Manchester, 22.5.17

Due sere fa ero a cena a casa di amici e dal balcone guardavamo la sagoma scura dell’Arena dormiente. Abbiamo letto i nomi dei Take That sulla gigantografia e detto scherzando tra noi che i Take That sì, OK, ma senza Cheeky Robbie che concerto dei TT è?

Tornando a casa ci siamo salutati davanti a quelle scale sulle quali dodici ore fa si è scatenato il caos.

Guardando la stazione deserta e le strade silenziose intorno e il pinnacolo semi-illuminato della cattedrale sullo sfondo, per un attimo ieri e oggi si sono fusi nei miei ricordi, fermando il tempo.

Ho rivisto la Manchester Victoria come era prima dell’opera di lifting, che l’ha vista trasformare da stazione derelitta a moderno centro di interscambio. Ho ricordato la volta in cui mi persi nell’atrio di quello che, per noi old expats, resterà sempre il M.E.N. Arena, pensando fosse l’ingresso dell’ufficio informazioni (succede, succede). E poi ho rivisto quei tetti così come li vedevo dal mio vecchio appartamento, con la torre di Strangeways da una parte e la sagoma a panettone del palazzo della Cooperative dall’altra.

Manchester è caotica, piovosa (un fatto che qualunque scrittore locale non mancherà di ripetere nei propri libri almeno 20 volte), soffocata dai palazzi (quanti nuovi grattacieli avremo, entro il 2020?) e sporca (grazie all’educazione dei suoi visitatori), ma sa essere anche affascinante e l’altro ieri sera, coi suoi marciapiedi asciutti e deserti, il silenzio e l’aria mite, lo era. L’ho odiata per tanti motivi, all’inizio, ma mi ci sono anche affezionata, perché è piena di gente che vive di sussidi a spese nostre e punta il dito contro gli “sporchi immigrati europei”, ma è anche piena di persone che il dito lo puntano sui loro concittadini parassiti chiamandoli a shame, persone che ti danno supporto, amicizia e anche di più; perché è una città dalle mille contraddizioni (la moda del diventare barboni e passare le notti al gelo nonostante i centri accoglienza, parliamone!), ma anche dall’identità molto forte e con una storia unica; perché è stata la città inglese con una delle prime comunità italiane, duecento anni fa, un esodo la cui storia è a tutt’oggi visibile ad Ancoats e ricordata durante gli eventi organizzati dalle varie società locali.

Stavo uscendo di casa, stamattina, quando le mille notifiche sul telefono mi hanno sbattuto in faccia la notizia.

Vivendo lontana dal centro non mi sono accorta del macello che stava succedendo venti chilometri più in là, ieri sera. Mi sono fatta le mie beate otto ore di sonno, ignara. La mia prima reazione al leggere la BBC stamattina è stata di diniego: va bene che la Met ci diceva da secoli che eravamo in red alert e che un attacco era highly probable, ma queste cose succedono nella capitale, non a Manchester, no?

Alla fine mi sono decisa a prendere il telefono e chiedere ai miei amici, quelli da cui ero stata a cena domenica sera, se stavano bene. Domanda cretina, visto che siamo tutti troppo vecchi per andare a un concerto di Ariana Grande. Sono i ragazzini che vanno a sentirla e i bambini accompagnati dai genitori. Sono loro il target ideale, perfetto per scuotere le coscienze e ricordarci di dover vivere in perenne allerta. In che mondo di merda stiamo facendo nascere i nostri figli, gente!

In inglese c’è una parola, scum, che sembra azzeccata per indicare persone del genere. Un singolo uomo un giorno si sveglia e decide di farsi saltare in aria in un posto pieno di minorenni, così come il “fratello” londinese una mattina si è alzato e ha deciso di salire sul marciapiede di Westminster e togliere la vita a persone la cui unica colpa era – nella sua testa – quella di appartenere al popolo d’infedeli.

E’ a questo che siamo arrivati oggi. Non più membri “ufficiali” del gruppo, bensì adepti, imitatori, gente disturbata che prende spunto e reitera o inventa nuovi modi per uccidere il prossimo con l’obiettivo di non farci più sentire sicuri in casa nostra, di farci aver paura a camminare per strada, andare a un concerto, ai mercati di Natale.

