Inodore e insapore (e, tra poco, pure incolore)

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Prima di trasferirmi in questo Paese, pensavo fosse normale che la frutta avesse un sapore. In Italia vai dal fruttivendolo e bam!, vieni annebbiato dal profumo. Vai alla Coop (dico, alla COOP!) e zac!, ti scegli il tuo chilo di mele, di pere, di pesche seguendo la scia, te lo porti a casa e quello comincia a profumarti la cucina meglio di un infusore della Glade. Il sapore certe volte è pure più forte dell’odore.
Da quando sono qui, mi ritrovo a meravigliarmi se, addentando una pera, questa sa di qualcosa e non di cartapesta inumidita.

L’altro giorno dicevo che non mi sono trasferita in Inghilterra per il clima. Ecco, diciamo che non l’ho fatto neppure per il cibo. Per carità, quando capito in qualche pub di campagna o in montagna e mi mettono davanti un piatto che fa uscire gli occhi fuori dalle orbite, sono capace di fare la scarpetta con lo Yorkshire pudding o perfino col tovagliolo, se il pudding non c’è. Ma quando si tratta di andare a fare la spesa al supermercato, beh, quella è tutta un’altra storia, e i freschi sono la piaga principale dei supermercati inglesi.
Adesso i fan di Manchester mi punteranno un’altra volta il dito contro, ma giuro che la qualità del cibo che compravo da Sainsbury o Tesco a Londra a Manchester ce la sogniamo. Forse perché alla gente che vive nella capitale non si può vendere la monnezza che spesso ci propinano sugli scaffali del Tesco in Market Street o di Stretford.

Sì, ci sono i mercatini, tanti, e negozi polacchi o turchi che vendono frutta o verdura che le grandi catene non hanno (tipo la cicoria o le bietole) e che non marciscono entro 48 ore, ma, a meno che non se ne abbia uno sotto casa, l’andarci nei giorni feriali diventa una lotta contro il traffico e contro il tempo – al punto che, conquistato il tuo mezzo chilo di nespole a scapito di un’ora di coda, ti passa ogni fantasia di mangiare frutta che sa di frutta, e ti riprometti di non tradire più, mai più, il caro, vecchio Aldi dietro l’angolo.

Insomma, ieri compro mezzo chilo di albicocche da Asda e mi ritrovo a mangiare questa:

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(Non vi preoccupate: il sapore riflette l’impressione che si ha dalla foto)
So di stare masticando qualcosa, ma non so esattamente cosa. Per quanto ne so io, potrebbe essere qualunque cosa che va dal cartone pressato alla mollica di pane raffermo. Passo alla pesca: stessa storia. Provo con una mela: ma vattene.
Lascio perdere. Mi dedico alla mia insalata. La lattuga sa di acqua a prescindere, ma magari la salsa al limone le darà una botta di vita – spero.

Giornate di scazzo meteorologico

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So benissimo di non essermi trasferita in Spagna. So che non sono venuta a vivere in Inghilterra per il clima meraviglioso
che si ha da queste parti. Un bel “e che cazzo!”, però, stamattina c’è stato TUTTO.

Sono mesi – MESI – che piove quasi ininterrottamente. Che bello. Quando non piove, è grigio. E quando non è grigio, c’è il sole, ma in quei casi è pure peggio, perché si sa che non durerà. Anzi, forse non aspetterà neppure che siamo usciti
dall’ufficio, e a quel punto ci servirà una canoa anche solo per attraversare il parcheggio (tipo ieri). Quel sole a scadenza ci fa solo illudere che sarà una bella serata, che potremo andarcene a fare due passi in campagna col cane, o al parco con l’iPod, in mezzo ai cervi. E invece nisba. I pranzi al sole dell’anno scorso restano, appunto, un ricordo dell’anno scorso.

Arrivati a fine agosto si aspetta l’inizio di un autunno che, in realtà, non è mai finito.
La notte dormo ancora con due piumoni sul letto, una quantità di piume capace di soffocare pure un bisonte.
Dentro casa, dove raggiungere una temperatura sopra i 21 pare essere più complicato che arrivare in cima al Monte Fato col Gollum alle calcagna, si sta coi termo accesi o sotto il plaid o con due strati di pile addosso – a tre ci si passa a novembre. In ufficio, grazie alle vampate di alcune colleghe in menopausa, il riscaldamento è spento, ci sono 19 gradi e sopravviviamo grazie a litri di tisane e ai termo portatili.

È agosto e la mattina mi tocca accendere lo sbrinatore, prima di partire, ma va bene, mi dico, sono in Inghilterra, mica alle Bahamas! Va bene, sì, ma a piccole dosi.
Con le ultime estati ci eravamo proprio viziati. A fine maggio avevamo sole, giugno era la stagione dello schiatto (con giornate di ben 25, 28 gradi), luglio quella di pioggia e sole, agosto quasi solo pioggia, ma eravamo contenti perché avevamo avuto almeno giugno. Quest’anno, invece, ci sono stati dati sprazzi di estate durati massimo 72 ore, e poi siamo tornati alla modalità novembre. La mattina aprire le finestre è un atto di auto-lesionismo. Perfino i locali si scusano per il clima, quest’anno. Come se ci fosse niente di cui scusarsi. Mica è colpa loro se sono nati su un’isola dove il clima è una punizione per le colpe di una vita passata.

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Quindi niente, quando arriva il weekend si sta a casa due volte su tre. E il lunedì, in ufficio, lo scazzo tocca picchi più alti del
solito. Così come il martedì, il mercoledì, il giovedì – etc.
Quella pioggia in orizzontale sui vetri è più deprimente dell’ennesima foto del principe George sulla prima pagina del Metro.
Mi sono abbonata alla National Trust per la gloria! – mi dico.
Proprio adesso che ho la macchina e potrei andare dove mi pare, vedere, esplorare! – aggiungo.
Ti odio incommensurabilmente, pioggia! – sibilo tra i denti mentre, coi capelli freschi di shampoo, mi faccio strada in mezzo a una cortina d’acqua fine che mi inzuppa in trenta secondi in posti che voi umani non potete neppure immaginare.
Poi, però, leggo articoli come questo e mi dico che esiste di peggio di un autunno perenne: un’estate
infinita, ad esempio.
Mi stringo un po’ di più nella giacca, tiro su il cappuccio e continuo a camminare.
Non puo’ piovere per sempre. Ma può sempre provarci.