Lentamente muore

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Giornata di pioggia fine e insistente, una di quelle giornate in cui regna una penombra costante.
Le ore in ufficio passano ritmate dallo sciabordio delle gomme delle macchine sull’asfalto inzuppato e dagli schiaffi dell’acqua sui vetri. Fuori dalle finestre la visibilità si ferma a poche decine di metri, con gli edifici intorno soffocati dalla nebbia, gli alberi dei punti scuri tra un edificio e l’altro.

Passo il mio tempo divisa tra un caos di sensazioni diverse nello stomaco e una inbox impazzita grazie a un’assenza per malattia che sa di assurdo, e intanto non smetto di pensare a una poesia in particolare.
Lentamente muore.
Di Neruda o della Medeiros? Non si è ancora capito, e non importa. Resta bella comunque.
Me la rileggo per la centesima volta, e penso che lentamente muore non solo chi si lascia vivere, anziché vivere. Muore lentamente anche chi si è tirato su troppe volte dopo essere stato sbattuto a terra, chi è stato pugnalato due volte nello stesso punto, proprio quando la prima ferita stava cominciando a guarire. Lentamente muore chi cammina da solo, chi ogni giorno si sveglia con la mente priva di piani per le ore a seguire, di aspettative.
Lentamente muore chi non ha qualcuno che gli tenda la mano per rialzarsi quando cade, con cui camminare insieme, con cui condividere le lacrime, le gioie, i successi e i dolori. Lentamente muore chi vive in una bolla fatta di solitudine, col niente ad aspettarlo fuori dalla porta di casa, in una gabbia costruita con sbarre pregne di rimorso.

In giornate come oggi, in cui il bruciore di ricordi recenti sembra voler fare di tutto per trascinare anche me in una spirale fatta di cordoglio, l’abbraccio stretto di chi ha tenuto insieme i miei pezzi e asciugato le mie lacrime, di chi mi è stato affianco e mi ha teso a sua volta la mano, in restituzione del tempo in cui sono stata io a tendere la mia, è la luce che debella l’oscurità cupa del rifiuto, che ridà colore a una giornata di pioggia, e che riscalda un cuore chiuso in una corazza fatta di spine.

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Lentamente muore

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

Something stupid

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“In che epoca ti sarebbe piaciuto vivere?”
Se una domanda del genere fosse stata fatta a me, probabilmente il mio primo pensiero sarebbe stato: “ecco, questo è il momento in cui rischio di dire qualcosa di stupido, anzi. In cui è SICURO che dirò qualcosa di stupido.”
Perché, capiamoci, non è una domanda che qualcuno ti ha posto davanti a un caffè al tavolino del bar. È una domanda che ti è stata fatta in TV, con centinaia di migliaia di persone che stanno lì, a fissare lo schermo in attesa della tua risposta, e tra quelle centinaia di migliaia di persone ci sono anche la nonna, la zia, la vicina di casa, la cugina del marito della fruttivendola. Voglio dire, è una responsabilità bella grossa. Da quello che uscirà dalla tua bocca dipendono la reputazione del palazzo, del quartiere e dell’intera provincia da cui vieni. E tu hai solo 18 anni, ‘cazzo ne vuoi sapere di quello che è successo prima del 1997? Così’ spari un numero a caso, un numero che ti ispira, che ti dà fiducia. L’età di tua mamma, ma sì, facciamo l’età di mamma, dài! E così rispondi: il ’42, scelgo il 1942, signori, accendiamola!

Scende un silenzio tombale. Dura una frazione di secondo, ma in quella frazione di secondo nella tua testa si accalcano tutti i pensieri messi su in 216 mesi di vita.
“Perché ho scelto il ’42?”, ti chiedi.
“Ma perché è l’età della mamma, sciocchina, ricordi?”, ti rispondi.
“Ah, è vero!!! Ma non posso mica dire a questi signori che l’ho scelto per quello, loro si aspettano che io dica qualcosa di intelligente!”, aggiungi.
E così a quel punto la tua bocca se ne esce con un: avrei voluto nascere nel 1942, al tempo della guerra, tanto io sono donna e sarei stata a casa!
Il silenzio tombale si allarga, si estende, travolge Claudio Amendola, la platea e getta un’ombra di sconforto su un intero Paese. Stiamo parlando di una delle finaliste di Miss Italia 2015, infatti, mica di un esponente di qualche partito alla guida dello stivale tricolore. E da Miss Italia, si sa, ci si aspetta sempre che bellezza e neuroni si combinino in un connubio da orgasmo cosmico.

