In un’altra vita

La solitudine è un male che non si può augurare a nessuno.
È un cancro capace di colpire chiunque, anche quando si è circondati dalle persone. Si può essere in mezzo a una piazza piena, eppure riuscire ancora a sentirsi come se si fosse gli unici a occuparla. Ed è il terrore di provarlo, quell’affanno che ti arriccia la pelle e ti strozza il respiro, a portare alla corsa verso un rimedio preventivo, verso la ricerca di qualcuno che possa bloccare quel vuoto ora e subito, prima che si ingrandisca, prima che si finisca per venirne inghiottiti.

Chi ha attraversato quel varco e in quel limbo ci è vissuto, non si mette a correre. Non si angoscia all’idea di dover trovare qualcuno con cui tapparlo ora e subito. Non ha bisogno di convincersi ogni giorno di aver fatto la scelta giusta, tappandolo con la prima occasione che gli si è presentata. Chi la solitudine l’ha vissuta, non la teme.

Chi la solitudine l’ha vissuta è più forte di quelli che sono corsi al discount della compagnia, perché quello che ha passato è la garanzia che non scenderà più a compromessi su nulla. Le amicizie verranno selezionate e coltivate con scrupolo, epurandole dai rami morti. In amore non basterà il falso miele di una gatta morta o le parole da manuale messe insieme da un individuo che s’è fatto i suoi compiti a casa, no. Non ci si attaccherà al primo che passa pur di non restare soli perché non è lo star soli che spaventa. Ci si è già passati e se ne è usciti a testa alta.

A spaventare è la prospettiva di una scelta sbagliata che condizioni il resto della vita, traslando il vuoto da cui si è voluti fuggire in un presente che è una prigione fatta di pareti tirate su dalla propria fretta, mentre negli occhi vibra un guizzo sempre più spento che sbircia a ieri, discreto, a chi si era, a come si stava, e che fa chiedere “e se…?”, mentre mani colpevoli buttano giù pensieri che evaporano nel nulla di quel vuoto che finora ci si era illusi di aver sconfitto.

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L’impossibile possibile

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Certe cose sono destinate a succedere.
Le chiamiamo impossibili, in certi casi. Eppure, eccole lì, che accadono.
Qualcuno le imputa al caso, qualcun altro al destino. A volte, però, forse dovremmo solo abbattere il muro dello scetticismo e abbassare la testa di fronte all’ammissione che si, forse è intervenuta una forza superiore, un’intelligenza al di là della nostra umana comprensione che ha reso il tutto possibile.

Ci ho messo due anni a scoprire l’esistenza di questo film, The Impossible. L’impossibile. Adesso che l’ho visto, avrei voluto non essermelo perso sul grande schermo, due anni fa.
The Impossible, film in cui una superba Naomi Watts regge la scena per i 2/3 della durata, è basato sulla storia vera della famiglia Alvarez, sopravvissuta allo tsunami che spazzò via le coste dell’Oceano Indiano il giorno di Santo Stefano del 2004.
Non starò a raccontarvi la trama. Se non lo avete visto, vi consiglio caldamente di farlo. Se lo avete visto, sapete già di cosa sto parlando e non starò qui a ripetervelo.

A colpirmi di questo film, che è poi la ragione per cui il regista ha scelto di trasporre sul grande schermo la storia degli Alvarez, è l’incredibile catena di coincidenze che ha portato questa famiglia ad uscire intera da una catastrofe naturale costata la vita a oltre 200mila persone. E, stando alle varie interviste rilasciate dalla signora Fernandez, il regista non si è preso nessuna concessione cinematografica: ha riportato gli eventi così come si sono svolti. E io, onestamente, avrei preferito non crederci. Avrei preferito credere che le scene in cui Naomi Watts viene presa, trascinata, sbattuta e girata come se fosse intrappolata in un’enorme lavatrice fossero il frutto di inquadrature ad effetto volte a rendere d’impatto la pellicola. Perché quell’acqua sporca, quei detriti, quella mancanza d’ossigeno dopo un po’ ce l’avevo addosso anch’io. Nella scena finale credo di essermi dimenticata proprio di respirare. E più guardavo quella donna venire afferrata, scaraventata contro pali, auto, detriti, rami e quant’altro possa accumularsi in un vortice che ha risucchiato e cancellato interi villaggi, più non riuscivo a capacitarmi di come ne possa essere uscita viva. Di come possa esserne uscita viva l’intera famiglia, inclusi i due figli piccoli, aggrappati a una palma che, a differenza delle altre, non è stata portata via dalla forza dell’acqua.

Forse è su questo che film del genere dovrebbero farci riflettere, sul messaggio che ci trasmette mostrandoci quella famiglia riunita e pronta a tornare a casa, incapace di credere di essere ancora tutti insieme quando migliaia di altre sono state distrutte. Riflettere sul fatto che i miracoli esistono, che noi vogliamo crederci o no, e che accadono per una ragione, anche se non sempre ci è dato modo di capire quale.
Chiamiamoli coincidenze, fortuna, caso: esistono.