La cura miracolosa

confused

Chi vive in Inghilterra lo sa: se il tuo medico ti azzecca la cura, c’è da andarsi a bruciare lo stipendio al pub per festeggiare.
Ne ho scritto diverse volte per questioni più serie (qui, qui e qui), poi è arrivato il giorno in cui non sono riusciti a curarmi nemmeno una faringite, e a quel punto io ho alzato bandiera bianca.
Ma non prima di scioccare l’ignaro farmacista milanese…

“Buongiorno, ho una faringite virale…” esordisco, raggiungendolo al banco.
“Virale, eh? Mmmh…” fa il farmacista.
“Sì. Va avanti da una settimana. Nell’ordine ho avuto mal di gola/febbre a 38/raffreddore/tosse/mal di gola un’altra volta… mi aiuti, la prego!!!”
“La tosse le torna di notte, quando si stende?”
“Sì.”
“E non riesce a dormire.”
“No.”
“Sta prendendo qualcosa?”
“Sì.”
“E non sta funzionando.”
“Ecco perchè sono qui.”
“Che ha preso finora?”
“Lo sciroppo, ma non funiziona.” Tiro fuori il concentrato di glucosio marcato Boots, dove da qualche parte sulla scatola scrivono anche ‘sciroppo’. “Questo qua.”
“Ah… già la marca la dice tutta, guardi… Boots… ce la vogliono far vendere anche qui, lasciamo perdere…” Il farmacista legge i principi attivi sulla scatola. Me la ridà. “Praticamente c’è tutto, tranne lo sciroppo. Ha preso altro?”
“2 di queste due volte al giorno.”
“1200mg di ibuorofene??? Ma chi gliel’ha data questa cura?”
Ma come? L’Ibuprofene è il rimedio a tutti i mali, perchè mi si sciocca così, signor farmacista?
“Me l’ha data il mio medico inglese!”
“Guardi, si possono dire tante cose buone sull’Inghilterra, ma i medici e la sanità fanno proprio schifo… 1200mg di ibuprofene…. ma quello le brucia lo stomaco in una fiammata!”

Ecco. Lo vada a spiegare agli inglesi, signor farmacista. Ma mi creda, sir, gli inglesi sarebbero d’accordo con lei. L’NHS (il sistema sanitario inglese – NdA) è il terzo topic di conversazione d’ufficio preferito, dopo il meteo e il calcio.
Alla fine a mandarmi via la faringite è stato uno sciroppo imbevibile italiano. E senza zuccheri aggiunti. Se non fossi capitata sul suolo italico, probabilmente avrei continuato a passare le notti in bianco fino a Natale.
Dio salvi la Regina, perchè se aspettiamo che ci pensi il suo GP…

Valigia in stiva, passaporto in mano, Italia nel cuore

Businesswoman with suitcase in airport

 

La sensazione che si prova in aeroporto nel momento in cui focalizzi che stai per lasciare di nuovo il tuo paese è qualcosa che ti dilania lo stomaco. È un punteruolo che ti ci si ficca dentro, si spalanca in mille spuntoni e gira, lasciandoti lì a tentare di governare il groppo in gola.

Bastarda come solo lei sa esserlo, ogni volta che ti prepari a dirle addio l’Italia ti saluta con uno splendido sole, aria tiepida e un cielo cobalto come solo da lei in inverno si può trovare. Passi i tuoi ultimi minuti in attesa del taxi a respirare gli odori (la brezza fresca che si muove nel calore dei raggi solari e risveglia quel misto leggero di asfalto e terra ed erba), memorizzare i dettagli (le crepe nel muretto del parcheggio e i mattoncini del vialetto tutti sfasati e i segnali stradali sempre troppo vecchi, troppo stanchi, troppo arrugginiti), registrarne i rumori (il rombare aggressivo del traffico che riparte al semaforo, il battere del filtro del caffè per staccare i fondi, due colleghi che si salutano per la pausa pranzo).

L’aria puzza di smog, in una città come Milano, eppure quello smog è parte del quadro, del casino. Perché senza la puzza di smog ciò che hai intorno non sembrerebbe vero. Perché essa lo caratterizza tanto quanto il dang-dang del tram in transito e l’arrancare dell’anziana col carrellino sulle strisce pedonali.

Mentre mi preparo a lasciare la mia postazione al sole per raggiungere gli altri schiavi in coda al check-in della nave volante che ci riporterà in Inghilterra in catene, mi prendo ogni raggio di sole che posso, a occhi chiusi, e ricordo il profumo tutto suo che ha l’aria del mio Paese fuori dalle mura di Malpensa. Ne godo fino all’ultimo secondo, perché non so quando rivedrò il sole e se durerà e se non ci sarà vento a novanta all’ora e se avrò modo di godermelo in qualche meraviglioso villaggio degli Yorkshire Dales e non da dietro le finestre di casa mia a Manchester, chiusa li’ per scappare da un weekend sovrappieno come al solito, intrappolata come una tigre in gabbia per colpa di previsioni sempre inaffidabili che avevano dato pioggia per l’ennesimo weekend di fila.

Vivo in quella che, dicono, è la città più piovosa d’Inghilterra – e tra le più piovose di tutto lo UK. Dovrei ormai averlo capito. Dovrei ormai averlo accettato. Forse ci sarei riuscita se fossi nata e cresciuta in una realtà in cui il sole è un miracolo di Dio ancor più che in Italia. Tuttavia, non sono nata in un Paese della pioggia. Sono nata nella Terra del Sole. Sono cresciuta con la fortuna di avere un appuntamento fisso col mare dodici mesi l’anno. Chiedermi di accettare le limitazioni climatiche di Manchester sarebbe un’offesa contro il mio Paese e un rinnegare le qualità che di esso più ci mancano, a noi expats. Perché si’, ci mancano talmente che di nostalgia in certi giorni c’è da creparci. Ci manca l’Italia. Pur con tutti i suoi problemi. Un genitore imperfetto resta pur sempre un genitore. Ci si può arrabbiare davanti alle sue imperfezioni, ma non si cesserà di amarlo. O di sentire un pugnale nel petto ogni volta in cui lo si saluta e gli si dice: ci vediamo tra sei mesi. Od otto. O un anno. A seconda dei voli che si riescono a trovare. L’evoluta Manchester, infatti, quando si tratta di collegamenti con l’Italia prende e si mette seduta a braccia incrociate. Chi ci vive sa di cosa parlo.

Mentre si aspetta che annuncino il gate dal quale partirà questo o quel volo si è tutti lì, seduti su poltrone diverse nella stessa sala d’attesa, con pensieri diversi e mete diverse nella mente, gran parte di noi diretti in qualche posto lontano da casa. E alla fine ti rendi conto che la sala d’attesa di un aeroporto non è che una metafora della nostra vita. Abbiamo i mezzi per spostarci, siamo noi a dover scegliere dove andare. O se restare.