Valigia in stiva, passaporto in mano, Italia nel cuore

Businesswoman with suitcase in airport

 

La sensazione che si prova in aeroporto nel momento in cui focalizzi che stai per lasciare di nuovo il tuo paese è qualcosa che ti dilania lo stomaco. È un punteruolo che ti ci si ficca dentro, si spalanca in mille spuntoni e gira, lasciandoti lì a tentare di governare il groppo in gola.

Bastarda come solo lei sa esserlo, ogni volta che ti prepari a dirle addio l’Italia ti saluta con uno splendido sole, aria tiepida e un cielo cobalto come solo da lei in inverno si può trovare. Passi i tuoi ultimi minuti in attesa del taxi a respirare gli odori (la brezza fresca che si muove nel calore dei raggi solari e risveglia quel misto leggero di asfalto e terra ed erba), memorizzare i dettagli (le crepe nel muretto del parcheggio e i mattoncini del vialetto tutti sfasati e i segnali stradali sempre troppo vecchi, troppo stanchi, troppo arrugginiti), registrarne i rumori (il rombare aggressivo del traffico che riparte al semaforo, il battere del filtro del caffè per staccare i fondi, due colleghi che si salutano per la pausa pranzo).

L’aria puzza di smog, in una città come Milano, eppure quello smog è parte del quadro, del casino. Perché senza la puzza di smog ciò che hai intorno non sembrerebbe vero. Perché essa lo caratterizza tanto quanto il dang-dang del tram in transito e l’arrancare dell’anziana col carrellino sulle strisce pedonali.

Mentre mi preparo a lasciare la mia postazione al sole per raggiungere gli altri schiavi in coda al check-in della nave volante che ci riporterà in Inghilterra in catene, mi prendo ogni raggio di sole che posso, a occhi chiusi, e ricordo il profumo tutto suo che ha l’aria del mio Paese fuori dalle mura di Malpensa. Ne godo fino all’ultimo secondo, perché non so quando rivedrò il sole e se durerà e se non ci sarà vento a novanta all’ora e se avrò modo di godermelo in qualche meraviglioso villaggio degli Yorkshire Dales e non da dietro le finestre di casa mia a Manchester, chiusa li’ per scappare da un weekend sovrappieno come al solito, intrappolata come una tigre in gabbia per colpa di previsioni sempre inaffidabili che avevano dato pioggia per l’ennesimo weekend di fila.

Vivo in quella che, dicono, è la città più piovosa d’Inghilterra – e tra le più piovose di tutto lo UK. Dovrei ormai averlo capito. Dovrei ormai averlo accettato. Forse ci sarei riuscita se fossi nata e cresciuta in una realtà in cui il sole è un miracolo di Dio ancor più che in Italia. Tuttavia, non sono nata in un Paese della pioggia. Sono nata nella Terra del Sole. Sono cresciuta con la fortuna di avere un appuntamento fisso col mare dodici mesi l’anno. Chiedermi di accettare le limitazioni climatiche di Manchester sarebbe un’offesa contro il mio Paese e un rinnegare le qualità che di esso più ci mancano, a noi expats. Perché si’, ci mancano talmente che di nostalgia in certi giorni c’è da creparci. Ci manca l’Italia. Pur con tutti i suoi problemi. Un genitore imperfetto resta pur sempre un genitore. Ci si può arrabbiare davanti alle sue imperfezioni, ma non si cesserà di amarlo. O di sentire un pugnale nel petto ogni volta in cui lo si saluta e gli si dice: ci vediamo tra sei mesi. Od otto. O un anno. A seconda dei voli che si riescono a trovare. L’evoluta Manchester, infatti, quando si tratta di collegamenti con l’Italia prende e si mette seduta a braccia incrociate. Chi ci vive sa di cosa parlo.

Mentre si aspetta che annuncino il gate dal quale partirà questo o quel volo si è tutti lì, seduti su poltrone diverse nella stessa sala d’attesa, con pensieri diversi e mete diverse nella mente, gran parte di noi diretti in qualche posto lontano da casa. E alla fine ti rendi conto che la sala d’attesa di un aeroporto non è che una metafora della nostra vita. Abbiamo i mezzi per spostarci, siamo noi a dover scegliere dove andare. O se restare.

