Dica trentatré

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Una settimana fa sono entrata nel club del doppio 3.
Per una ragione che non mi sono mai presa la briga di chiarire con la sottoscritta, i numeri dispari nell’età mi hanno sempre fatto schifo.
Sarà perché sono nata in un mese e in un giorno pari, sarà perché le cose peggiori ma emotivamente costruttive mi sono successe negli anni pari, fatto sta che nel dire la mia età io di solito arrotondo per eccesso, quando mi capita di trovarmi nell’anno dispari.
Non questa volta. Stavolta questo doppio 3 mi piace. Mi piace perché, come per i 32, sono carica di idee, progetti, scadenze piccole e grandi che non intendo più rimandare. Basta procrastinare. A 33 anni la generazione precedente alla mia aveva già un lavoro stabile, una casa, una famiglia. Il primo, per il momento, c’è. Si lavora adesso sulle ultime due.

Negli ultimi tre anni i compleanni sono tornati a piacermi. Prima del giro di boa dei 20, mi piacevano per i regali. All’avvicinarsi dei 30 avevo cominciato a provare proprio repulsione. Era come se vedessi in ogni ricorrenza un mattone in più che andava ad alzare il muro della mia mancata realizzazione. Personale, professionale, sociale. Difficile sentirsi realizzati quando non lavori, o lavori 9-10 ore al giorno in un callcentre e ti rimangono zero forze per incontrarti con la gente, o zero risparmi per permetterti più di una casa in condivisione con altre 5 persone.

Cos’è che ha fatto la differenza nel giro di soli 7 anni?
L’inghilterra, tanto per cominciare. Un Paese in cui, facendoti il mazzo un poco alla volta, poco alla volta ottieni. Forse non mi sarà successo nel posto più bello del mondo, ma mettendo sul piatto della bilancia i pro e i contro ho scoperto di recente che questi si compensano.
E poi non è da sottovalutare l’attitudine, che pure è cambiata con l’evolversi delle circostanze e della mia vita.

Dicono che ogni cambiamento, piccolo o grosso che sia, debba prima partire da dentro di noi. Bisogna avere il coraggio di osare, misurando le proprie risorse e le proprie possibilità, e di fare quel passo avanti, spesso alla cieca, spesso buttandosi, e vedere come va. Solo chi osa ottiene, mi è stato detto. Senza osare si resta confinati nel perimetro del nostro piccolo orticello, al sicuro, schiavi di una vita statica e ripetitiva.

A volte mi capita di guardarmi indietro per ricordarmi cosa mi ha insegnato il mio ieri e usarlo per impostare il mio oggi. Usarlo per imparare, soprattutto. Imparare a veder arrivare certe situazioni, a schivarle, o a saperle gestire quando non le posso proprio evitare. Imparare a riconoscere le persone per quello che sono, a sentirle anziché solo vederle. Immagino faccia parte del processo dell’invecchiare, per così dire, del maturare, del crescere internamente.
Ho imparato a stare alla larga da quelle persone che, in fondo, vogliono tutto fuorché un rapporto equilibrato basato sulla stima e sul supporto reciproci.
Ho imparato che a volte si può nascondere un messaggio nel messaggio, attendere che la vittima ci caschi e raccogliere così i frutti del proprio tornaconto.
Ho imparato che le persone cambiano, e non sempre per il meglio, e che quando questo succede le due strade si dividono in maniera anche repentina.
Ho imparato che non voglio essere più il barboncino di qualcuno troppo sicuro di se’ per vedere il vuoto intorno, pregno di amicizie temporanee e di circostanza perché quelle di vecchia data sono state allontanate una dopo l’altra da un alternarsi sottile di carota e bastone.
Ho imparato che la capacità di rialzarsi sempre e più eretti di prima è una qualità da sfoggiare, anziché da nascondere dietro strati di soffocante umiltà.
E ho imparato ad accettare i bassi come conseguenza naturale degli alti, come parte integrante della vita, ad attendere che facciano il loro corso, guardando alla luce che, invariabilmente, è alla fine del tunnel.

