Here comes the sun

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“People think it always rains in Manchester. Not true though I admit it’s the only town in the country with lifeboat drill on the bus routes”

 Conosco un paio di persone che vivono in Italia e che non perdono occasione per lamentarsi del troppo sole. Avete capito bene: odiano il sole e bramano la pioggia. Anche in estate. Un giorno non ce l’ho fatta più e ho aggiunto il mio commento all’ennesimo post avvelenato: vogliamo fare a cambio? Tu ti pigli i 300+ giorni di pioggia/bufera che abbiamo qua e io mi prendo il sole. La risposta è stata: lo farei subito, se potessi! Da parte mia è seguito un lungo silenzio.

 

Sarà che vivo nel nord dell’Inghilterra, dove una giornata di sole va assaporata e apprezzata come un tesoro; sarà che quando vivevo in Italia mi lamentavo sì del troppo caldo, ma mai del troppo sole.

 

Il grigio onnipresente fuori dalle finestre trasforma ogni giornata in una lenta, esasperata agonia. La mattina alla pausa guardiamo fuori e sospiriamo, concordi di come un clima del genere, alla lunga, non possa non metterti addosso la depressione.

Per intenderci, ecco cosa vediamo mentre sorseggiamo il caffè:

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Sigh…

Ci tengo a precisare che i commenti sul clima vengono fatti sia da noi stranieri che dagli inglesi. Anzi, gli inglesi sono i primi che, alla vista di una giornata di sole, tirano fuori dall’armadio infradito, short e canottiere con strilli di giubilo. Questo anche se fuori ci sono cinque gradi.

 

I Beatles sono alcuni tra gli artisti inglesi di vecchia data che nominano spesso il sole, nelle loro canzoni:
“Sitting in an English garden waiting for the sun, if the sun don’t come you’ll get a tan by standing in the English rain” (I am the Walrus, 1967)
“The sun is up, the skies are blue” (Dear Prudence, 1968)
“Sun, sun, sun, here it comes!” (Here comes the sun, 1969)
Hanno perfino dedicato un’intera canzone agli effetti benefici del sole, Good Day Sunshine:

Good day sunshine, I need to laugh and when the sun is out, I’ve got something I can laugh about, and I feel good in a special way, I’m in love and it’s a sunny day”

 

Ci siamo capiti, insomma.
Vivere nel Paese della pioggia è un bene. Fa apprezzare di più le rare giornate di sole e sentire una mancanza viscerale per qualcosa a cui prima si era abituati. E poi fa anche capire perché, in qualunque discorso, a un certo punto si finisca sempre per infilarci il clima e perché siano gli inglesi i primi a tirarlo in ballo. Aivoglia a cercare di convincerti di esserci nato e cresciuto, sotto la pioggia: non funziona.

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Il punto è che la differenza abissale tra l’umore nelle giornate di pioggia e quello delle giornate di sole la notiamo, qua, eccome. La mattina apri le tende, vedi il sole e di colpo ti senti cento volte più leggera. Il blu terso del cielo sopra i tetti spioventi delle villette e le gazze che ci zampettano sopra contente funziona meglio di qualunque rimedio, naturale o chimico, si possa prendere per riscuotersi dal winter mood che ci assale specie, appunto, nei sette, otto mesi di inverno che abbiamo qui.

 

E’ un malessere talmente diffuso che perfino il National Health Service inglese lo considera una forma leggera di depressione e gli ha dato il nome di Seasonal Affetive Disorder, o SAD, “triste”. In fondo, in inverno si hanno a malapena 6 ore di luce e, se c’è bufera (come spesso succede), non si hanno neppure quelle. Quando l’inverno ci si mette d’impegno, per settimane viviamo in una penombra continua. E non ci scordiamo del vento, una delle grandi costanti di questa zona. Un mese di fila di pioggia battente con raffiche a 50 all’ora e ti cominci a chiedere se non valga la pena andare a fare la fame in qualunque altro posto del mondo in cui ci sia invece un mese di sole di fila.

Spero perdonerete quindi se, dopo essere arrivata in ufficio con le ranocchie che saltavano fuori dalle scarpe, l’ombrello sradicato e i capelli che parevano un gatto persiano uscito dalla lavatrice, davanti all’ennesimo post Facebook “ti odio sole, voglio la pioggia, la bufera, ma basta col sole!!!” mi è scappato un vaffanculo tra i denti.

Il criceto nel cervello di certa gente deve essersi messo in malattia da un pezzo.

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Manchester e la sua lotta per la (ri)conquista di un cuore verde cittadino

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“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” – Italo Calvino

Negli ultimi due mesi, con la questione della petizione sui Piccadilly Gardens, ho scoperto che io e i locali su Manchester la pensiamo allo stesso modo: ci sono troppo cemento e troppi palazzi, e troppi negozi e strutture che sembrano aborti, in questa città.

