Analfabetismo dell’anima

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Se i blogger o i giornalisti dovessero dar retta ai commenti di chi legge, oggigiorno nessuno pubblicherebbe più niente.

Siamo arrivati al punto, infatti, di dover aver paura a pubblicare perfino un articolo sulle previsioni del meteo. Che si tratti del Corriere, dell’Ansa o dell’Huffington Post non c’è scampo alla frustrazione, alla noia e alla rabbia degli imbecilli che li leggono. E se la loro totale mancanza di educazione e rispetto non fosse già grave, quei commenti vengono postati con tanto di nome, cognome e foto, visto che passano dal login Facebook.
Ma gli imbecilli se ne fregano.

Prendete questo articolo dell’Huffington Post, ad esempio. Si tratta di una serie di consigli su come cominciare meglio la nostra giornata e arrivare carichi al lavoro. I commenti:

“Quante puttanate.”
“Sembrano consigli per casalinghe frustrate che non hanno nulla da fare.”
“ma che libri idioti si legge poi??”
“Io che mi alzo alle cinque del mattino per andare a lavoro, faccio prima a non andarci nemmeno, a letto, mh?”
“io alle 5 torno dal lavoro, che facciamo?”
“Io alle 5.30 di mattina vado a letto.”
“Se questo sta bene a lei non vuol dire che vada bene x tutti.Non credo che sia da esempio a nessuno se non a se stessa.Se lei sta bene così è ne trova beneficio….faccia pure..ma..che non inviti a provare..”

Del tipo: ma di che cosa state parlando? Vi rileggete mai prima di cliccare su invia?
Poi, dopo uno stream di 60+ scemenze come quelle qui sopra, si fa avanti un povero valoroso che prova a dire la sua (solo per venire linciato):

“l’italiano medio è sempre più medio…cre. Basta leggere alcuni commenti a questo post. Non puoi farlo? Non commentare! Non vuoi farlo? Non commentare! Quanta ipocrisia, quanta invidia, quante strumentalizzazioni, quante scuse! E BASTA CAVOLO! Vuoi provare? Qui ti dice come fare e perchè farlo. Non vuoi provare? Bene lo stesso! Usi un altro sistema? Ok, condividilo, magari ti leggiamo volentieri e mettiamo in pratica il tuo. Non ce l’hai? OK, fine! A che serve insultare, fare sarcasmo, tirare in ballo cose che non c’entrano nulla? Bah…”

L’autrice dell’articolo non intendeva certo dire che le sue fossero regole imperative o fattibili per tutti. Lei ha raccontato come ha deciso di riorganizzare la sua giornata sulla base del tempo che ha a disposizione e ha pensato di condividerlo con chiunque potesse trovarlo altrettanto utile. Lo ha fatto sulla base delle sue abitudini, della sua vita e del suo orario di lavoro.

Ho la fortuna di lavorare in un Paese (e in un’azienda) in cui gli orari d’ufficio sono rispettati. Sono in ufficio alle 7.30 e comincio la mia giornata alle 5, così da avere un po’ di tempo da dedicare a quello che mi piace fare (tipo leggere le notizie e scrivere su questo blog) prima di andare a fare qualcosa che mi piace meno. Forse è per questo che quel post mi ha trovata d’accordo, ma se anche non lo avesse fatto dubito che avrei dato della cazzofacente all’autrice.
Come dicevo qualche tempo fa in un altro articolo Internet ormai sembra essere diventata la valvola di sfogo della frustrazione della gente.

C’è poi, sempre sull’Huffington Post, quest’altro post di qualche giorno fa, una dolcissima dichiarazione d’amore il cui messaggio è stato letteralmente disintegrato dalle fucilate acide di chi non sa di che cosa sta parlando. Se lo avesse saputo, infatti, si sarebbe ricordato anche dello scandalo che c’è stato a inizio anno in Inghilterra sugli stipendi ridicoli dei medici e le ore di lavoro massacranti del personale sanitario, e sarebbe stato zitto. Ma non lo sa, anche se questo non gli ha vietato di dire la sua lo stesso.

La verità è che ogni volta che torno in Italia vedo gente sempre più schizzata e scontenta, e questo si riflette nei commenti che lascia in giro per il Web. Ha le sue ragioni per esserlo, sicuramente, ma nessuna di esse può giustificare la maleducazione e l’insulto gratuito.

