In un’altra vita

La solitudine è un male che non si può augurare a nessuno.
È un cancro capace di colpire chiunque, anche quando si è circondati dalle persone. Si può essere in mezzo a una piazza piena, eppure riuscire ancora a sentirsi come se si fosse gli unici a occuparla. Ed è il terrore di provarlo, quell’affanno che ti arriccia la pelle e ti strozza il respiro, a portare alla corsa verso un rimedio preventivo, verso la ricerca di qualcuno che possa bloccare quel vuoto ora e subito, prima che si ingrandisca, prima che si finisca per venirne inghiottiti.

Chi ha attraversato quel varco e in quel limbo ci è vissuto, non si mette a correre. Non si angoscia all’idea di dover trovare qualcuno con cui tapparlo ora e subito. Non ha bisogno di convincersi ogni giorno di aver fatto la scelta giusta, tappandolo con la prima occasione che gli si è presentata. Chi la solitudine l’ha vissuta, non la teme.

Chi la solitudine l’ha vissuta è più forte di quelli che sono corsi al discount della compagnia, perché quello che ha passato è la garanzia che non scenderà più a compromessi su nulla. Le amicizie verranno selezionate e coltivate con scrupolo, epurandole dai rami morti. In amore non basterà il falso miele di una gatta morta o le parole da manuale messe insieme da un individuo che s’è fatto i suoi compiti a casa, no. Non ci si attaccherà al primo che passa pur di non restare soli perché non è lo star soli che spaventa. Ci si è già passati e se ne è usciti a testa alta.

A spaventare è la prospettiva di una scelta sbagliata che condizioni il resto della vita, traslando il vuoto da cui si è voluti fuggire in un presente che è una prigione fatta di pareti tirate su dalla propria fretta, mentre negli occhi vibra un guizzo sempre più spento che sbircia a ieri, discreto, a chi si era, a come si stava, e che fa chiedere “e se…?”, mentre mani colpevoli buttano giù pensieri che evaporano nel nulla di quel vuoto che finora ci si era illusi di aver sconfitto.

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I gusti cambiano

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C’è poco da dire: i gusti cambiano.
I CD che ho portato a casa venerdì sera come regalo consolatorio alla fine di una settimana particolarmente di merda sono album che fino a qualche anno fa non avrei mai neppure guardato. Oddio, ad essere onesti i Bee Gees li ascoltavo già all’università, quando mettevo su Number Ones durante le pulizie del sabato. Anzi, se sono entrata da HMV, venerdì sera, è stato proprio per cercare quel CD. Sono uscita col sacchetto pieno. E vabbe’ su.

Ascolto un po’ di tutto. Da sempre. Non è superficialità e non è incapacità di trovare un mio filone musicale preferito. Ascolto un po’ di tutto perché mi piace avere un genere diverso per ogni stato d’animo. Così è Einaudi o Kenny G che metto su mentre sono sulla strada di casa con la notte intorno. Sono gli ABBA un lunedì mattina in cui la voglia di rivedere la mia kapò personale mi fa combattere contro l’istinto di girare la macchina e rientrare a casa. È Robbie Williams quando ho voglia di tornare indietro nel tempo, a un’epoca (quasi) senza pensieri, in cui la preoccupazione principale era che esami preparare per il trimestre successivo. E poi c’è Bollani nelle sere d’inverno, o David Bowie e i Beatles a farmi compagnia durante le pulizie. Ma erano i Bee Gees che cercavo venerdì, e con i Bee Gees dalle casse della macchina non sono uscite soltanto le note, ma anche i volti delle persone che, negli anni, mi sono lasciata alle spalle.
Anche con le persone i gusti cambiano. O, forse, siamo solo noi che ad un certo punto diciamo “basta” e, poco alla volta, cominciamo a lasciarle indietro mentre proseguiamo il nostro cammino, con la sensazione di essere in qualche modo più leggeri.

Non è facile. Quelle persone hanno fatto parte della mia vita per un motivo. Sbatterle al di fuori della mia comfort zone richiede forza di volontà. È il risultato che conta, però, paragonare come mi sento ora a come mi sentivo prima.
Per quanto voglia tuttora bene a quelle persone e non riesca e non voglia liberarmi delle foto che ho in giro per casa, sto meglio senza. Siamo cresciute insieme, negli ultimi anni, ma ad un certo punto i due cerchi equi che caratterizzavano i nostri spazi sono diventati diseguali, col mio sempre più piccolo, sempre più invaso dalla predominanza dell’altro, mangiato dal suo inquisire, dal suo fornire opinioni non richieste volte presumibilmente ad aiutare, a farmi sentire meglio, ma ottenendo l’esatto effetto opposto. No, grazie. Non ho bisogno di gente che mi dica come condurre la mia vita, giudicando le mie scelte, mentre la loro è un macello. Ho già dato, in quel senso.

Di loro mi restano i ricordi, perché quelli non me li potrà mai togliere nessuno. I ricordi, e un sorriso amaro al pensiero di come è andata e di come sarebbe invece potuta andare se solo avessero ascoltato, se solo si fossero fermate quando sapevano di doverlo fare. Forse non avrebbero perso l’ennesima amica. Forse a quest’ora avremmo continuato a superare insieme quello che c’è da superare. Forse. Non sono una veggente. Posso solo fare ipotesi. Nel frattempo, però, mi sento meglio. E, alla fin fine, questa è l’unica cosa che conta.

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