La medicina più dolce

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Sulla mia scrivania in ufficio c’è una cornice con una foto che riesce sempre a strapparmi un sorriso ogni volta in cui ci poso sopra lo sguardo.
Nella foto ci siamo io e tre mie amiche: una spagnola, una francese e una pakistana. E anche loro, sulle loro scrivanie, hanno la stessa cornice e la stessa foto.

Ci sono definizioni che, dopo un certo tempo, calzano strette. Fino a due anni fa avrei detto che sulla mia scrivania c’è una mia foto con tre colleghe, ma come si possono chiamare colleghe delle persone con le quali hai diviso gli ultimi anni della tua vita, con cui hai lottato per un parcheggio da Starbuck’s, affrontato l’impensabile al lavoro o bevuto una tazza di Peshawari Chai in un locale del Curry Mile? Non sono colleghe, estranee, delle persone che ti conoscono e che tu conosci così. Persone che Manchester ha radunato insieme, per caso, dentro le stesse quattro mura, che vengono dai quattro angoli dell’occidente. Persone che la vita in un mese costringerà a separarsi.
Una di noi andrà in Nuova Zelanda. Un’altra sarà mandata a casa dalla crisi, e “casa”, per lei, è un posto troppo lontano per poter essere da noi raggiunto durante la pausa pranzo o il sabato. Resteremo in due, ma per quanto?

La vita frenetica in Inghilterra fa nascere, crescere e morire le relazioni a una velocità quasi folle. Quando esse crescono e si mantengono, sono per la vita. E gli addii, perché pur esistendo i social media si tratta sempre di un addio, arrivano a cadenza regolare. Nessuno di noi è davvero permanente, qui. Neppure gli inglesi. Un giorno lavoriamo a Manchester e il giorno dopo ci troviamo a dover spostare la nostra vita a Glasgow, Berlino, Tenerife. E a chi resta e continua a camminare lungo le stesse strade di ieri, ma senza più avere i soliti pezzi affianco, preme forte una domanda: perché?
Che senso ha avuto conoscersi se poi un anno, due o dieci dopo ci siamo dovuti separare?

Il senso c’è, ed è nei ricordi.
I ricordi che si sono impilati una risata dopo l’altra nel perimetro ristretto di un ufficio, di una macchina o di un bar, non ce li toglierà nessuno. Li porteremo con noi ovunque saremo nel mondo, e ci faranno sorridere, ci faranno piangere, ci addolciranno il presente come quella foto sulla mia scrivania. Ci ricorderanno in ogni momento che nessun minuto passato insieme è stato inutile, né andrà sprecato. Ne faremo buon uso, ma li utilizzeremo con cura, con parsimonia.

I ricordi sono la medicina più dolce di cui servirci per attenuare l’amarezza della separazione.
L’amicizia, quella vera, tra persone di culture e mondi completamente diversi non solo è possibile: è per sempre.

***

“Non ricordiamo i giorni, ma i momenti”
Cesare Pavese

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Note nella notte

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Un CD suona “Siamo i Watussi”.
Aggrappato al volante mentre cerca di dominare l’acquaplaning che sta spostando la sua 107, ride. Non riesce a smettere. La macchina è lanciata a 90 all’ora su un tappeto di idrogeno e ossigeno (H2O, H2O, continua a ripetersi) alle tre del mattino sulle strade di questa terra straniera e la sua radio suona “Siamo i Watussi”. Ridicolo, no?

La compilation si chiama ” I migliori successi italiani di sempre”. Lo sono? Forse sì. Sono canzoni mediocri che il passare del tempo ha reso successi perché più delle altre riescono a richiamare alla mente un passato di cui tutti hanno nostalgia. E la sua auto è diventata una capsula del tempo, uno scrigno fatto di ricordi e musica in cui l’oggi si fonde con ieri in un misto di affetto, senso di perdita e tristezza che si fondono e scivolano addosso lisci come l’acqua che si sta snodando sul parabrezza.
A-abbronzatissima, sotto i raggi del sole, come è bello sognare, abbracciato con te!
Non ricorda più il colore della sua pelle abbronzata. Nell’isola in cui vive e in cui il sole, quello vero, batte raramente, tutto si raffredda. Anche i sentimenti.
Sulle labbra tua dolcissime, col profumo di salsedine…
Che sapore ha un bacio ricoperto di sale?
Non se lo ricorda. È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui ha visto il mare in estate.
È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui ha baciato qualcuno. Forse, non c’è mai stato un bacio al profumo di salsedine, nella sua vita. Non ancora.

Dalle casse inizia a diffondersi la voce di Giuni Russo. Le canzoni italiane più belle di sempre sembrano ridursi a una sequenza di melodie che inneggiano all’estate. È la colonna sonora della sua infanzia, della giovinezza dei suoi genitori, dei suoi amici. È un disco di tutti. E sotto la pioggia battente, nel buio di quella notte nordeuropea, finalmente li ritrova.
Il sapore del sale sulle labbra.
Il calore del sole di agosto sul viso.
Il rumore delle onde e gli schiamazzi dei bambini sul bagnasciuga e gli altoparlanti in spiaggia che eruttano le ultime hit parade e le famiglie che si chiamano e i ragazzini che giocano a pallone su un campo disegnato a colpi di tallone.
Si rivede sul sedile posteriore della Fiesta di suo padre, coi finestrini abbassati, l’aria bollente che entra a fiotti mentre avanzano sul lungomare in cerca di un parcheggio, con la voglia di affondare i piedi sulla sabbia rende tutti un po’ impazienti. E alla radio c’è Giuni Russo che canta Un’estate al mare.
Ma la pace e il caldo e il profumo del mare vengono cancellati dal martellare della pioggia sul tetto della 107, il bollore dell’afa sostituito dal calore del motore eiettato in un flusso costante dalle ventole sul cruscotto. Sembra esserci sempre pioggia, in questa terra lontana e avulsa dai suoi ricordi. Anche se, in fondo, non è proprio così e lo sa. Ma stasera, sotto quel diluvio, preferisce pensare che sia sempre così, che non brilli mai il sole, lì.
E casa sua non è mai sembrata così lontana.

Chissà dov’era casa mia
e quel bambino che
giocava in un cortile
Io, vagabondo che son io
Vagabondo che non sono altro…

Note nella notte (C) 2014 Juana Romandini