Il 6° classificato

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Arrivare sesti in classifica in un concorso letterario è comunque un traguardo, perché significa che almeno ci abbiamo provato, che ci siamo buttati in qualcosa di mai tentato prima.
Per divertimento, per passione, per mettersi alla prova. Per condividere con altri qualcosa che inizialmente era solo nostro e vedere sulle loro facce o leggere nelle loro parole le reazioni che quel qualcosa di nostro ha scaturito, come li ha coinvolti, che cosa ha trasmesso loro. Che cosa ha lasciato questo pezzetto di noi che avevamo iniziato a scrivere di getto, senza un motivo preciso, e che pochi giorni dopo si è rivelato andare d’accordo col tema di quel concorso a noi segnalato per caso, per gioco.

“Perché non ci provi, che hai da perdere?” mi è stato detto.
E da perdere non avevo proprio niente. Anzi. Il racconto lo stavo già scrivendo, in fondo.
Coincidenza?
Forse. L’ennesima.

** LEGGI QUI “L’abbraccio della rosa” ©Juana Romandini 2016 **

La mancanza sopita

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Ci sono persone che ti mancano a prescindere.
Anche quando non le senti mai, loro ti mancano, ma non lo focalizzi fino a che non riappaiono, sulla bocca di qualcuno o in prima persona con un messaggio in cui ti chiedono “come stai?”. E a quel punto ti rendi conto di quanto esse fossero in precedenza radicate nella tua vita quotidiana senza che tu lo sapessi, e di quale buco si è creato il giorno in cui le vostre strade si sono separate. Ti rendi conto di quanto siano rimaste in te, in attesa, malgrado il silenzio e malgrado tu in quel silenzio non le abbia più pensate.

Dovremmo essere abilitati a superare i confini della convenzionalità, a volte. Dovremmo forzarci ad abbatterli e dire con onestà quello che proviamo. Dire a queste persone mi manchi, ad esempio, o ti voglio bene, nonostante il tipo di rapporto che c’è non sia abbastanza stretto da consentirlo.

Ci farebbe esporre, è vero, ma farebbe bene all’anima.