Le stagioni del cuore

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Fare il cambio degli armadi è un po’ come dire addio per sempre alla stagione appena passata. Perché essa tornerà, è vero, ma non sarà la stessa di prima.
Porterà via con sé i brandelli di ieri, istantanee, parole, vestiti in disuso spuntati laddove non avrebbero più dovuto essere, e finirà in un sacco insieme agli stessi, per andare con essi a far parte di un ricordo che non ha più futuro.
Una maglia, una sciarpa, un guanto che ha perso il suo compagno negli inverni trascorsi, superstite di una pulizia mai completata, silenzioso testimone del passaggio di qualcuno che non tornerà mai a recriminarlo. Armadi ancora pieni a metà, dove l’inatteso spunta da un cassetto, da un angolo, da una scatola che si credeva di aver svuotato, e che porta con sé frammenti della persona che li indossava, il profumo del detersivo con cui quei capi venivano lavati, la forma che dava loro il corpo che li riempiva. Il ruvido del tessuto sulla punta delle dita, il calore emanato attraverso la stoffa. Le circostanze in cui quei capi erano stati indossati, impresse come lastre sulle pareti della casa, sulle sedie, sul divano su cui ci si era seduti. Un nastro invisibile, un filmino muto in cui le diapositive di ieri si susseguono, rievocate da un ammasso di stoffa pestato in un sacco nero destinato alla Caritas.

A dispetto di quanti sforzi si faccia per archiviarli in un cassetto della mente, i ricordi continueranno a farsi avanti. Sempre.

L’amore in un gettone telefonico

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Era bello telefonarsi da 10, 20 o 600 chilometri di distanza, una volta.
Quando il telefono era il solo mezzo che avevamo per comunicare gli uni con gli altri, quando sentire una voce ci dava emozioni che le parole scritte non riusciranno mai a trasmettere. Perchè non si può mentire a un orecchio che ascolta. Bisognava essere bravi per camuffare una bugia, col telefono. E se l’orecchio che ascoltava era un orecchio innamorato, sentire quella voce anche solo per pochi minuti era un piacere che neppure una lettera scritta a mano poteva dare.

Quando Whatsapp o Facebook o le email ancora non esistevano, o queste ultime si stavano appena diffondendo, le relazioni erano piu’ spontanee e dirette. Gli amori nascevano e si spegnevano sulle note dei juke-box, dopo essere fioriti e cresciuti per la lunghezza dei cavi della Sip. E il cuore batteva a ritmo del tono di attesa nella cornetta. Inserivamo il gettone o la scheda telefonica nella fessura e aspettavamo che, dall’altra parte, la persona rispondesse. Aleggiavano sentimenti, si creavano legami, nascevano amori sul rumore del tono di attesa nella cornetta.
Si scrivevano lettere d’amore con le dita che esitavano, consce del fatto che una singola titubanza, un singolo errore o uno sbafo sarebbero stati la condanna dell’intero foglio.

Con i mezzi di comunicazione moderni si è persa l’intimità di una chiacchierata a due. Si è persa la magia del far sgorgare i propri sentimenti su un foglio, aiutati da una penna. L’ebbrezza ubriaca del ricevere una busta col proprio nome da quel mittente. Dell’aprire la lettera, del contarne le pagine. Del leggerne e rileggerne il contenuto col cuore che faceva piroette, dallo sterno alla gola e ritorno.

La forza delle parole, un tempo marcata dalla pressione della penna sulla carta, si è trasformata oggi in una serie di emoticon che fanno tutto il lavoro per noi. Il touchscreen è il nostro foglio, la tastiera del computer il nostro inchiostro. E nella comodità dell’impiegare dieci minuti a scrivere quello che prima richiedeva un’ora, abbiamo anche dimenticato come dire ti amo.
Perchè la poesia di un ti amo sussurrato in una cornetta a seicento chilometri di distanza nessuno smiley in una chat la potrà mai eguagliare.

I sentimenti non sarebbero stati gli stessi, se il gettone della cabina telefonica fosse stato un touchscreen foderato di emoticon.