Nel caso dell’Huffington Post parliamo di autori volontari che fanno il lavoro a cottimo per il nostro mero intrattenimento. Un minimo di rispetto credo sia dovuto, se non in virtu’ delle loro condizioni contrattuali, per lo meno per il fatto che stiamo sminuendo il lavoro d’altri.

I commenti agli articoli sono opzionali; l’educazione, no.

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Se mi insulti, ti cancello

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Ci risiamo.
Su Facebook mi azzardo a lasciare il seminato delle solite cazzate quotidiane per fare un commento dal retrogusto politico, ed ecco che spunta una mano pronta a trascinarmi per i capelli sulla gogna.
Non s’è più liberi di esprimersi, a questo mondo.

Mi era già successo con la dolorosa questione della spedizione dei caccia francesi in Siria. Una conoscenza (francese) si era rizzata impettita e aveva scatenato contro me e gli altri una supercazzola che, coi nostri commenti, non aveva niente a che vedere.
Frustrazione personale che in quella casellina vuota e bianca ha trovato lo spunto per venire fuori?
Giornata pesante?
O solo ciclo in arrivo?
Mistero!
Ma la tipa mi ha cancellata. Manco la soddisfazione di trovarla nella mia lista, quando sono andata a cercarla per farlo io.

Il punto pare essere sempre il solito: dietro uno schermo, chiunque si sente autorizzato a dire l’accidenti che si pare.
I commendatori della parola dattiloscritta se ne fregano di venire pubblicati con tanto di faccia, nome e cognome. Lo schermo, per loro, li protegge da tutto, dal pugno in faccia che si meriterebbero certe volte come risposta alla figura di merda a cui si candidano nell’attimo in cui cliccano sul bottoncino “invia”, al fatto che qualunque cosa uscita dalla loro tastiera è diventata indelebile e immortale.

Forse il problema sta proprio nel fatto che la gente non è interessata a capire quello che legge.
È lì, in attesa di trovare un dettaglio, una frase a cui appigliarsi per sfogarsi. Poco importa se quello che s’è recepito non è quello che l’autore dello scritto voleva dire. La si prende sul personale, come un’offesa mirata, come se si fosse gli unici ad aver patito, sofferto, ad aver diritto di parola su certi argomenti, partendo dal presupposto che la persona che si sta insultando non abbia perso qualcuno a sua volta, magari in un altro modo, in un’altra guerra, distante e lontana e a cui a nessuno frega più niente, dimenticata come tutte le notizie vecchie e che ormai ci tangono poco e ancor meno ci interessano.

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Le reazioni della gente davanti a quello che legge sembrano venire dettate principalmente dalla percezione che ne ha, e che questa cambi.
Cambia se in quel momento le girano le palle, se ha dormito storto o meno, se le è morto il gatto o il pesce rosso. Specie gli uomini, sono tremendi. Isterici come donne col ciclo 365 giorni l’anno, come zitelle acide a cui è schiattato il gatto (di cui sopra).

I commenti che si leggono oggi agli articoli e ai post vanno al di là di ogni umana e sovrumana comprensione.
I veterani della virtuale crociata contro la libera circolazione di idee e concetti online non si fermano a pensare che, magari, quello che l’autore voleva dire poteva essere tutt’altro, o diverso – o falso. Si corciano le maniche, loro, sfoderano il mouse, afferrano la tastiera e cominciano a scrivere – con gran sfiato di fuoco dalle orecchie.

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Ho sperimentato di persona l’impatto di una riscrittura ad hoc di un dialogo, di una frase detta, di parole estrapolate dal loro contesto originario e riorganizzate in modo tale da sortire effetti diversi su lettori diversi.
Nascosti dietro il muro di uno schermo diventiamo tutti cronisti della vita degli altri.
La nostra mente, annoiata e vessata da una quotidianita’ insoddisfacente, trova in quelle parole scritte da estranei lo spunto per sgranchirsi finalmente i neuroni, e allora giù, a partorire interventi contorti e netti e coloriti, a ricostruire vite intere sulla base di dichiarazioni che i malcapitati, per quanto ne sanno loro, potrebbero non aver mai fatto.
In certi casi basta andarsi a cercare quello che hanno scritto di loro pugno sui loro siti per capire dove sta la verità. Ma i commendatori sono già andati avanti, su altri blog, in fondo ad altri articoli scritti da altre persone, ignare della manna del moralizzatore telematico che sta per abbattersi su di loro, pagine in cui li attende una nuova casellina bianca e vuota e pronta a ricevere una nuova sentenza, una nuova opinione, pronta a riversare le loro parole nell’infinito calderone del Web.

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