Emozioni

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Ho imparato che si piange per tanti motivi.
Ho imparato che, per ciascun motivo, le lacrime versate avranno un sapore diverso.
Come la stessa ricetta provata in situazioni differenti, il sale delle lacrime diventerà più dolce o più amaro a seconda delle circostanze.

Si piange dopo un arrivederci in aeroporto, mentre il traffico sonnolento della notte sguscia lungo le corsie intorno al terminal, portandoti via da quel luogo fatto di attimi in cui vite diverse si sfiorano per il tempo di un bacio sulle guance.
Si piange per la riuscita di un esame, di un colloquio, o di una prova a cui si teneva, così come lo si fa quando si fallisce.
Si piange per una partenza a cui non seguirà nessun ritorno, anche quando lo si sa soltanto in una nicchia nascosta del cuore, da cui una consapevolezza sommessa bussa per allertare il tuo essere e prepararlo in anticipo al brusco risveglio che seguirà.
Si piange per una nascita, per la vita che ti viene messa tra le braccia in una sinfonia di strilli e un fiume di acqua salata solo di poco meno copioso del tuo.
Si piange per l’amarezza di un rifiuto, anche quando delicato, anche quando è valso il rischio.

Quando non si piange, ci si commuove.
Ci si commuove quando le emozioni sono indefinite e non abbastanza dirette da arrivare agli occhi.
Ci si commuove davanti ad un tramonto, a quella mescolanza di porpora e rosa e giallo abbaglianti, mentre il sole si adagia al di là delle colline e intorno vi sono silenzio e staticità.
Ci si commuove davanti al tondo perfetto e rigoglioso della luna in una sera d’ottobre, quando il cielo è indaco e i contorni del presente sono ancora distinguibili nella luce morente del giorno.
Ci si commuove alla comparsa di un muso peloso che aspetta compagnia al rientro da una giornata particolarmente difficile.
Ci si commuove di fronte alla felicità di qualcuno vicino, subito prima di far spazio a lacrime di sollievo.

Le emozioni sono ciò che ci rendono vivi. Sono tra le nostre qualità più belle, troppo spesso celate dietro un velo di pudore. Annichilite, forse, dalla paura di sembrare troppo umani.

Dica trentatré

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Una settimana fa sono entrata nel club del doppio 3.
Per una ragione che non mi sono mai presa la briga di chiarire con la sottoscritta, i numeri dispari nell’età mi hanno sempre fatto schifo.
Sarà perché sono nata in un mese e in un giorno pari, sarà perché le cose peggiori ma emotivamente costruttive mi sono successe negli anni pari, fatto sta che nel dire la mia età io di solito arrotondo per eccesso, quando mi capita di trovarmi nell’anno dispari.
Non questa volta. Stavolta questo doppio 3 mi piace. Mi piace perché, come per i 32, sono carica di idee, progetti, scadenze piccole e grandi che non intendo più rimandare. Basta procrastinare. A 33 anni la generazione precedente alla mia aveva già un lavoro stabile, una casa, una famiglia. Il primo, per il momento, c’è. Si lavora adesso sulle ultime due.

Negli ultimi tre anni i compleanni sono tornati a piacermi. Prima del giro di boa dei 20, mi piacevano per i regali. All’avvicinarsi dei 30 avevo cominciato a provare proprio repulsione. Era come se vedessi in ogni ricorrenza un mattone in più che andava ad alzare il muro della mia mancata realizzazione. Personale, professionale, sociale. Difficile sentirsi realizzati quando non lavori, o lavori 9-10 ore al giorno in un callcentre e ti rimangono zero forze per incontrarti con la gente, o zero risparmi per permetterti più di una casa in condivisione con altre 5 persone.

Cos’è che ha fatto la differenza nel giro di soli 7 anni?
L’inghilterra, tanto per cominciare. Un Paese in cui, facendoti il mazzo un poco alla volta, poco alla volta ottieni. Forse non mi sarà successo nel posto più bello del mondo, ma mettendo sul piatto della bilancia i pro e i contro ho scoperto di recente che questi si compensano.
E poi non è da sottovalutare l’attitudine, che pure è cambiata con l’evolversi delle circostanze e della mia vita.

Dicono che ogni cambiamento, piccolo o grosso che sia, debba prima partire da dentro di noi. Bisogna avere il coraggio di osare, misurando le proprie risorse e le proprie possibilità, e di fare quel passo avanti, spesso alla cieca, spesso buttandosi, e vedere come va. Solo chi osa ottiene, mi è stato detto. Senza osare si resta confinati nel perimetro del nostro piccolo orticello, al sicuro, schiavi di una vita statica e ripetitiva.

A volte mi capita di guardarmi indietro per ricordarmi cosa mi ha insegnato il mio ieri e usarlo per impostare il mio oggi. Usarlo per imparare, soprattutto. Imparare a veder arrivare certe situazioni, a schivarle, o a saperle gestire quando non le posso proprio evitare. Imparare a riconoscere le persone per quello che sono, a sentirle anziché solo vederle. Immagino faccia parte del processo dell’invecchiare, per così dire, del maturare, del crescere internamente.
Ho imparato a stare alla larga da quelle persone che, in fondo, vogliono tutto fuorché un rapporto equilibrato basato sulla stima e sul supporto reciproci.
Ho imparato che a volte si può nascondere un messaggio nel messaggio, attendere che la vittima ci caschi e raccogliere così i frutti del proprio tornaconto.
Ho imparato che le persone cambiano, e non sempre per il meglio, e che quando questo succede le due strade si dividono in maniera anche repentina.
Ho imparato che non voglio essere più il barboncino di qualcuno troppo sicuro di se’ per vedere il vuoto intorno, pregno di amicizie temporanee e di circostanza perché quelle di vecchia data sono state allontanate una dopo l’altra da un alternarsi sottile di carota e bastone.
Ho imparato che la capacità di rialzarsi sempre e più eretti di prima è una qualità da sfoggiare, anziché da nascondere dietro strati di soffocante umiltà.
E ho imparato ad accettare i bassi come conseguenza naturale degli alti, come parte integrante della vita, ad attendere che facciano il loro corso, guardando alla luce che, invariabilmente, è alla fine del tunnel.

Sì, i miei 33 mi piacciono. Specie quando, per entrare in un club, mi chiedono ancora di tirare fuori la carta d’identità.
La faccia che fanno gli omini quando leggono l’anno di nascita su quel pezzo di plastica è impagabile.
Che vi devo dire, gentlemen: noi italiane sappiamo conservarci bene.