All’estero come a casa

Petali-di-rosa

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» Umberto Eco, La Stampa

Stamattina a colazione mi sono imbattuta (con ritardo) in questo articolo:

Censura petalosa – di Annamaria Testa

L’ho trovato molto interessante. In primis perché mi ha permesso, tramite un elenco puntato molto succinto, di ricapitolare l’intera vicenda; secondo, perché vi ho ritrovato una condivisione di quello che è il mio pensiero: cos’è scattato nella testa degli italiani ad un certo punto, cosa li ha portati a scagliarsi anima e corpo in un dibattito basato sul… niente? Su un argomento che neppure esiste?

Il problema, infatti, a un certo punto non sembra essere stato più la possibile introduzione dell’aggettivo “petaloso” nel nostro dizionario. Si è sforati prima nell’assurdo e poi nel ridicolo, si è finiti con l’auto-denigrarsi in una corsa all’insulto, cancellando con una pila di commenti sempre più aggressivi l’innocenza di una vicenda che, in altre circostanze, avrebbe potuto essere una notizia gradevole da leggerci durante la pausa caffè.

Grazie all’articolo su l’Internazionale da me letto stamattina, durante la pausa è nata una discussione costruttiva, culminata in un bellissimo brainstorming. Quando la pausa è finita e siamo tornate alle nostre scrivanie, mi sono resa conto che niente di tutto quello di cui avevamo parlato sarebbe stato possibile, vent’anni fa. Pensateci: vent’anni fa avremmo parlato con casa nostra per telefono, e le notizie dall’Italia le avremmo ricevute grazie ai quotidiani – per chi se li fosse potuti permettere.
Chattare con mamma su WhatsApp? Scordatevelo. Controllare su Twitter le ultime news? L’ultimo scatto di XYZ su Instagram? Neanche per sogno. Le novità dall’Italia ci sarebbero arrivate filtrate dal supporto ruvido delle lettere su cui i nostri genitori, parenti e amici avrebbero riversato quello che sapevano, oppure lungo le centinaia di chilometri di cavi telefonici che ci collegavano a loro da una parte all’altra dell’Europa, notizie plasmate dal loro punto di vista, ammorbidite dai troppi passaggi di orecchio in orecchio.

I social media non sono solo il mezzo su cui venire bombardati di post idioti e selfie di gente senza pudore. I social media sono quell’invenzione fantastica che ci permette di rimanere collegati al mondo in cui siamo nati e cresciuti, che ci permette di esserne parte, nel nostro piccolo, pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza.
Non siamo più degli esiliati come potevano esserlo i nostri nonni, ed è una sensazione bellissima. Oggi non importa se viviamo in Italia o in Inghilterra o in Australia: quello che sanno le persone a casa lo sappiamo anche noi e possiamo parlarne con loro. Possiamo parlarne tra noi emigrati, sciorinando le nostre impressioni e le nostre preoccupazioni nei riguardi di quel mondo lontano, in cui i nostri connazionali si scannano tra loro a colpi di commenti senza capo ne’ coda, rigurgitando una rabbia sopita che sta venendo a galla poco a poco, come il magma di un vulcano mai spento e tornato in attività tutto d’un colpo.

La domanda a cui nessuno di noi riesce a rispondere è: che cosa sta succedendo in Italia? Perché la gente è diventata così aggressiva, per non dire violenta? La scusa del “perché nascosta dietro uno schermo può dire quello che si pare” non regge, secondo me. O, meglio, non è la sola spiegazione. Mi faccio un giro per il Web e incappo di nuovo nel seguente articolo:

L’Italia, il Paese dei musi lunghi: siamo più pessimisti di greci e iracheni

Domanda: voi che vivete nella nostra bella penisola cosa ne pensate?

La cura miracolosa

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Chi vive in Inghilterra lo sa: se il tuo medico ti azzecca la cura, c’è da andarsi a bruciare lo stipendio al pub per festeggiare.
Ne ho scritto diverse volte per questioni più serie (qui, qui e qui), poi è arrivato il giorno in cui non sono riusciti a curarmi nemmeno una faringite, e a quel punto io ho alzato bandiera bianca.
Ma non prima di scioccare l’ignaro farmacista milanese…

“Buongiorno, ho una faringite virale…” esordisco, raggiungendolo al banco.
“Virale, eh? Mmmh…” fa il farmacista.
“Sì. Va avanti da una settimana. Nell’ordine ho avuto mal di gola/febbre a 38/raffreddore/tosse/mal di gola un’altra volta… mi aiuti, la prego!!!”
“La tosse le torna di notte, quando si stende?”
“Sì.”
“E non riesce a dormire.”
“No.”
“Sta prendendo qualcosa?”
“Sì.”
“E non sta funzionando.”
“Ecco perchè sono qui.”
“Che ha preso finora?”
“Lo sciroppo, ma non funiziona.” Tiro fuori il concentrato di glucosio marcato Boots, dove da qualche parte sulla scatola scrivono anche ‘sciroppo’. “Questo qua.”
“Ah… già la marca la dice tutta, guardi… Boots… ce la vogliono far vendere anche qui, lasciamo perdere…” Il farmacista legge i principi attivi sulla scatola. Me la ridà. “Praticamente c’è tutto, tranne lo sciroppo. Ha preso altro?”
“2 di queste due volte al giorno.”
“1200mg di ibuorofene??? Ma chi gliel’ha data questa cura?”
Ma come? L’Ibuprofene è il rimedio a tutti i mali, perchè mi si sciocca così, signor farmacista?
“Me l’ha data il mio medico inglese!”
“Guardi, si possono dire tante cose buone sull’Inghilterra, ma i medici e la sanità fanno proprio schifo… 1200mg di ibuprofene…. ma quello le brucia lo stomaco in una fiammata!”

Ecco. Lo vada a spiegare agli inglesi, signor farmacista. Ma mi creda, sir, gli inglesi sarebbero d’accordo con lei. L’NHS (il sistema sanitario inglese – NdA) è il terzo topic di conversazione d’ufficio preferito, dopo il meteo e il calcio.
Alla fine a mandarmi via la faringite è stato uno sciroppo imbevibile italiano. E senza zuccheri aggiunti. Se non fossi capitata sul suolo italico, probabilmente avrei continuato a passare le notti in bianco fino a Natale.
Dio salvi la Regina, perchè se aspettiamo che ci pensi il suo GP…