Troppo complicato

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Ci sono giornate in cui un topic mi si stampa in testa e lì resta.
Si definisce mano a mano che ci ragiono, che ci giro intorno, e a quel punto non vedo l’ora di mettere le mani su un pezzo di carta o sul telefono e buttarlo giù.
Queste botte di creatività di solito mi piombano addosso quando non sono nella posizione di poter scrivere – tipo, in coda al check-in, in autostrada, in piedi sul bus, a un meeting di quelli “vi-prego-uccidetemi-ora” in cui, per tenermi sveglia, riscrivo mentalmente la Divina Commedia mentre continuo a prendermi a morsi il braccio.
Oppure mi succede quando sto stirando, o lavando i piatti, e allora ogni scusa è buona per mollare tutto e correre a segnarmi quello che m’è venuto in mente.
Le idee migliori mi sono venute mentre bestemmiavo in aramaico china su qualche camicia recidiva.

Nelle giornate no, in testa ho invece una cosa del genere:

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Un milione di topic ci si affaccia, lancia uno sprazzo di parole buttate là, e se ne va.
Ci riempirei tre righe in croce, se decidessi di elaborarli. Ma amo lo stesso provare quella sensazione di concetti che si prendono a gomitate nella mia testa in un carosello di frasi e immagini. Per lo meno, da’ una botta di vita al mio cervello, le cui funzionalità vengono messe a dura prova cinque giorni su sette dalla donna che il Karma mi ha affibbiato come espiazione di tre vite passate – una sola non bastava, infatti.

Oggi è quindi giornata di nebulosa creativa. Ma la nebbia è un po’ più definita del solito, quindi provo a buttarla giù. E poi, se non
scrivo niente, oggi, scoppio.
Ora, visto che non posso parlare del motivo che mi sta facendo scoppiare (vedi chiusura paragrafo precedente – ci faremmo 4 risate
insieme, se potessi sbottonarmi, credetemi), parlo di Facebook. Parlo del bisogno della gente di leggere roba semplice. Del loro rifiutarsi di usare il cervello ogni volta che prende in mano il telefono. O il palmare.

Qualunque sia il motivo, la scema che posta la foto delle sue unghie laccate accumula 2750 commenti e 4867 stelline. Delle unghie da panico, insomma. Noialtri, poveri sfigati che ambiscono al Premio Kulitzer, al massimo ci consoliamo con la stellina della mamma. O il commento pubblicato dalla vicina della cugina della fruttivendola. O da uno di noi. Perché, vedete, la casellina dei commenti è giù in
basso, e per arrivarci si presuppone che uno l’articolo se lo sia letto tutto. Il che pare richieda più sforzo dello scappare (su un
tacco 7) da un T-Rex incazzato sventolandogli una torcia davanti al muso.

La pecca più grande di noialtri da Premio Kulitzer è il nostro essere “troppo complicati per essere letti”. Il trattare temi a cui la gente preferisce non pensare. Scrivere in un italiano lento in un mondo che va sempre di corsa. Io, per esempio, mi chiedo in
quanti sarete arrivati fin qui. Mah, se so di aver regalato a qualcuno una dormita come non se ne faceva dall’epoca di re Carlo, sono contenta lo stesso. Almeno ho fatto del bene.

Dopo 7 anni di blogging, ho rinunciato a capire per quale motivo la gente, quando è online, il cervello si rifiuta di usarlo. E penso che sì, tutto questo scrivere e riflettere è tempo sprecato. Sì, forse
c’hanno ragione quelli che su Facebook apprezzano di più i selfie con la bocca a culo di gallina piuttosto che il link a un articolo in cui si parla della crisi della Siria.
A noi topi da biblioteca non sembreranno le più intelligenti del Creato, quelle, ma vuoi
mettere quante belle uova che ti fanno?

Io, i tir della Hovis, le bestemmie

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I Bank Holiday sono quei festivi in cui le banche e le grandi imprese sono chiuse (*).

E noi, che culo, facciamo parte della categoria delle grandi imprese, perciò eccoci qui, sette poveri sfigati che oggi ammazzano il tempo e la noia mangiando bagel col salame tedesco mentre fuori dalle finestre Noè ci saluta dalla prua dell’arca.

La mia sveglia neppure immagina che rischi corre in mattinate come questa. Perché un conto è dover lavorare in un festivo, un conto è essere gli unici nell’intera azienda a farlo. Le gioie profonde dell’essere in un dipartimento che tratta con L’Europa. Ci grattiamo quando questa è a casa – tipo: il 1 maggio – e dobbiamo per forza di cose incrociare le braccia quando l’Europa è bella, pimpante e attiva, ma l’Inghilterra no, perché i colleghi che di solito ci aiutano a risolvere le beghe in arrivo da oltremanica saranno qui domani. E noi sudiamo rassegnati, mentre Outlook continua ad accumulare email che domattina staranno lì ad aspettarci con la manina tesa.

Perché, signora Inghilterra, perché???
Niente, l’Inghilterra deve andare controcorrente pure in questo. Ci fa stare in ufficio quando mezzo mondo – letteralmente – è a casa, come succede il 1 maggio. Tipo, roba che guardi questa cartina e vinci il Guinness dei primati per gli insulti più pittoreschi del Creato:

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Quest’anno il primo maggio siamo stati mandati via alle 2. Non so se per risparmiare corrente, visto che era dalle 8 che stavamo sbracati sulle scrivanie coi computer accesi per la gloria divina, o perché pensavano che avremmo avuto un arresto cardiaco se avessimo buttato nello stomaco un altro panino con la Nutella. Il bello del lavorare durante i festivi, infatti, è che c’è il brunch. Siamo in 7, ma c’è roba pure per gli altri 200 colleghi che non ci sono e per tutta Manchester, volendo. E, si sa, la noia s’accompagna proprio bene con la Nutella.

Stamattina in autostrada c’eravamo solo io, i camion-cisterna della Hovis e la sequela di bestemmie in sanscrito nella mia testa. Smooth Radio ci ha pure provato a darmi una botta di vita, ma niente. Ai semafori c’ero solo io. Alle rotonde del Trafford Centre c’ero solo io – ah, e il gatto nero che mi ha tagliato la strada, tanto per farla completa. Arrivata al parcheggio è venuta giù una ramata che mi ha fatta diventare Diana Ross in cento passi. Ma, almeno, c’era la prospettiva del brunch ad aspettarmi.

Nota positiva: questo giorno di ferie mancate lo recupererò in qualche posto al sole.
Nota positiva #2: piove. Piove e sono contenta. Sono contenta per tutte quelle persone che oggi sono a casa e che grazie alla pioggia si godranno l’intimità delle mura domestiche. Senza poter andare al parco. Senza poter andare al mare. Senza poter andare da qualche parte a passare la giornata. L’ultima prima della riapertura delle scuole. L’ultima dell’estate che non c’è mai stata.
Speriamo ci mandino via prima. Nel frattempo, caprese.