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Io non condanno la signorina Alice Sabatini per la sua risposta infelice, no. Non so che cosa avrei risposto io a 18 anni. Non so che cosa avrei risposto se avessi avuto quell’obiettivo puntato addosso, con la consapevolezza di starmi giocando la finale del Concorso – con la C maiuscola.
Se me ne fossi uscita pure io con il 1942, però, penso che avrei dato una motivazione diversa alla mia scelta. E se un giorno avremo mai una macchina del tempo, qualcuno dovrebbe ricordarsi della signorina Sabatini, prenderla e portarcela, nel 1942, al fine di farle vivere di persona quella guerra che lei lamenta di aver studiato solo su pagine e pagine di libri, a scuola. Farle vedere come vennero ridotte le nostre città, in che condizioni viveva la gente che le popolava, con le vie che oggi conosciamo ridotte in frantumi, con macerie sempre più alte a seppellire i ricordi di parenti, amici, vicini di casa. Farle percepire sulla sua pelle il brivido di terrore all’udire quella sirena, al vedere quegli aerei apparire sopra la linea dell’orizzonte, sopra un mare calmo al di qua del quale in pochi minuti si sarebbe scatenato l’inferno. Farle provare la paura folle, di quelle che annebbiano i sensi e la mente, all’udire quei boati sconquassarle le budella mentre siede con altre persone, alcune conosciute, altre estranee, in qualche cantina, in qualche anfratto al buio, e la terra sotto e sopra di lei sussulta in un gemito sordo che urla in quel tremore contro ciò che è appena andato perso con l’ennesima bomba, chi è appena stato cancellato sotto una ventata di fuoco, chi ne è sopravvissuto e come. Farle vedere con i suoi occhi quello che tre generazioni prima di noi videro con i loro, riemergendo da quei rifugi di fortuna. Le loro case scomparse, le loro vie ridotte a montagne di macerie impossibili da spostare. E i volti dei loro cari intrappolati tra quei mattoni, alcuni di loro cancellati dall’impatto violento dell’ignoranza dell’uomo. Farle vedere, o sentir parlare di deportazioni, di pulizia etnica anche nel suo Paese, nella nostra bella Italia, di omicidi di massa, di gente chiusa in case date alle fiamme o in cimiteri da cui erano partite raffiche di mitra che in un battito di ciglia aveva chiuso il capitolo su quei nomi e quei volti.
Forse, a quel punto, la signorina Sabatini sarebbe riuscita finalmente a spiegarsi il vuoto che ogni tanto vede transitare negli occhi del nonno, la micro incrinatura che appare agli angoli della sua bocca ogni volta in cui quel 1942 in cui lei vorrebbe andare a vivere viene menzionato insieme agli anni che lo hanno preceduto e seguito.

Io non so che cosa avrei risposto se mi fossi trovata al posto di Alice su quel palco, con quella telecamera e gli occhi degli italiani puntati addosso. Forse qualcosa di stupido e frivolo, tipo il 1961, per andare al Cavern ad ascoltare uno dei primi concerti dei Beatles, o forse no, perché a 18 anni ascoltavo ancora musica di merda e i Beatles per me erano solo Lady Madonna e Let it Be. A 18 anni i miei interessi erano piuttosto limitati perché, diciamocelo, 18 anni sono un po’ pochi per avere una conoscenza del mondo sufficiente a fare discorsi di senso compiuto su come questo funziona. Sono pochi, ma abbastanza da conoscere la storia. Cazzo, a 18 anni la si è studiata per almeno 12, qualcosa lo si dovrebbe sapere. O no?
No.
Ma, alla fin fine, Miss Italia deve essere bella. Non vorremmo disilludere la gente compromettendo anche questo cliché. E, soprattutto, non deve essere neppure abbastanza vecchia da avere quel minimo di esperienza che le permetta di ricoprire con decenza il suo ruolo di ambasciatrice della bellezza italica nel mondo. Le vecchie ciabatte non servono, su quel palco. Le vecchie ciabatte lasciamole dove sono. Dietro a una scrivania, in un laboratorio o in qualche ufficio in cui si fa qualcosa di utile alla comunità, coi capelli chiusi in una pinza, il trucco sfatto e gli occhi stanchi, senza telecamere a riprendere il loro sfacelo, quello sfacelo che le rende belle, perché alla fin fine loro sono solo quelle che, sotto sotto, aiutano a far muovere il motore del Paese. Ma loro sono nascoste, non sono importanti, la gente con loro non si intrattiene davanti alla TV la sera. Non viene trasportata in qualche posto in cui possa spegnere il cervello e rilassarsi quelle due ore.
Nel 1942, magari.