Una trama sa sempre dove deve andare

Snoopy-Writing

Una trama sa sempre dove deve andare. Il problema è che io, quando butto giù le prime righe, tendo a scordarmelo sempre.

Dovrei saperlo, ormai, che se mi si forma in testa una frase o un concetto e sento il bisogno impellente di scrivermeli da qualche parte, devo farlo subito e devo anche dare loro un seguito, perché’ vuol dire che da quella singola frase ne nascerà una storia completa, un giorno. Ho paragrafi interi che sono partiti da una singola parola scritta sul palmo della mano, su un biglietto della Metro o un pezzo di tovagliolo. Spesso sono rimasti incompiuti, ma non ho mai dimenticato la storia completa che sarebbero potuti diventare, una storia aggrappata a quell’ancora formata da quella singola parola, scritta in attesa che trovassi la voglia e il tempo di far venire a galla per bene tutto ciò che c’era dietro.

Come avevo già scritto in precedenza sedersi al tavolo per buttare giù una trama per la prima volta è un passaggio da cui fuggo consapevolmente. Più spesso che no comincio, scrivo qualche pagina, poi abbandono tutto. Le scuse che trovo per giustificare il mio procrastinare sono degne delle trame da cui rifuggo, ma quella dietro cui mi nascondo più volentieri è: lascio perdere perché’ questa storia non sta andando da nessuna parte. E questo ad appena cinquecento battute dall’inizio. E’ così che negli anni ho messo su qualcosa tipo trenta cartelle, abbandonandone altrettante.

Come dicevo in apertura: ormai dovrei saperlo che non è vero che una trama non va da nessuna parte. Quando mi sono imposta di andare avanti, infatti, ad un certo punto la storia si è sviluppata da se’. Io mi sono limitata solo a correrle dietro con la penna o la tastiera. La parte più complicata è, di nuovo, superare la paura irrazionale e stupida che mi si scatena dentro quando mi trovo davanti a un foglio ancora vuoto, ignorare la frustrazione che nasce una volta buttate giù le prime righe superficiali, cercare di svuotare la mente e trovare nella scrittura la libera espressione delle mie più intime sensazioni, la mia valvola di sfogo, il mio miglior rimedio contro il solito caos quotidiano. Potrebbe portare a poche pagine con un inizio e una fine, quel percorso, come potrebbe portare a qualcosa di più complesso. L’ho sperimentato diverse volte.

E voi? Vi è mai capitato? Vi siete mai messi a rileggere un vostro incompiuto e ritrovati a chiedervi cosa volevate dire, se aveva un senso oppure no? Che riposte vi siete dati?

 

{E così, pieno di nuovo entusiasmo, Roberto decise di pensare l’ultimo capitolo della sua storia. Non sapeva che, specie quando gli autori sono ormai decisi a morire, i Romanzi spesso si scrivono da soli e vanno dove vogliono loro} – L’Isola del Giorno Prima, Umberto Eco

All’estero come a casa

Petali-di-rosa

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» Umberto Eco, La Stampa

Stamattina a colazione mi sono imbattuta (con ritardo) in questo articolo:

Censura petalosa – di Annamaria Testa

L’ho trovato molto interessante. In primis perché mi ha permesso, tramite un elenco puntato molto succinto, di ricapitolare l’intera vicenda; secondo, perché vi ho ritrovato una condivisione di quello che è il mio pensiero: cos’è scattato nella testa degli italiani ad un certo punto, cosa li ha portati a scagliarsi anima e corpo in un dibattito basato sul… niente? Su un argomento che neppure esiste?

Il problema, infatti, a un certo punto non sembra essere stato più la possibile introduzione dell’aggettivo “petaloso” nel nostro dizionario. Si è sforati prima nell’assurdo e poi nel ridicolo, si è finiti con l’auto-denigrarsi in una corsa all’insulto, cancellando con una pila di commenti sempre più aggressivi l’innocenza di una vicenda che, in altre circostanze, avrebbe potuto essere una notizia gradevole da leggerci durante la pausa caffè.

Grazie all’articolo su l’Internazionale da me letto stamattina, durante la pausa è nata una discussione costruttiva, culminata in un bellissimo brainstorming. Quando la pausa è finita e siamo tornate alle nostre scrivanie, mi sono resa conto che niente di tutto quello di cui avevamo parlato sarebbe stato possibile, vent’anni fa. Pensateci: vent’anni fa avremmo parlato con casa nostra per telefono, e le notizie dall’Italia le avremmo ricevute grazie ai quotidiani – per chi se li fosse potuti permettere.
Chattare con mamma su WhatsApp? Scordatevelo. Controllare su Twitter le ultime news? L’ultimo scatto di XYZ su Instagram? Neanche per sogno. Le novità dall’Italia ci sarebbero arrivate filtrate dal supporto ruvido delle lettere su cui i nostri genitori, parenti e amici avrebbero riversato quello che sapevano, oppure lungo le centinaia di chilometri di cavi telefonici che ci collegavano a loro da una parte all’altra dell’Europa, notizie plasmate dal loro punto di vista, ammorbidite dai troppi passaggi di orecchio in orecchio.

I social media non sono solo il mezzo su cui venire bombardati di post idioti e selfie di gente senza pudore. I social media sono quell’invenzione fantastica che ci permette di rimanere collegati al mondo in cui siamo nati e cresciuti, che ci permette di esserne parte, nel nostro piccolo, pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza.
Non siamo più degli esiliati come potevano esserlo i nostri nonni, ed è una sensazione bellissima. Oggi non importa se viviamo in Italia o in Inghilterra o in Australia: quello che sanno le persone a casa lo sappiamo anche noi e possiamo parlarne con loro. Possiamo parlarne tra noi emigrati, sciorinando le nostre impressioni e le nostre preoccupazioni nei riguardi di quel mondo lontano, in cui i nostri connazionali si scannano tra loro a colpi di commenti senza capo ne’ coda, rigurgitando una rabbia sopita che sta venendo a galla poco a poco, come il magma di un vulcano mai spento e tornato in attività tutto d’un colpo.

La domanda a cui nessuno di noi riesce a rispondere è: che cosa sta succedendo in Italia? Perché la gente è diventata così aggressiva, per non dire violenta? La scusa del “perché nascosta dietro uno schermo può dire quello che si pare” non regge, secondo me. O, meglio, non è la sola spiegazione. Mi faccio un giro per il Web e incappo di nuovo nel seguente articolo:

L’Italia, il Paese dei musi lunghi: siamo più pessimisti di greci e iracheni

Domanda: voi che vivete nella nostra bella penisola cosa ne pensate?