L’obiettivo odierno, prima ancora del fare quante più vittime possibile, è soprattutto come e dove far succedere l’ennesimo attacco. Più imprevedibile è il posto, più grande sarà lo shock dei sopravvissuti.

Non capivo allora come non capisco oggi slogan del tipo “I am not afraid”, perché non sono veri. Non ci facciamo chiudere in casa da colpi bastardi come quello di ieri sera, certo, ma paura ne abbiamo, non ci prendiamo in giro. E’ parte di noi, sottile e sopita la maggior parte del tempo, ma presente, a ricordarci che leggeremo di nuovo notizie come questa, anche se non sappiamo quando o da dove arriveranno.

Se l’obiettivo è di farci odiare gli uni con gli altri, renderci intolleranti al punto da cominciare a farci fuori gli uni con gli altri, non lo otterranno. Quello che non hanno ancora capito degli inglesi (e gli italiani non sono troppo diversi) è che è proprio in situazioni come questa che si fanno compatti. La loro resilienza e la loro forza li porta a lavorare spalla a spalla con quelle stesse comunita’ che tali attacchi subdoli e immorali stanno cercando di farci detestare. La gente ha aperto la porta di casa agli sfollati dell’Arena, i tassisti li hanno riportati a casa gratis, i cittadini sono scesi in strada ad aiutare i soccorsi: Manchester è diventata una sola forza motrice che si è messa all’opera per fronteggiare al meglio le conseguenze portate dalla follia di un singolo.

You won’t get it, non ci riuscirete. Ecco lo slogan che dovremmo usare. E speriamo che i ragazzini che ancora mancano all’appello siano al sicuro in qualche casa o in qualche hotel, in attesa solo di essere trovati.

 

Lettrice nel Paese delle Meraviglie

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Sono una compratrice (e lettrice) di libri compulsiva.

Nei miei primi tre anni nello UK, aiutata dalle svendite ridicole di Amazon e The Works, sono arrivata a comprarne più di 100. Compravo di tutto e davo via quelli che non mi erano piaciuti.

Nonostante questo, sette anni e mezzo – e qualcosa tipo 200 libri – dopo mi sono dovuta fermare: possiedo più libri ed e-book di quanti potrò mai leggerne in una vita intera. E, soprattutto, ho finito lo spazio.
Ho pile di libri sotto il letto, sotto il divano, nello studio, in sala, nel disimpegno, in corridoio. Se avessi avuto una finestra in bagno, ne avrei messi anche lì.

E questo se non vogliamo considerare i 200+ libri da me lasciati in Italia il giorno che mi sono trasferita in Inghilterra.

Dopo aver visto su Amazon l’ennesimo libro in sconto – e con forza di volontà erculea essermi imposta di non comprarlo – ho pensato di dare un’occhiata al portale “Manchester Libraries“. Perché sì, qua sono organizzati anche quando si parla di biblioteche. Tu metti sul loro portale il titolo che ti interessa e loro ti dicono in quale biblioteca trovarlo e quando rientra dal prestito se e’ fuori. Se non è disponibile nella biblioteca a te più vicina, in 2-3 giorni te ce lo fanno trovare.
J’adore!!!

Così niente, ho vinto la mia antica diffidenza (per non dire repulsione) verso l’idea di leggere libri usati da estranei (se avete visto cosa ci fa la gente in treno sapete di cosa parlo) e sono andata a prendermi il titolo che mi interessava – per la cronaca, The Ice Twins della Tremayne, che raccomando, Chiara ne ha scritta la recensione qui.

Varcate le porte della biblioteca mi sono sentita come Alice nel Paese delle Meraviglie, come Pinocchio in quello dei balocchi, come un Griffindoro in gita nel negozio di Fred e George ad Hogsmeade, come – insomma, ci siamo capiti.

Sono entrata per prendere un libro e sono uscita con tre, e ne ho presi solo 3 perché ho solo 3 settimane di tempo per leggerli – salvo estensioni. Ero talmente over the moon da non essermi accorta di aver messo nella pila un libro che a casa avevo già. Cose che capitano.

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Ci tornerò questo weekend a dare un’occhiata agli audiobook.
Con quanti tomi rientrerò a casa? Si accettano scommesse.

A ogni modo non so voi, ma a me un giorno piacerebbe avere una stanza così:

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