La solitudine è un male che non si può augurare a nessuno.
È un cancro capace di colpire chiunque, anche quando si è circondati dalle persone. Si può essere in mezzo a una piazza piena, eppure riuscire ancora a sentirsi come se si fosse gli unici a occuparla. Ed è il terrore di provarlo, quell’affanno che ti arriccia la pelle e ti strozza il respiro, a portare alla corsa verso un rimedio preventivo, verso la ricerca di qualcuno che possa bloccare quel vuoto ora e subito, prima che si ingrandisca, prima che si finisca per venirne inghiottiti.
Chi ha attraversato quel varco e in quel limbo ci è vissuto, non si mette a correre. Non si angoscia all’idea di dover trovare qualcuno con cui tapparlo ora e subito. Non ha bisogno di convincersi ogni giorno di aver fatto la scelta giusta, tappandolo con la prima occasione che gli si è presentata. Chi la solitudine l’ha vissuta, non la teme.
Chi la solitudine l’ha vissuta è più forte di quelli che sono corsi al discount della compagnia, perché quello che ha passato è la garanzia che non scenderà più a compromessi su nulla. Le amicizie verranno selezionate e coltivate con scrupolo, epurandole dai rami morti. In amore non basterà il falso miele di una gatta morta o le parole da manuale messe insieme da un individuo che s’è fatto i suoi compiti a casa, no. Non ci si attaccherà al primo che passa pur di non restare soli perché non è lo star soli che spaventa. Ci si è già passati e se ne è usciti a testa alta.
A spaventare è la prospettiva di una scelta sbagliata che condizioni il resto della vita, traslando il vuoto da cui si è voluti fuggire in un presente che è una prigione fatta di pareti tirate su dalla propria fretta, mentre negli occhi vibra un guizzo sempre più spento che sbircia a ieri, discreto, a chi si era, a come si stava, e che fa chiedere “e se…?”, mentre mani colpevoli buttano giù pensieri che evaporano nel nulla di quel vuoto che finora ci si era illusi di aver sconfitto.