The Holiday, i pub, i cottage, la campagna e i muretti di selce

the-holiday-locandina

Da quando vivo in Inghilterra ho scoperto il piacere del vedere i film in inglese.
Non solo perché il cinema britannico ha sfornato capolavori di delicatezza come Ladies in Lavender e The Best Exotic Marigold Hotel, o di humor come L’Erba di Grace, no. I film in inglese me li gusto di più perché la loro lingua madre li completa. Che è poi quello che succede con qualunque film. Il doppiaggio, anche buono, smonta il ritmo. O il significato. Per tornare a L’Erba di Grace, il titolo è miracolosamente azzeccato alla trama, ma in originale era Saving Grace, che è il titolo di una serie televisiva, ok, ma anche la definizione di una qualità che contraddistingue qualcuno o qualcosa, o “salvando Grace”, tradotto alla lettera, laddove Grace è la protagonista del film e viene salvata dai debiti del marito morto da una coltura casalinga di marijuana. Lasciamo perdere il discorso sui titoli dei film stuprati dalla traduzione, però, se no tocca andare a recuperare un cuscino e mettersi comodi – ma concedetemi di menzionare The Eternal Sunshine of the Spotless Mind ucciso da un fantastico Se mi lasci ti cancello: lo hanno arrestato, l’omicida, o va ancora in giro impunito?

Insomma, stasera è saltato fuori da uno scatolone il DVD ancora sigillato di The Holiday (L’amore non va in vacanza, per noi) e l’ho messo su. Così, tanto per spegnere il cervello. O almeno ci ho provato. Un’ora dopo infatti il DVD è in pausa nel lettore e io al computer, che ne scrivo. Perché avevo visto questo film quando in Inghilterra non ci ero mai neppure venuta in vacanza, figuriamoci viverci, e non potevo certo capirlo come lo capisco oggi. Perché oggi riconosco quegli scorci – il cottage, i muretti di selce, il pub vittoriano, la High Street con i negozi dalle insegne antiche e le cobbled streets, le viuzze di ciottoli. Quegli scorci io oggi li sento come familiari, come un po’ miei. E immediatamente vedo il film con occhi diversi.
La battaglia tra Amanda (Cameron Diaz) e il villaggio sperduto del Surrey in cui finisce in vacanza è fantastica. Amanda sale in aereo col sole e il caldo di Los Angeles e arriva nel sud dell’Inghilterra in mezzo alla neve, per svegliarsi la mattina dopo in un cottage in cui scorrazzano i pinguini, parenti posh di quelli che vivono da me. E a quel punto, come qua da me, scattano il maglione, la sciarpa, i pantaloni della tuta infilati nei calzettoni di ciniglia e i guanti senza dita. Praticamente, quello che ogni sera facciamo tutte per non cadere sotto la falce del freddo casalingo inglese. Adesso lo so. Quando vidi il film anni fa, no.
O prendiamo quando Cameron Diaz dice a Graham/Jude Law di vergognarsi di aver baciato uno sconosciuto e lui le fa tranquillo: “io lo faccio sempre”. Suvvia, Cameron, tu la night out inglese non sai proprio dove sta di casa! Ma è americana, lei, e perciò gli inglesi la perdonano.

Nel doppiaggio in italiano non si è persa solo la differenza abissale tra l’accento US e quello UK (A-mèn-dah VS A-manda, tanto per dirne uno), ma pure l’umorismo dei diversi modi di dire, che in un’altra lingua diventano intraducibili.
Tipo: “Oh, no. Not at all… whatever that means!” fa Cameron, che evidentemente il rafforzativo l’ha imparato solo adesso, in Surrey, a 6 ore dall’atterraggio sull’isola di Betta. Ma vabbe’, andiamo avanti.
Tipo: “I haven’t had… oh my God, I can’t believe I just said that! I didn’t have…” che mi ha ricordato tutti gli “haven’t had” che recito io per disinfettarmi la bocca ogni volta che mi scappa un “don’t have”.

Insomma, non è che in passato non avessi capito i film che vedevo in italiano o che non mi fossero piaciuti. È che guardandoli in lingua originale li capisco di più. E mi piacciono di più. E me ne sono resa conto solo stasera.
Vivere in un Paese come questo è una bellissima palestra di vita.