La mia vita a Manchester: un sorriso che non si scorda mai

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All’inizio della mia vita in Inghilterra, ero la regina delle figure di minchia.
Con i miei occhi italiani, nello studiare le persone me ne uscivo con un “ma dài che tu sei giovane! Quanti anni avrai, trenta?” solo per sentirmi rispondere “veramente ne ho 21…”
Alché niente, sipario, prendi la vanga e scavati la fossa. Profonda, molto. Poi, con gli anni, ho imparato a TACERE. Tanto, qualunque numero io dica, di sicuro è quello sbagliato.

Saranno la pioggia, il freddo, il vento. Sarà l’alcool, che secca la pelle peggio di un condizionatore sparato addosso 24/7. O la dieta, o lo stucco in faccia nel caso delle donne: non lo so. Sto ancora cercando di capire cosa porti a questo deperimento impietoso delle carni.
Per non parlare dei denti…
“English people… bad skin, bad teeth” diceva Sara (Kate Beckinsale) in Serendipity.
“English women don’t age well!” strepita l’amico di Jonathan qualche scena più avanti nello stesso film.

Le donne non invecchieranno bene, ma pure gli uomini mica scherzano. Al vedere le foto recenti di Hugh Grant, Orlando Bloom e Colin Firth viene davvero da chiedersi cosa sia successo – e da ringraziare il fatto che, a riappianare i conti, dall’altra parte ci sono tipi come Daniel Craig, Paul Bettany e Jude Law.

Anche l’uomo più aitante del mondo, infatti, qua rischia di sfoggiare un sorriso di questo tipo:

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Trovare un tipo con una dentatura guardabile sembra essere una chimera. I dentisti vengono snobbati spesso, ma costano lo stesso più che un’officina Cartier. Wilkinson’s, per venire incontro a noi che i denti invece vogliamo tenerceli stretti finché morte non ci separi, mette continuamente in sconto i prodotti della Colgate.

Tanto per farvi capire quanto è serio il problema, la tipica conversazione da club con le ragazze va più o meno così:
“Gigia, dietro di te. Biondo, occhi blu, alto.”
“I denti ce li ha tutti? Se no non mi giro neanche.”
“Spetta che guardo… oddio… puoi sempre chiedergli di mettersi una mano davanti alla bocca quando ride.”
“Senti…”
“Vabbé, sembra uno normale e non porta la camicia del nonno, che ci rivuoi di più?”
Dovete sapere, infatti, che le camicie di flanella con fiorellini/fiocchetti/ghirigori/fenicotteri rosa sono molto popolari, nei club inglesi.

Incuriosita, ho voluto indagare sulla questione dei denti. Ho chiesto in giro perché sorridere sia un lusso che pochi si possono permettere. E ho scoperto che nessuno sa darsi una risposta precisa. Ci sono, però, tante ipotesi.

Lo spazzolino li intimorisce, l’effetto dello zucchero sullo smalto è un topic ai più sconosciuto, e l’idea di investire soldi su una protesi ortodontica li ripugna.
Io ascolto in silenzio questi discorsi e penso a tutti gli anni passati con la mia ferrovia in bocca, ai pianti sulla sedia del dentista e ai soldi spesi dai miei per cercare di risolvere una situazione disperata e garantirmi una bocca per lo meno decente.
E non menzioniamo il dettaglio non indifferente dell’alito, che è poi la diretta conseguenza della loro allergia allo spazzolino. Un aitante giovanotto sbadiglia a Bolton e allo zoo di Chester un bisonte cade morto stecchito nel recinto. Tutto questo perché l’aitante giovanotto s’è bevuto un litro di Ribena prima di andare a letto e ha pensato bene di non lavarsi i denti.

Ma non tutto è perduto. Uno su mille ce la fa a scampare alla Maledizione del Dente Deteriorato.

Ogni tanto, a metà trimestre, compare in ufficio M., che noi signore chiamiamo Mr Smile, e quando compare penso che sì, forse non tutti gli over-30 sono da buttare, forse c’è ancora qualche speranza. Speranza che, naturalmente e vista la penuria, s’è già accaparrata qualcun’altra. Ma le altre possono sempre guardare.

