11 anime

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11 anime sono quelle che, in un sabato di agosto come tanti altri, si sono messe in macchina, o sono state messe in macchina su un seggiolino o un rialzo, per andare da qualche parte.
11 anime sono quelle che, insieme ad altri sconosciuti in altre macchine, erano in coda su quella statale uguale a tutte le altre.
11 anime sono quelle che, un attimo prima di non vedere più nulla, hanno visto aprirsi in cielo una palla di fuoco.
Poi è arrivata la fine.

È una giornata limpida e calda, nel West Sussex, con quel cielo di un blu puro e senza una nuvola che non lascia scampo al sole, che chiama la gente verso il mare, verso Shoreham-by-Sea, verso Brighton, verso Worthing. La A27, l’arteria che collega Portsmouth a Eastbourne, tagliando il Sussex da sinistra a destra, è un luccicare di macchine, moto, camper, qualche tir.
Sui sedili posteriori delle auto si agitano i bambini, che già pensano a cosa costruiranno sulla battigia non appena ci sarà la bassa marea. Nei cottage delle campagne intorno, le nonne infornano la apple crumble del dessert mentre i nonni cominciano ad accendere il fuoco per il barbeque, perché qualche figlio, qualche nipote quel fine settimana ha deciso di non andare al mare o di non restare confinato nel cemento della grande città e ha preferito andarli a trovare.

Nei campi a nord della A27 qualche amatore filma quell’aereo dello Shoreham Airshow che sta puntando al cielo per crearsi lo spazio e girare su se stesso due volte. Punta al cielo, al sole, e l’obiettivo del cellulare ne rimane per un istante abbagliato.
Quell’aereo non completerà mai il secondo giro della morte. Ed essa arriverà addosso a quelle macchine in transito sulla statale sotto forma di ondata di fuoco e di metallo. Il sabato di quelle 11 persone si conclude lì, su quel tratto di strada, e non ci saranno più castelli di sabbia, né attese della marea o abbracci dei nonni, e l’arrosto nei piatti si farà sempre più freddo, mentre da una casa all’altra la notizia corre sui fili del telefono.

Poteva esserci chiunque, su quella statale. Così come avrebbe potuto essere vuota, o le macchine transitare a una velocità tale che l’impatto ne avrebbe coinvolta solo una, o nessuna. E quell’aereo poteva schiantarsi cento metri più in là, e tutto ciò che a quella gente, a quelle famiglie, sarebbe arrivato addosso sarebbe stata una ventata di aria bollente, forse i residui dei finestrini in frantumi. In fondo, cosa sono cento metri per un mezzo che viaggia a quella velocità? Sono mezzo secondo di differenza, un mezzo colpo di flap. Ma non c’è stato quel mezzo secondo, né quel mezzo colpo di flap. C’è stata solo quella statale e la coda di macchine e un gruppo di 11 estranei che si ritrovano oggi insieme nelle colonne di articoli che parlano della tragedia. E i sorrisi di quei ragazzi, gli unici finora identificati, resteranno congelati nel tempo e nella memoria di chi non li conosceva, di chi non sa cosa ci fosse oltre quei sorrisi, quel qualcosa che, oggi, divora il cuore e la mente di chi non ha potuto salutarli, di chi non sapeva, di chi aveva preparato un piatto anche per loro, senza sapere che quel posto a tavola da quel giorno sarebbe rimasto vuoto.

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Torno a casa dopo una piacevole serata con alcune amiche.
A 50 metri dall’ultima svolta il bus davanti a me si ferma e mette le frecce di posizione. Una macchina della polizia ci supera e si infila nella traversa che dovrei imboccare io. Poi ne arriva un’altra. Intanto i minuti di sosta sono diventati 20. Faccio inversione. Arrivo a casa passando da un’altra strada, in tempo per vedere due ambulanze uscire dal mio cortile. Cortile che stasera è parecchio affollato. 3 camionette della polizia, due volanti, un elicottero che se ne sta andando. Ah, e il cordone bianco e blu che sigilla una metà delle macchine parcheggiate.

Sul portone affianco al mio è in corso una riunione di condominio in notturna. I vicini confabulano, al mio “what happened??” mi tirano dentro con fare circospetto.
“Vieni qui, ché loro non vogliono che ne parliamo troppo!”.
Loro sono gli agenti che girano tra le macchine, che scrutano la mia, appena arrivata e col motore ancora caldo.
Una vicina si infila di corsa dietro di me.
“Sono scappata! Mi vogliono interrogare, ma io me ne tiro fuori, ho detto che non so niente!”
Ma che è stato, un regolamento di conti?
E io che avevo lasciato il cuore pulsante della City per andarmene a vivere in periferia in un quartiere di famigliole!
Alla faccia.
“C’è stato un pestaggio”, mi aggiorna un vicino. “Due tizi se le sono date di brutto nel nostro parcheggio, uno ha staccato l’orecchio a morsi all’altro, là per terra c’è tutto sangue…”
Il curry della cena mi fa una piroetta nello stomaco.
“Orribile, veramente tremendo!”, lo appoggia scioccata la vicina fuggitiva.
“E l’occhio di quell’altro dopo che lui gli ha fracasssato la testa contro lo specchietto? Lo avete visto?” fa un’altra.
“Sì. Il mio specchio”, precisa tranquillo un mio coetaneo. “È venuto giù, ma per fortuna la fiancata è stata risparmiata, dovrò solo darle una lavata, è diventata porpora.”
Il curry preme.
Annuisco a labbra serrate e intanto mi immagino la stessa scena, ma in un cortile italiano.
Io gli spacco il culo, a quello stronzo, lo specchietto vedi dove glielo faccio arrivare!
Dio benedica la compostezza inglese.
“Oddio l’occhio… gli è venuto via, lo avete visto quando lo hanno portato via, se lo reggeva con la mano!”
Ok, il tikka masala si arrende, gente.
“Credo che me ne andrò a dormire” dico, col sapore del curry già su per la gola.
Loro mi salutano e mi danno la buonanotte in una profusione di “sleep tight… if you can!”.
Simpatici.
“Tranquilla, tesoro, qui non era mai successo niente, prima, te lo assicuro!” aggiunge poi una di loro, materna.
Che non fosse mai successo niente non ne dubito, signora. Ma poi sono arrivata io, e hai visto che culo?

Guardo l’orologio e penso che dovrei essere a letto da almeno un’ora. Poi sento la polizia suonare ai citofoni per farci le ultime domande di rito e capisco che sarà una nottata lunga.