La nostra vita in 140 caratteri

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Ci sono giornate in cui non posso fare a meno di fermare per un secondo la corsa folle della mia routine e mettermi a pensare. Giornate in cui, magari, ho riempito l’ennesimo modulo, o compilato il centesimo questionario, o pubblicato il millesimo tweet di lavoro. Giornate in cui un’agenzia mi ha chiesto di ficcare tutte le mie competenze professionali in una casellina di 5 cm x 2. Ah, e di riuscirci con un limite massimo di 200 caratteri.

Se, da una parte, i mezzi di comunicazione che abbiamo oggi ci hanno reso la vita molto più facile (basti pensare a noi expats e agli expats di cent’anni fa), dall’altra ce l’hanno invasa, radicandovisi, prendendone possesso. La colpa, ammettiamolo, è solo nostra: alla fin fine loro non sono che degli strumenti.

“Oggi non si ha più tempo per uscire, conoscere gente nuova, formarsi un gruppo, trovare qualcuno” mi è stato detto ieri.
L’online dating è la nuova piazza, il nuovo bar, e il messaggio diretto il nuovo “ciao, come ti chiami?” che una volta si diceva di persona.
Non si ha più tempo per costruirsi le relazioni.
Ci ho pensato e ho dovuto ammettere che è vero. E mi è presa una gran tristezza. Se non riusciamo più a trovare il tempo per coltivare le relazioni sociali, al punto da dover ricorrere all’aiuto di app e siti, scartando la gente con mezzo colpo di indice come se fossero un’email di spam, dove andremo a finire? Su quali valori si basa, ormai, la società in cui viviamo?

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Non voglio sembrare un’accolita verghiana del nuovo millennio, scagliata a spada tratta contro il progresso – i social media, nel 2015 – perché anch’io campo grazie ad esso. Ho un blog e degli account sui social media sia personali che professionali e non riuscirei più ad immaginare un mondo senza email, senza web, senza connessione Internet, senza cellulari, fatto solo di lettere e pacchi e telefonate da apparecchi a cornetta, ma penso che questi ultimi possano ancora esistere, compensare laddove la tecnologia è e sarà sempre carente: il contatto umano.

Mandiamo gli auguri di compleanno agli amici tramite un messaggio su Whatsapp o pubblicandoli sulla bacheca di Facebook, comunichiamo coi genitori a furia di emoticon e per incontrarci con qualcuno facciamo affidamento sull’onnipresenza dei cellulari per giustificarci dei nostri ritardi. Condensiamo i nostri pensieri nei 140 caratteri di un tweet, condividiamo le nostre foto su Instagram, Tumblr o Flickr, e la prima cosa che molti di noi fanno appena mettono piede in un posto è informare tutti di esserci mediante il check-in su Facebook. Non sono esente neppure io da questa serie di peccati di superficialità tecnologica, perché è così che ci siamo abituati a vivere negli ultimi quindici anni. I bar e i locali sono popolati da persone troppo impegnate a interagire coi cellulari per capire che il contatto umano sarebbe a portata di mano, se solo alzassero gli occhi dallo schermo.

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Ho visto famiglie intere sedere ai tavoli dei ristoranti ignorandosi del tutto, assorbite com’erano dai loro telefoni. Ho passato serate a dover dividere con Whatsapp o Facebook o Match le persone che erano con me, teoricamente vicine ma virtualmente da tutt’altra parte. Quando incontro qualcuno che, come me, è disposto a lasciare il cellulare in tasca per l’intera serata perché preferisce il contatto umano al feedback crudo di uno schermo, lo guardo come se fosse troppo normale per essere vero. Che è, poi, la stessa cosa che deve pensare questa persona di me.

Non posso evitare del tutto di riassumere la mia vita, chi sono, cosa faccio in 140, 200 o 2000 caratteri. Ma posso ancora decidere se e quando rinunciarci in quelle situazioni in cui è ancora possibile farlo. Posso decidere di chiamare un’amica invece di mandarle un’email, e al diavolo se la disturbo o no: la bocca l’abbiamo per quello, per parlare. Posso scegliere di mandare un sms di auguri a qualcuno, evitando la pubblica piazza virtuale di Facebook. Posso decidere di scrivermi quella data sul calendario che è in cucina, e lasciare che sia esso a ricordarmela, e non una notifica mandatami via email. E poi, per le persone a cui tengo di più, posso scegliere di spedire loro un biglietto, scrivendolo a mano, imbucandolo e lasciandolo viaggiare per cento, mille chilometri, fino a destinazione.
La sorpresa e il piacere di chi lo riceve sarà sempre impagabile, per me.

L’epoca delle decisioni semplici

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Vorrei tornare a un’epoca in cui si nasceva e si moriva nello stesso posto.
Un’epoca in cui i pranzi domenicali con la famiglia erano la regola, non l’eccezione. Un’epoca in cui genitori e figli vivevano sotto lo stesso cielo e non divisi da 2, 3, 10mila chilometri di terra e qualche miliardo di ettolitri di acqua salata.
Un’epoca in cui ci si salutava sulla porta di casa dicendosi “ci vediamo domani” e non in un aeroporto chiedendosi “quando ci rivediamo?”.

Sì, vorrei tornare a quell’epoca, perché in quell’epoca ci sarebbero stati altri problemi, è vero, ma forse noi non avremmo avuto questo magone addosso. La casa sarebbe stata una, e ci sarebbe sembrata un po’ più viva, un po’ più piena, abbellita dai ricordi, con le risate di chi la occupa a fare loro da colonna sonora.
Perché il tempo passa, corre, ci scivola tra le dita, le settimane diventano mesi, i mesi anni, e quella che era un’esperienza destinata ad esaurirsi in un semestre oggi è diventata la mia vita.

Ogni mattina, svegliandomi, mi chiedo dove mi stia portando questa vita che ho scelto e che al tempo stesso mi ha scelta, mettendomi davanti a continui bivi, imponendomi di decidere prima con la ragione e poi, se ci avanza spazio, col cuore. E ogni giorno che si conclude è un giorno passato lontano dal posto a cui una volta appartenevo, dalla famiglia, ed è un giorno che ho vissuto per me e che ho perso con entrambi. E non basta una settimana, non basterebbe neppure un mese di ferie a casa per colmare quel senso di spaesamento che si attenua con l’abitudine, ma che non smette mai di bussare nello stomaco al pensiero di questa vita divisi. Non basta ai genitori riabbracciare i propri figli una settimana l’anno, né basta ai figli, a cui non viene data la possibilità di far combaciare la propria realizzazione personale con la vicinanza dei posti e delle persone che rendono la loro vita completa.

Let me go home
I’m just too far
From where you are
I wanna come home

Michael Bublé, “Home”