Italia è…

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Italia è quel Paese in cui usciti dall’aeroporto non si ha nient’altro che un numero di parcheggio scritto in un’email per trovare il bus che ti porterà a casa.
Italia è quel Paese in cui l’imbranata col SUV blocca la strada all’ambulanza e fa “che vvoi??” dallo specchietto alla polizia che le ha acceso la sirena in un invito a lasciarli passare.
Italia è quel Paese in cui l’autista del Roma-Marche sparisce a una fermata intermedia perché è andato al bar lì di fronte a consegnare il suo regalo al benzinaio.
Italia è quel Paese in cui tu hai prenotato un biglietto per la corsa delle 2, ma se arrivi alle 11 del mattino e vuoi essere a casa per merenda, l’autista ti fa salire lo stesso.
Italia è quel Paese in cui i posti sul bus sono assegnati, ma l’autista fa sedere tutti quanti dove capita.

Nessuna delle precedenti sarebbe ammissibile per un inglese. Se alla stazione ci sono due bus gemelli fermi, e uno è in partenza ma tu hai il biglietto per quello spento che parte tra mezz’ora, tu devi aspettare il secondo. Anche se il precedente è mezzo vuoto.
Troppa perfezione, alla lunga, stanca.
Troppa perfezione, alla lunga, contrae lo stomaco in un senso di ansia perenne. Ansia di mancare uno slot o un mezzo o sgarrare di mezza virgola su una regola.
Forse è per questo che l’aspettativa di vita italiana e inglese sono agli antipodi, nella media europea. E sono gli inglesi “che hanno girato” a dirlo.
E la domanda che si insinua ricorrente è: e allora cosa ci faccio io qui?
Ci faccio che la perfezione stanca, ma l’approssimazione esaspera.
Ci faccio che vivere nel relax del non avere regole o non seguirle ha portato alle emorragie aeroportuali dell’ultimo decennio. Fuga di cervelli e fuga di teste senza cervello che partono lo stesso, senza parlare altro che il proprio dialetto e che, in qualche modo, sopravvivono.

Il Paese perfetto non esiste da nessuna parte. Neppure nei film. Bisogna adattarsi con quello che c’è e capire quale, dei due mali, è il minore.
Casa, però, mancherà sempre. Con tutte le sue imperfezioni e aprossimazioni.

La vita è una partenza continua

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La vita è una partenza continua. Anche nella sua quotidianità essa si rivela essere un viaggio senza valigia, né biglietto.
Ogni mattina usciamo di casa, andiamo al lavoro, a fare spesa. Varchiamo la porta e ci buttiamo nel mondo senza sapere cosa ci porterà la giornata che abbiamo davanti. Di frequente essa sarà uguale a tante altre; certe volte lo sarà un po’ meno, altre affatto. Il tema di fondo sarà la sua precarietà, perché un minimo cambiamento significherebbe un’interruzione della routine.

Per chi vive all’estero, questa temporaneità è ancora più sentita. Ma è anche unica, bella, speciale. Perché è la precarietà che ci accelera la vita e tutto ciò che di essa fa parte. Ne accelera il ritmo senza velocizzare il tempo. Le relazioni non escono esenti da questa corsa. Si formano, si solidificano o si spezzano con la stessa rapidità.
E la grandezza del vuoto di chi resta è proporzionale all’intensità del legame che si è dovuto interrompere in seguito alla partenza di chi se ne è andato.