Se mi insulti, ti cancello

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Ci risiamo.
Su Facebook mi azzardo a lasciare il seminato delle solite cazzate quotidiane per fare un commento dal retrogusto politico, ed ecco che spunta una mano pronta a trascinarmi per i capelli sulla gogna.
Non s’è più liberi di esprimersi, a questo mondo.

Mi era già successo con la dolorosa questione della spedizione dei caccia francesi in Siria. Una conoscenza (francese) si era rizzata impettita e aveva scatenato contro me e gli altri una supercazzola che, coi nostri commenti, non aveva niente a che vedere.
Frustrazione personale che in quella casellina vuota e bianca ha trovato lo spunto per venire fuori?
Giornata pesante?
O solo ciclo in arrivo?
Mistero!
Ma la tipa mi ha cancellata. Manco la soddisfazione di trovarla nella mia lista, quando sono andata a cercarla per farlo io.

Il punto pare essere sempre il solito: dietro uno schermo, chiunque si sente autorizzato a dire l’accidenti che si pare.
I commendatori della parola dattiloscritta se ne fregano di venire pubblicati con tanto di faccia, nome e cognome. Lo schermo, per loro, li protegge da tutto, dal pugno in faccia che si meriterebbero certe volte come risposta alla figura di merda a cui si candidano nell’attimo in cui cliccano sul bottoncino “invia”, al fatto che qualunque cosa uscita dalla loro tastiera è diventata indelebile e immortale.

Forse il problema sta proprio nel fatto che la gente non è interessata a capire quello che legge.
È lì, in attesa di trovare un dettaglio, una frase a cui appigliarsi per sfogarsi. Poco importa se quello che s’è recepito non è quello che l’autore dello scritto voleva dire. La si prende sul personale, come un’offesa mirata, come se si fosse gli unici ad aver patito, sofferto, ad aver diritto di parola su certi argomenti, partendo dal presupposto che la persona che si sta insultando non abbia perso qualcuno a sua volta, magari in un altro modo, in un’altra guerra, distante e lontana e a cui a nessuno frega più niente, dimenticata come tutte le notizie vecchie e che ormai ci tangono poco e ancor meno ci interessano.

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Le reazioni della gente davanti a quello che legge sembrano venire dettate principalmente dalla percezione che ne ha, e che questa cambi.
Cambia se in quel momento le girano le palle, se ha dormito storto o meno, se le è morto il gatto o il pesce rosso. Specie gli uomini, sono tremendi. Isterici come donne col ciclo 365 giorni l’anno, come zitelle acide a cui è schiattato il gatto (di cui sopra).

I commenti che si leggono oggi agli articoli e ai post vanno al di là di ogni umana e sovrumana comprensione.
I veterani della virtuale crociata contro la libera circolazione di idee e concetti online non si fermano a pensare che, magari, quello che l’autore voleva dire poteva essere tutt’altro, o diverso – o falso. Si corciano le maniche, loro, sfoderano il mouse, afferrano la tastiera e cominciano a scrivere – con gran sfiato di fuoco dalle orecchie.

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Ho sperimentato di persona l’impatto di una riscrittura ad hoc di un dialogo, di una frase detta, di parole estrapolate dal loro contesto originario e riorganizzate in modo tale da sortire effetti diversi su lettori diversi.
Nascosti dietro il muro di uno schermo diventiamo tutti cronisti della vita degli altri.
La nostra mente, annoiata e vessata da una quotidianita’ insoddisfacente, trova in quelle parole scritte da estranei lo spunto per sgranchirsi finalmente i neuroni, e allora giù, a partorire interventi contorti e netti e coloriti, a ricostruire vite intere sulla base di dichiarazioni che i malcapitati, per quanto ne sanno loro, potrebbero non aver mai fatto.
In certi casi basta andarsi a cercare quello che hanno scritto di loro pugno sui loro siti per capire dove sta la verità. Ma i commendatori sono già andati avanti, su altri blog, in fondo ad altri articoli scritti da altre persone, ignare della manna del moralizzatore telematico che sta per abbattersi su di loro, pagine in cui li attende una nuova casellina bianca e vuota e pronta a ricevere una nuova sentenza, una nuova opinione, pronta a riversare le loro parole nell’infinito calderone del Web.

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