Ma il cielo è sempre più blu… quando riesci a vederlo

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Ieri sera sono andata in centro.
Ormai succede talmente di rado che bisognerebbe stappare una bottiglia di Bollinger, quando mi capita.

Ieri sera sono andata in centro e mi sono ritrovata a fare il giro del 31 per arrivare all’Arena. Ho dovuto attraversare mezza Salford, grazie a tutte le vie chiuse, e sono tutte chiuse perché nell’ultimo anno il City Centre di Manchester è diventato una fabbrica di San Pietro.
Cento metri e, voilà!, palizzata. Cinquanta metri e, here you go!, betoniera. Trecento metri e, hoopa!, senso unico alternato.
E non ci scordiamo la signorina perbene del Garmin, che mi ricorda ogni due sterzate di girare a destra, suvvia, per favore, gira, torna indietro, insomma ti decidi a passare da quella via chiusa, magari sfondando le transenne???
E io sono lì, che chiedo l’aiuto del pubblico per uscire dal gorgo su Deansgate e non travolgere l’ennesimo volpino che, preso dalla frenesia delle 6, si butta col semaforo rosso in mezzo a un incrocio a 4 corsie.

I neologismi da Oxbridge che partorisco in casi come quello meriterebbero di ricevere un Nobel per l’inventiva.
Se la signorina perbene della Garmin – Emily, nel mio caso – sapesse cosa le augura quest’italiana ogni volta che lei la fa perdere per le viuzze della vecchia Manchester, cambierebbe subito mestiere.

Insomma, un’ora – e 20 km – dopo essere uscita dall’ufficio, finalmente arrivo a destinazione. Bacio il volante, parcheggio sotto quell’aborto che chiamano Abito e la gente che abita in case normali chiama invece gabbie per criceti, scendo. Alzo la testa e mi ritrovo circondata dai cantieri. Palazzo di 21 piani quasi completato a ridosso del canale. Palazzo di 15+ piani in arrivo nel 2016 proprio nel punto in cui ho piazzato le gomme della mia scatoletta italica. Progetto per palazzo di 20 piani affianco all’Arena in fase di valutazione. E questi in aggiunta al grattacielo in programma sullo strapuntino di terra di fronte alla Haçienda (praticamente DENTRO il canale) e al nuovo polo commerciale materializzatosi in First Street (alle spese dello sputo di verde che dava un po’ di sollievo dall’incombenza della Beetham Tower).
Per non parlare poi dei due mostri apparsi lungo Regent Road, affianco al Sainsbury’s, o delle scatole di legno che sono spuntate alla periferia nord di Ancoats. Tutto nel giro di pochi mesi, un anno al massimo.
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In poche parole, ogni volta che manco dal centro e ci torno, io mi sento come Sam Tyler che si risveglia nel 1973 e si ritrova davanti a una Manchester ancora tutta da costruire – ma all’inverso, nel mio caso.

Manchester sembra voler far fronte alla richiesta immobiliare togliendo del tutto l’aria dai polmoni del centro. Quello, o qua quando piove crescono palazzi invece che fiori. Una benedizione per l’economia, per carità, ma diavolo ce lo meriteremo pure di vedere un pezzetto di cielo quando alziamo gli occhi dal marciapiede? Di avere palazzi di massimo, toh, 10 piani?
Evidentemente no.
Chi ha bisogno di respiro, quando si può fare concorrenza a Londra tirando su una Manhattan in soli 50kmq?
E, soprattutto, chi ha bisogno di un aeroporto che offra dei collegamenti con l’Europa come Cristo comanda, quando ti capita di vivere nella città più cool di tutto il nord-ovest?
Che stia diventando cool non lo nego. La prima volta che varcai il ponte di Stretford Road, nel 2009, mi ritrovai in mezzo a una discarica. Oggi ci sono uffici e accomodation universitarie da panico e gli affitti sono raddoppiati. Ma dovrebbero cominciare a lavorare sul serio sui suoi collegamenti con l’Europa.

Ora, io non chiedo lo stesso numero di voli al giorno verso l’Italia che offre Londra, ci mancherebbe. Ha quattro aeroporti grossi, lei. Noi uno solo, roba da fare tenerezza. Non chiedo 100 voli al giorno, ma 10 magari si? Specie considerando che non sto chiedendo voli su Rimini o Perugia – anche se ho voluto provare a dare una possibilita’ ad Ancona. Sto chiedendo voli su Bologna o Roma. DIRETTI. E diretti, di solito, significa senza passare per la Spagna.
Invece niente.
Troppo complicato.
Vado su SkyScanner e mi ritrovo davanti questo:

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Ed è solo una delle strabilianti combinazioni che mi sono state offerte. C’è un volo su Ancona con cambio a Madrid del costo di 1240 pound che mi rifiuto perfino di considerare come reale.

Mi sa che faccio prima a piedi.

Mr Blue Sky forever

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Io con la mia macchina ci parlo.
Nelle code in autostrada, ci facciamo certe chiacchierate da ricovero immediato.
Io con la mia macchina ci parlo perché lei parla a me. Io, infatti, so che ogni volta lei cerca di comunicarmi qualcosa, con tutti quei suoi scricchiolii e cioccolii. Siamo come Kitt e Mike, noi.

C’è poi la parte in cui lei non dice niente, ma io la incito come se stesse partecipando a una corsa di cavalli. Quando sono a pieno carico su una salita del Peak District, per esempio. O quando devo immettermi in autostrada, e quel budello di spazio che vedo dallo specchietto è l’unica possibilità che ho prima della fine della lunghissima (in senso ironico) corsia di accelerazione. O quando sono a un semaforo affianco a una Clio dell’epoca di Mitterrand, che sgasa come se dal bruciarmi in partenza dipendessero le sorti della popolazione gallica. In quei casi non incito la mia macchina: lascio partire il testina in sgommata, per poi riprenderlo con calma mezzo chilometro più avanti, superarlo con la nonchalance che il Sud di questo Paese mi ha insegnato, e mostrargli come ho messo bene lo smalto sul dito centrale (retaggio delle mie origini italiche).

Il resto del tempo, e cioè quando non parla, la mia macchina è posseduta. Io infilo un CD, lei me lo sputa fuori. Io lo reinfilo, e lei me lo ri-sputa. E avanti così per 10 chilometri. Se esistesse un’associazione per la difesa della virtù delle macchine, io mi sarei beccata una denuncia per stupro da un pezzo.
Quando, alla fine, si degna di prenderlo, ‘sto CD, mi comprime un MP3 di 5 minuti in 2. Fa diventare la versione estesa di Hey Jude un concentrato di singhiozzo e rutti firmato Lennon / McCartney.

(In tutto questo ci terrei a precisare che la mia macchina ha 3 anni di vita. TRE. Potrei fare un paragone diretto con una Polo di 10 anni che ancora va come un orologio, ma poi mi toccherebbe ricordare anche perché stavolta ho dovuto ripiegare su una lavatrice italiana, quindi passo.)

Arrivò poi il giorno in cui il CD che avevo messo le piacque così tanto che decise di tenerselo. E io, da quel giorno, sono condannata ad ascoltare gli ELO in eterno. Ma poteva andare peggio. Pensa a chi è successa la stessa cosa con un CD di Gigi d’Alessio.
Condoglianze.