Sì, i miei 33 mi piacciono. Specie quando, per entrare in un club, mi chiedono ancora di tirare fuori la carta d’identità.
La faccia che fanno gli omini quando leggono l’anno di nascita su quel pezzo di plastica è impagabile.
Che vi devo dire, gentlemen: noi italiane sappiamo conservarci bene.

Riti di iniziazione

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Ieri sera sono stata ad una cena tutta al femminile, tutta casalinga e tutta pugliese.
Al di là del cibo (ottimo) e della compagnia (idem), c’è stato quel qualcosa di più che m’ha dato parecchio da pensare, sulla via di casa. Che, poi, per la verità ci penso già da qualche mese, ma stasera il concetto ha finalmente preso forma.
Io ormai mi sento a casa qui.

Non so quando sia avvenuto il sorpasso, quando l’Italia ha cessato di essere “casa” e lasciato il posto all’Inghilterra. Pensandoci bene, forse l’Inghilterra il posto dell’Italia se lo è semplicemente preso. Se lo è preso un pezzetto alla volta, con pazienza, combattendomi, contrastandomi, esasperandomi ma, al tempo stesso, dandomi quello che, alla fin fine, avevo sempre voluto. E non è del solo lavoro che sto parlando. È di tutto quello che ruota intorno a chi va a vivere da un’altra parte e non cerca di ricreare in questa “altra parte” una piccola Italia fatta di nostalgie che portano ad appuntare sul calendario tutte le date dei soli eventi italiani, a scendere da un treno nel Peak District e chiedere un espresso (“e speriamo non sia una purga!” – cit.) al primo baretto di montagna che si incontra, o a lamentare l’assenza della pasta Voiello (“la Barilla e la Buitoni no, dái, fanno proprio schifo!”).

Si parla di abitudini, del trovare quello che si cerca laddove ci si aspetta che sia, del sapere quale bus passa e dove va, a chi lasciare le piante quando si parte in vacanza. Si parla di amicizie che riempiono i vuoti tra un turno in ufficio e l’altro, rendendo la vita un technicolor fatto di risate fino alle lacrime e pianti in silenzio che lavano via vecchi dolori. Si parla di indipendenza, di libertà di muoversi come si vuole, senza costrizioni sociali o mentali, liberi tra milleuna culture, culture che si scambiano con la mia, arricchendosi e arricchendola. Si parla del sapere come aprire un conto in banca, con chi accendere un mutuo, come mandare una raccomandata (e avere la certezza che questa arriverà, dopo essermi costata una manciata di centesimi).

Due settimane fa sono stata a Bologna e mi sono sentita un pesce fuor d’acqua. Ho vissuto a Bologna più a lungo che in Inghilterra, eppure di Bologna non ne ho riconosciuto le vie, le scorciatoie, i palazzi, neppure quelli che ero abituata a vedere ogni giorno andando a lezione. I negozi che ricordavo sono ancora tutti esattamente dove li ricordavo, testimoni muti di un’evoluzione che non c’è mai stata in un Paese che fatico sempre di più a capire. Via Indipendenza, da tempo immemorabile chiusa al traffico causa lavori, era un’esplosione di vita, quel sabato sera, un pullulare di anime come non ne avevo mai visti neppure durante le notti estive dei miei anni universitari. Studenti, coppie, turisti, locali. L’aria era calda e umida, la luna immobile sopra le due torri, la musica degli artisti di strada invadente e vitale. Io mi sono guardata intorno e ho visto una città che mi accoglieva come se ci incontrassimo per la prima volta, come se non ci fosse stata nessuna mia permanenza tra le sue mura, come se non ci avessi mai vissuto, quegli 8 anni, a Bononia.

