Crawling

image

Adoro lo UK in autunno.
Tanta pioggia (come se quella avuta in estate non ci fosse bastata), poco vento, tanta umidità che inzuppa le macchine come il latte i biscotti, freddo in casa che torna a farsi sentire.
E poi, i ragni. Belli, pasciuti, pelosi.
Un problema nazionale. Ne hanno parlato perfino su due emittenti radiofoniche diverse, nelle ultime mattine. “È arrivato settembre, il mese dei ragni, gentili ascoltatori!” E io non ci ho creduto. “Vivo in un appartamento, io, mica ho il giardino!” mi sono detta.
Beata ignoranza. Non mi ero ancora fatta un autunno in un appartamento al primo piano. Fino a un anno fa vivevo al settimo, in cima a una collina, col cemento intorno. La sera in macchina rischiavo di investire i ratti, mica le volpi. E la mattina dalle finestre aperte entrava qualche mosca – prima che l’inverno congelasse pure quelle.

Prima d’Albione, per me Aragog e Shelob erano due mostri partoriti dal genio contorto di JK Rowling e JRR Tolkien. Vatti a sapere che quei due, invece, avevano solo messo su carta qualche trauma personale.
I ragni in questo Paese sono ENORMI.
Per lo meno per i miei standard italiani. Dagli australiani mi sono dovuta sentir dire: enormi? Vieni da noi, e poi ne riparliamo!
Forse non ci siamo capiti, Aussie boys. Qui si sta parlando di Inghilterra. E in Inghilterra, se permettete, certi mostri grossi come il palmo della mano non dovrebbero essere autorizzati a nascondersi sotto la lavatrice. O dietro il cestone del giardino. O sotto il comodino. Nei negozi vendono perfino delle pinze apposite, che zac! te li fanno acchiappare e buttare dove ti pare. Oppure li puoi portare a spasso con te. Tanto, dopo le ciabatte e le galline, nessuno si meraviglia più di niente, ormai.

Nella mia prima casa, una semi con giardino, questi deliziosi animaletti domestici erano una presenza costante. Dei coinqulini abusivi che nessuno aveva invitato ad entrare. Tra la moquette e le Croc non c’era verso di farli fuori. Neppure un bagno nell’Oust riusciva a farli passare al Creatore. Perché dovete sapere che i ragni d’Albione non sono solo grossi: sono anche resistenti. E veloci. Quando ti saltano sul piede, riporti in vita con uno strillo i morti della battaglia di Trafalgar.

Allo scattare di settembre, gli 8-zampe d’Inghilterra si sono ricordati dell’esistenza delle nostre finestre. Sono quadruplicati da un giorno all’altro. Sono piccoli, per ora. Ma si vede che sono destinati alla grandeur della loro specie. Sono un po’ come i cuccioli di pastore maremmano: piccoli, paffuti, ma dalle zampe già uno capisce cosa diventeranno da grandi. E se, nel frattempo, la mattina ne cade qualcuno in casa, eh, vattelapesca, con quella moquette scura io dichiaro forfait. Purché non decidano di diventare maggiorenni sotto il frigorifero… e di procrearci.

Come se queste dolci pallette di pelo non fossero sufficienti a scatenarti un infarto miocardico, ecco che nell’ultima settimana si sono aggiunti:
– Forbicine nel corridoio d’ingresso (su cui ho quasi messo il piede)
– Falena XXL (entrata da Dio solo sa quale pertugio e arrivatami – ovviamente – in faccia)
– Mosconi formato elicotteri (che entrano da una fessura di 1cm, ma col cavolo che riescono poi ad uscire da una finestra cielo-terra spalancata).

Qualcuno ha provato a suggerirmi che è tutta salute, perché queste bestioline vanno dove c’è il pulito. Lo ha detto a fin di bene, perciò spero abbia capito che anche il mio vaffanculo lo era.

image
Un'amica rientra dalle ferie e trova in sala un ospite... QUESTO.

Buonsenso WELCOMED

image

Nel mio ufficio esiste la regola fantastica per cui i pavimenti e i bagni sono cosa degli omini delle pulizie, ma i ripiani di cucina e sala pranzo sono affare nostro.
A rotazione, una settimana ciascuno, a fine giornata un team si corcia le maniche e pulisce ripiani, lavandino, microonde, tavolo e carica e scarica la lavastoviglie.
Non è scritto nel contratto, ma pare sia una pratica comune, negli uffici inglesi. La regola del clean after yourself vale sempre, però una ripulita generale a fine giornata non fa di certo male, specie se quel pulisci il tuo schifo non viene rispettato proprio da tutti.

Questa settimana è il turno del mio team – gioia e tripudio!
Siamo in 3, e la nostra capa, per una scusa o per l’altra, raramente alza un’unghia laccata per caricare la lavastoviglie o, God forbid!, per pigliare uno straccio. E no, non è la solita storia della scala gerarchica. La team leader dell’altro team è la prima a mettersi i guanti, quando tocca a loro.
Al di là del principio (perché gli omini non dovrebbero pulire pure la cucina?), restano i neologismi coloriti che mi si scatenano in testa a ogni turno. Due anni fa ci ho rimesso un vestito della Monsoon, ingloriosamente baciato da una singola, bastardissima goccia di detergente. La volta scorsa su quei ripiani ho ritrovato cose che neppure i marziani potrebbero immaginare. C’è poi la storia dei cucchiaini, che moltiplicano nel lavandino, di nascosto, seguiti a ruota dai coltelli. Forse infilarli nella lavastoviglie lì sotto richiede un’intelligenza superiore, o forse qualche collega, dopo un anno, ancora non sa che abbiamo comprato la lavastoviglie. Il rumore che sente in cucina verso le 3 deve averlo scambiato per un Apache in atterraggio sul tetto, mollando il cucchiaino lì e scappando di corsa – dal buco della serratura.

Stamattina scarico la lavastoviglie e sulla roba appena lavata ritrovo appiccicate le dune di Formby e Crosby messe insieme.
Forse quella sabbiolina grigio-nera è la firma di qualche zuppa solubile, forse è porridge ridotto ai minimi termini dai 70 gradi del lavaggio. Qualunque delle due, sarebbe bastato dare una sciacquata ai piatti prima di infilarli nel cestello, e il secondo ce lo saremmo risparmiato, ma c’era l’Apache in atterraggio sul tetto, ricordate?

Bisognerà mettere in cucina un cartello più grosso. Un cartello a prova d’idiota. L’avviso di spiccicare lo schifo dai piatti prima di buttarli in lavastoviglie c’è, ma deve essere scritto con un inchiostro che riusciamo a vedere in pochi. Fatto sta che, certe volte, le cose alla gente bisogna ricordarle per iscritto, perché è chiaro che il buonsenso s’è preso una vacanza.
Un po’ come i cartelli in bagno. Da quando la manager ha messo sulla porta l’invito a lasciarlo pulito così come lo abbiamo trovato, sono finite le scene splatter/grottesche (e le conseguenti fughe di chiunque arrivi dopo l’impunito defecatore). Non so se qualche disattento abbia mai rispettato invece il “per favore, lavati le mani quando hai fatto” (con tanto di disegni su come procedere). Non ho mai controllato. Nel dubbio, io vado con lo scafandro. Better safe.

image