Le reazioni alla proposta del Council di “risistemare” i Gardens mantenendone il cemento ha scatenato l’ira ancestrale degli autoctoni i quali chiedono più verde, una piazza più bella, più sicura, insomma: un posto che dia un’immagine accogliente a chi esce dalla stazione e si addentra per le vie del centro. Vogliono che si smetta di dare un impatto negativo al visitatore che scende dal treno o dal bus e si ritrova davanti quella che hanno chiamato una “piscina all’aperto fatta di cemento e sozzeria”.

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Il che, paradossalmente, è esattamente l’effetto che mi fece Manchester quando la vidi per la prima volta sette anni fa.

Troppo cemento, troppi palazzi, troppo sporco, troppo grigio: la mia impressione generale della città non fu delle migliori, ne’ è cambiata per diversi anni. Però c’era lavoro, e oggi ci sono anche le amicizie e gli hobby e le abitudini e la casa a distanza di sicurezza dalla bolgia del centro, e la mia vita si è quindi adeguata a quegli aspetti uggiosi tipici della mia città d’adozione.

Ultimamente, grazie agli ultimi rifacimenti e alle nuove costruzioni, Manchester tuttavia sta finalmente prendendo forma. In certi quartieri non c’è rimasto niente della desolazione e del degrado che c’era fino a qualche anno fa.

Capiamoci: non sono proprio una city person. Se dovessi scegliere tra un appartamento in centro e una casa in mezzo al verde, andrei per la seconda. Non potrò mai trovare Manchester bella, così come non considero Londra una bella città. Parigi, Roma, Venezia sono belle città. Le due metropoli inglesi sono solo… metropoli. Ma Londra, almeno, ha i suoi angoli. Offre alle milioni di persone che ogni giorno vi transitano, sudano, sgobbano e si affannano per le sue strade dei posti in cui rifugiarsi, anche se a un prezzo vergognoso in termini di costi, condizioni di vita, di lavoro, di tutto. Forse, però, è proprio per quello che può offrire molto di più della sua rivale del nord: nella capitale i soldi girano di brutto. Per avere le medesime condizioni anche a Manchester dovremmo triplicare il costo della vita, e credo che nessuno di noi tax payer sia poi tanto d’accordo. Che è, poi, l’obiezione fatta dallo stesso Council.
La direzione da loro intrapresa negli ultimi due anni per la riqualificazione del centro di Manchester, però, ci piace, e se accettassero finalmente di buttare giù quel muro di Berlino, togliere quella stazione degli autobus striminzita, smettere di aprire l’ennesima serie di bar e ristoranti tutti uguali e ridare alla città un polmone verde epurato dalla feccia sarebbe anche meglio.

A queste accuse il Council si difende dicendo: siamo realisti, i Gardens non potranno mai tornare com’erano negli Anni ’60, i tempi sono cambiati, quale altra metropoli ha giardini in fiore in mezzo al cemento del centro?
Londra, per l’appunto.
Edimburgo.
Glasgow.
Perfino Newcastle.

Siamo onesti: il contrasto tra Piccadilly Gardens ieri e oggi è scioccante, e poco c’entrano l’evoluzione, il traffico, i negozi. Piccadilly Gardens è stata deturpata, privata di quell’aura idilliaca che aveva fino a quaranta anni fa e che i cittadini più radicati ancora ricordano:

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Servivano quattromila firme affinché la petizione potesse venire presa in considerazione. Nelle prime due settimane ne hanno raccolte più di 15mila eppure al Comune ancora insistono nel non ascoltare la voce di chi in città ci vive.

Quando abitavo in centro, attraversare quella piazza nei pomeriggi d’inverno certe volte diventava un’esperienza interessante. Dopo 8 ore di fuoco in ufficio e una nel bus della speranza, schiacciate in mezzo ad altri disperati, bagnate fino all’osso, l’ultima cosa di cui io e le colleghe avevamo bisogno era di incappare nello spostato di turno.

Ma, ehi, ragazzi, non disperate: forse non avremo il nostro cuore verde alla fine di Market Street, ma ci sono ottime speranze che tra una decade o due Manchester non abbia più niente da invidiare alla capitale. Ci sono tanti di quei grattacieli in attesa di venire tirati su che non distingueremo più Peter Square da Aldgate, e avremo uffici e case per tutti. Per chi, esattamente, al momento non lo sa neppure il Council. Ma intanto li costruiscono lo stesso. E noi, a quel punto, dovremo andare fuori città anche solo per vedere il cielo.

“Le innaturali concentrazioni metropolitane non colmano alcun vuoto, anzi lo accentuano. L’uomo che vive in gabbie di cemento, in affollatissime arnie, in asfittiche caserme è un uomo condannato alla solitudine” – Eugenio Montale

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Il “Gardens Wall” rinominato “Berlin Wall”