, chi ha sacrificato tutto per riavere un po’ di quel sole, di quel mare, di quel pane che sa di pane, di quella rete ferroviaria che (in ritardo) ti porta a casa nel giro di poche ore, senza costringerti a fare giri del trentuno per mezza Inghilterra o mezza Italia. Invidio chi non è mai partito ed è riuscito ad essere felice con quel che ha trovato e si è costruito a casa. Non invidio quello che hanno materialmente, no, perché neppure a me quello manca. Invidio il loro essere ad un tiro di schioppo da casa, quando non nel posto in cui sono nati e cresciuti, l’avere 4 stagioni, o lo stesso medico finché campano (o finché questo non va in pensione) e che li conosce senza aver bisogno di leggere nessuna cartella, che li visita senza avere il cronometro che fa il conto alla rovescia da 10 minuti a zero. Ma non è una vita che vedo addosso a me, quella. È un cappotto che non mi sta più, ormai.

Come dicevamo a tavola ieri sera: abbiamo visto altro, abbiamo vissuto in una realtà totalmente diversa, e possiamo perciò fare quei paragoni che portano ad individuare il bello e il brutto di ambo i Paesi. E poi, abbiamo concordato, Manchester ci si sta mettendo d’impegno nel farsi accettare. Non è cambiato il tasso del crimine, forse, ma è mutata la percezione che si ha della città,  con le sue vie ripulite, ricostruite, illuminate e abbellite, una città che nel giro di un paio d’anni è riuscita a diventare dieci volte meglio di quella che mi vide sbarcare 6 anni e 1/2 fa a Piccadilly, quando i Gardens erano un ritrovo con quattro lampioni in croce e passare per Chapel Street dopo le 5 in inverno era un’esperienza degna di un Manchester Dungeon, semmai ne avessimo avuto uno.
L’essere andata a vivere a distanza di sicurezza dalla City e il prevedere di allontanarmene ancora di più il giorno che comprerò casa ha aiutato ad accettare il fatto che io e Manchester siamo come una coppia di separati in casa: riusciamo a coesistere, ma a piccole dosi.
Se a Manchester non vuole viverci neppure chi ci è nato e cresciuto, un motivo (forse) c’è.

Io, intanto, continuo a prendermi gli accidenti di chi riceve da me e-mail in un italiano che sa tanto d’inglese. Sto cercando di redimermi, gente. Ci sto provando, davvero. Ho perfino comprato due libri in italiano, ultimamente, e sono tornata a frequentare i portali di notizie nostrani – grida di giubilo in sottofondo da parenti e amici. Gli accidenti contro gli spigoli di casa, però, per qualche motivo continuo a partorirli in inglese. So diventare molto creativa, quando si tratta di insultare l’angolo del tavolo in soggiorno o il piede del divano che mi fracassa un dito.
All’ennesimo botto i miei vicini di casa si siedono, prendono i popcorn. E aspettano.