La mia vita a Manchester: Mike Tyson, uno di noi

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Torno a casa dopo una piacevole serata con alcune amiche.
A 50 metri dall’ultima svolta il bus davanti a me si ferma e mette le frecce di posizione. Una macchina della polizia ci supera e si infila nella traversa che dovrei imboccare io. Poi ne arriva un’altra. Intanto i minuti di sosta sono diventati 20. Faccio inversione. Arrivo a casa passando da un’altra strada, in tempo per vedere due ambulanze uscire dal mio cortile. Cortile che stasera è parecchio affollato. 3 camionette della polizia, due volanti, un elicottero che se ne sta andando. Ah, e il cordone bianco e blu che sigilla una metà delle macchine parcheggiate.

Sul portone affianco al mio è in corso una riunione di condominio in notturna. I vicini confabulano, al mio “what happened??” mi tirano dentro con fare circospetto.
“Vieni qui, ché loro non vogliono che ne parliamo troppo!”.
Loro sono gli agenti che girano tra le macchine, che scrutano la mia, appena arrivata e col motore ancora caldo.
Una vicina si infila di corsa dietro di me.
“Sono scappata! Mi vogliono interrogare, ma io me ne tiro fuori, ho detto che non so niente!”
Ma che è stato, un regolamento di conti?
E io che avevo lasciato il cuore pulsante della City per andarmene a vivere in periferia in un quartiere di famigliole!
Alla faccia.
“C’è stato un pestaggio”, mi aggiorna un vicino. “Due tizi se le sono date di brutto nel nostro parcheggio, uno ha staccato l’orecchio a morsi all’altro, là per terra c’è tutto sangue…”
Il curry della cena mi fa una piroetta nello stomaco.
“Orribile, veramente tremendo!”, lo appoggia scioccata la vicina fuggitiva.
“E l’occhio di quell’altro dopo che lui gli ha fracasssato la testa contro lo specchietto? Lo avete visto?” fa un’altra.
“Sì. Il mio specchio”, precisa tranquillo un mio coetaneo. “È venuto giù, ma per fortuna la fiancata è stata risparmiata, dovrò solo darle una lavata, è diventata porpora.”
Il curry preme.
Annuisco a labbra serrate e intanto mi immagino la stessa scena, ma in un cortile italiano.
Io gli spacco il culo, a quello stronzo, lo specchietto vedi dove glielo faccio arrivare!
Dio benedica la compostezza inglese.
“Oddio l’occhio… gli è venuto via, lo avete visto quando lo hanno portato via, se lo reggeva con la mano!”
Ok, il tikka masala si arrende, gente.
“Credo che me ne andrò a dormire” dico, col sapore del curry già su per la gola.
Loro mi salutano e mi danno la buonanotte in una profusione di “sleep tight… if you can!”.
Simpatici.
“Tranquilla, tesoro, qui non era mai successo niente, prima, te lo assicuro!” aggiunge poi una di loro, materna.
Che non fosse mai successo niente non ne dubito, signora. Ma poi sono arrivata io, e hai visto che culo?

Guardo l’orologio e penso che dovrei essere a letto da almeno un’ora. Poi sento la polizia suonare ai citofoni per farci le ultime domande di rito e capisco che sarà una nottata lunga.

La medicina più dolce

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Sulla mia scrivania in ufficio c’è una cornice con una foto che riesce sempre a strapparmi un sorriso ogni volta in cui ci poso sopra lo sguardo.
Nella foto ci siamo io e tre mie amiche: una spagnola, una francese e una pakistana. E anche loro, sulle loro scrivanie, hanno la stessa cornice e la stessa foto.

Ci sono definizioni che, dopo un certo tempo, calzano strette. Fino a due anni fa avrei detto che sulla mia scrivania c’è una mia foto con tre colleghe, ma come si possono chiamare colleghe delle persone con le quali hai diviso gli ultimi anni della tua vita, con cui hai lottato per un parcheggio da Starbuck’s, affrontato l’impensabile al lavoro o bevuto una tazza di Peshawari Chai in un locale del Curry Mile? Non sono colleghe, estranee, delle persone che ti conoscono e che tu conosci così. Persone che Manchester ha radunato insieme, per caso, dentro le stesse quattro mura, che vengono dai quattro angoli dell’occidente. Persone che la vita in un mese costringerà a separarsi.
Una di noi andrà in Nuova Zelanda. Un’altra sarà mandata a casa dalla crisi, e “casa”, per lei, è un posto troppo lontano per poter essere da noi raggiunto durante la pausa pranzo o il sabato. Resteremo in due, ma per quanto?

La vita frenetica in Inghilterra fa nascere, crescere e morire le relazioni a una velocità quasi folle. Quando esse crescono e si mantengono, sono per la vita. E gli addii, perché pur esistendo i social media si tratta sempre di un addio, arrivano a cadenza regolare. Nessuno di noi è davvero permanente, qui. Neppure gli inglesi. Un giorno lavoriamo a Manchester e il giorno dopo ci troviamo a dover spostare la nostra vita a Glasgow, Berlino, Tenerife. E a chi resta e continua a camminare lungo le stesse strade di ieri, ma senza più avere i soliti pezzi affianco, preme forte una domanda: perché?
Che senso ha avuto conoscersi se poi un anno, due o dieci dopo ci siamo dovuti separare?

Il senso c’è, ed è nei ricordi.
I ricordi che si sono impilati una risata dopo l’altra nel perimetro ristretto di un ufficio, di una macchina o di un bar, non ce li toglierà nessuno. Li porteremo con noi ovunque saremo nel mondo, e ci faranno sorridere, ci faranno piangere, ci addolciranno il presente come quella foto sulla mia scrivania. Ci ricorderanno in ogni momento che nessun minuto passato insieme è stato inutile, né andrà sprecato. Ne faremo buon uso, ma li utilizzeremo con cura, con parsimonia.

I ricordi sono la medicina più dolce di cui servirci per attenuare l’amarezza della separazione.
L’amicizia, quella vera, tra persone di culture e mondi completamente diversi non solo è possibile: è per sempre.

***

“Non ricordiamo i giorni, ma i momenti”
Cesare Pavese

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