Due giorni dopo, sul tram che dall’aeroporto mi avrebbe riportata a casa, ho guardato il sole fuori dai finestrini e le file di case in mattoni rossi tutte uguali e i prati di quel verde che ero solita trovare solo su un particolare pastello Giotto, oggi introvabile, mi sono sistemata meglio sul sedile e ho pensato: sono a casa.
Mi ha paralizzata, quel pensiero. Poi, pensandoci bene, mi sono resa conto che è vero.
E ieri sera, quando l’ho detto a delle connazionali che sono qui anche da 30 anni, mi è stato risposto: benvenuta nel club. Quale club? Il club di quelli che si sono ambientati qui, anche a fatica, ma che alla fine non rimpiangono di averlo fatto. Di quelli che vedono l’Italia come il posto in cui andare in vacanza e basta, di quelli che si sono realizzati e che non rinuncerebbero a nulla di quello che hanno per tornare a vivere nell’ignoto.

Non riesco a vedermi fare all’inverso il viaggio che una sera di Novembre di alcuni anni fa mi vide arrivare a Londra con una valigia, uno zaino, una stampa rudimentale di Google Maps e tante incertezze. Non riesco neppure a focalizzare l’idea di ripartire da zero in Italia. Per cosa, poi? Con quali incentivi vorrebbe convincermi, il mio Paese, a fare una pazzia del genere?
Invidio chi ha avuto il coraggio di farlo, chi ha sacrificato tutto per riavere un po’ di quel sole, di quel mare, di quel pane che sa di pane, di quella rete ferroviaria che (in ritardo) ti porta a casa nel giro di poche ore, senza costringerti a fare giri del trentuno per mezza Inghilterra o mezza Italia. Invidio chi non è mai partito ed è riuscito ad essere felice con quel che ha trovato e si è costruito a casa. Non invidio quello che hanno materialmente, no, perché neppure a me quello manca. Invidio il loro essere ad un tiro di schioppo da casa, quando non nel posto in cui sono nati e cresciuti, l’avere 4 stagioni, o lo stesso medico finché campano (o finché questo non va in pensione) e che li conosce senza aver bisogno di leggere nessuna cartella, che li visita senza avere il cronometro che fa il conto alla rovescia da 10 minuti a zero. Ma non è una vita che vedo addosso a me, quella. È un cappotto che non mi sta più, ormai.

Come dicevamo a tavola ieri sera: abbiamo visto altro, abbiamo vissuto in una realtà totalmente diversa, e possiamo perciò fare quei paragoni che portano ad individuare il bello e il brutto di ambo i Paesi. E poi, abbiamo concordato, Manchester ci si sta mettendo d’impegno nel farsi accettare. Non è cambiato il tasso del crimine, forse, ma è mutata la percezione che si ha della città,  con le sue vie ripulite, ricostruite, illuminate e abbellite, una città che nel giro di un paio d’anni è riuscita a diventare dieci volte meglio di quella che mi vide sbarcare 6 anni e 1/2 fa a Piccadilly, quando i Gardens erano un ritrovo con quattro lampioni in croce e passare per Chapel Street dopo le 5 in inverno era un’esperienza degna di un Manchester Dungeon, semmai ne avessimo avuto uno.
L’essere andata a vivere a distanza di sicurezza dalla City e il prevedere di allontanarmene ancora di più il giorno che comprerò casa ha aiutato ad accettare il fatto che io e Manchester siamo come una coppia di separati in casa: riusciamo a coesistere, ma a piccole dosi.
Se a Manchester non vuole viverci neppure chi ci è nato e cresciuto, un motivo (forse) c’è.

Io, intanto, continuo a prendermi gli accidenti di chi riceve da me e-mail in un italiano che sa tanto d’inglese. Sto cercando di redimermi, gente. Ci sto provando, davvero. Ho perfino comprato due libri in italiano, ultimamente, e sono tornata a frequentare i portali di notizie nostrani – grida di giubilo in sottofondo da parenti e amici. Gli accidenti contro gli spigoli di casa, però, per qualche motivo continuo a partorirli in inglese. So diventare molto creativa, quando si tratta di insultare l’angolo del tavolo in soggiorno o il piede del divano che mi fracassa un dito.
All’ennesimo botto i miei vicini di casa si siedono, prendono i popcorn. E aspettano.